Ribelli ad Aleppo, otto anni dopo

Con soli tre giorni di offensiva-lampo, le forze ribelli siriane sono riuscite a sbaragliare ogni resistenza entrando ad Aleppo, città chiave snodo nevralgico tra l’Eufrate e il Mar di levante. L’incursione, ad opera del gruppo armato Hay’at Tahrir As-Sam (Comitato di liberazione del Levante, Hts – ai più noto come Fronte Al-Nusra durante la sua affiliazione ad Al-Qaeda) ha causato, ad ora, decine di morti civili a seguito degli aspri scontri con le milizie governative nazionali. I ribelli non si vedevano ad Aleppo dal 2016, anno in cui la città fu riconquistata definitivamente dal governo di Assad. E per le trame egemoniche in cui è coinvolta l’intera regione in questo momento, bisogna aspettarsi conseguenze importanti.

Un complicato crocevia di potenze

Da decenni territorio delle mire egemoniche delle potenze regionali, la Siria potrebbe ritrovarsi a dover affrontare un traffico armato di influenze dalle quali, sommessamente, stava cercando di affrancarsi: dalla longa manus iraniana, garante fino ad ora di un deciso su supporto alle forze filo-governative sciite, al sodalizio diretto con l’alleato russo, fino all’ingerenza dei turchi, con cui condividono il problema curdo, che spingono per una pacificazione della regione, non senza effettuare una certa pressione anche attraverso le numerose milizie filo-turche che scorrazzano per il Nord del paese. “Amicizie” che ovviamente trasudano ambizioni dirette di potenza su un territorio geograficamente ed energicamente strategico del Medio Oriente e che per Assad iniziano a pesare troppo, garantendo troppo poco.

Vladimir Putin, Ebrahim Raisi, Recep Tayyip Erdogan (Teheran, 2022) – (Sergey Savostyanov)

Amici fragili e nemici galvanizzati

Dopo i Blitz con cui Israele ha spazzato via i nuclei dirigenti di Hamas e Hezbollah, l’Iran ha dimostrato di non avere le carte in regola per una guerra diretta né per essere egemone securitario, scatenando un malcontento evidente (i vertici siriani che si rifiutano di salutare l’ambasciatore persiano Araghchi sono sintomo di una spaccatura profonda). Di più: l’insufficiente presenza dell’alleato russo, alle prese con il fronte ucraino, reo di non aver neanche risposto al bombardamento israeliano sulla propria base aerea di Humaymim, ha alimentato nei siriani un senso di abbandono senza precedenti. I falchi israeliani, ora più che mai, meditano sull’incursione diretta in Siria per un progetto di stabilità regionale che, per quanto forzato, vede nell’attuale de debolezza dell’asse persiano un’occasione ghiotta.

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu durante un summit con l’IDF – (Haaretz)

Una crisi umanitaria costante

il vero dramma regionale è la crisi umanitaria totalizzante che puntualmente scaturisce dal territorio siriano stando ai dati ufficiali di ONU e Unicef, la situazione in Siria è delineata da 7,2 milioni di sfollati interni e oltre 5 milioni di rifugiati nei paesi vicini (Turchia, Libano, Giordania, Iraq ed Egitto); 16,7 milioni di persone all’interno del paese necessitano di aiuti umanitari, il numero più alto dall’inizio della crisi; ben 12,9 milioni di persone sono in condizioni di insicurezza alimentare (1). Il continuo viavai generato dai conflitti (civili e non) sul suolo siriano ha portato nel tempo ad un’instabilità tale per cui addirittura difficile considerare la siria come una nazione compiuta, oltre a portare inevitabilmente pesanti ripercussioni economiche e sociali sui paesi confinanti.

(1) Fonte: UNHCR – The UN Refugee Agency

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