Un golpe fallito, ma significativo

La legge marziale proclamata dal presidente sudcoreano Yoon Suk-yeol è durata meno di sei ore, bloccata dal parlamento e dai cittadini stessi, scesi in strada per bloccare fisicamente il dispiegamento dell’esercito nazionale.

Al netto di un calo verticale di popolarità dell’attuale inquilino della Casa Blu, che da qualche mese stava ricorrendo ad un arrocco istituzionale e militare nominando ai vertici degli apparati i propri fedelissimi compagni di adolescenza, la decisione tutta presidenziale (motivata da paure più o meno reali di infiltrazioni anti-statali e nordcoreane negli affari politici) di un accentramento di potere manu militari riporta la Corea del Sud in una dimensione lontana anni luce dai tempi contemporanei, dalla politica di distensione dell’ex presidente Moon Jae-in con il regime nordcoreano che aveva addirittura portato allo storico incontro con Kim Jong-un e dall’idea di piccola oasi felice di sviluppo e progresso che Seul sembrava rappresentare in maniera perpetua.

Sebbene Yoon abbia, sostanzialmente, fatto tutto da solo, i due anni (e con tutta probabilità, ultimi) della sua presidenza sono stati contraddistinti da aspre posizioni anti-nordcoreane e anti-nipponiche, revansciste e intolleranti verso molti dei tratti che portavano a guardare a Seoul con occhi incantati, su tutti i diritti dei lavoratori, la parità di genere e le politiche sociali. Posizioni che hanno trovato appoggio anche in un’ampia fetta della società sudcoreana.

Membri della Korean Confederation of Trade Unions in protesta a Seul contro le politiche sul lavoro del governo Yoon (Seul, 2022) – (Ahn Young-joon/ AP)

Yoon Suk-yeol: una presidenza di “corto muso”

Se già il gradimento dell’attuale amministrazione è ai minimi storici, considerando la delicata posizione della presidenza il cui partito è in nettissima minoranza parlamentare dopo le ultime elezioni politiche, tracce di divisione dell’opinione pubblica si potevano già riscontrare nel corso delle elezioni presidenziali del 2022: è con il margine più basso di sempre, pari allo 0,8%, che il Popolare Yoon Suk-yeol si aggiudica la vittoria presidenziale. Complice il mancato successo nella velleitaria (e anche un po’ vanagloriosa) politica del suo predecessore Moon Jae-in volta al disarmo nucleare della Corea del Nord in cambio di aiuti umanitari, Yoon è riuscito a cavalcarne il conseguente malcontento popolare, dichiarandosi addirittura favorevole ad ospitare testate atomiche americane in caso di minacce dal nord (proposito che Washington, al momento, ha comodamente scartato).

Yoon Suk-yeol, neo-eletto presidente della Corea del Sud, in un comizio a Seul (2022) – (Reuters)

Dietro l’apparente risolutezza un cauto “aziendalismo”

Se i numerosi proclami contro la Corea del Nord (tra i punti cardine della vittoria elettorale di Yoon) potevano far pensare ad una spinta bellicista sudcoreana, la realtà dei fatti è che dietro di essi si annida la preoccupata richiesta di maggior copertura dagli alleati statunitensi. La politica presidenziale corrente, difatti, è stata contrassegnata da conservatorismo a fasi alterne, come dimostra il tentativo di riavvicinamento al Giappone (timido nei modi ma di certo non nelle intenzioni) che risponde ad esigenze strategiche anche e soprattutto americane di contenimento marittimo cinese. A far sorgere dubbi sullo statuario posizionamento intransigente di Yoon è anche l’ambiguo rapporto con la Russia, partner di numerose importanti aziende sudcoreane: poca e risicata partecipazione militare nel conflitto ucraino, non prima di subire pesanti pressioni da Washington.

Il leader nordcoreano Kim Jong-un e il Presidente sudcoreano Moon Jae-in oltrepassano per mano il confine dei rispettivi paesi (2018) – (Korea Summit Press Pool/ AP)

L’occhio vigile di Russia e Corea del Nord

“Non interrompere mai il tuo nemico mentre sta facendo un errore!”, recita uno dei più famosi aforismi di Napoleone Bonaparte. E se le mire sgangherate di Yoon Suk-yeol hanno provocato caos e sconquassamento a Seoul, la certezza è che in osservazione sul trespolo ci siano gli apparati nordcoreani e russi. Sebbene l’imminente pratica di impeachment del presidente sudcoreano sia destinata a risolversi senza ulteriori coinvolgimenti armati, la confusione generata può aprire spiragli importanti di destabilizzazione ulteriore della regione tanto da parte del Palazzo del Sole quanto da parte del Cremlino. Tra le nuove sinergie generate dalla guerra in Ucraina è proprio quella particolare triangolazione tra Russia, Cina e Corea del Nord a tenere costantemente sugli attenti gli alleati americani. Per quanto sia difficile pensare all’apertura di un nuovo fronte coreano, potenzialmente disastroso per tutte le parti chiamate in causa, è forte come mai prima d’ora il presentimento che qualcosa si sia rotto nel delicato equilibrio che teneva in piedi lo stato artificiale della Corea del Sud. Con tutte le possibili ripercussioni che questa situazione, in un futuro di medio termine, potrà generare nella penisola.

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