Dopo più di mezzo secolo alla guida della Siria, il regime Assad volge al termine, aprendo le danze su una nuova stagione di autodeterminazione interna della regione
Un’offensiva-lampo coordinata
La semplificazione mediatica che ha coniato il temine “ribelli” si rivolge ad un’ampia frangia di forze armate, sapientemente addestrate e in grado di condurre operazioni di guerriglia urbana in maniera estremamente efficace.
Ufficialmente chiamata “Operazione Deterrenza dell’aggressione“, l’iniziativa militare che ha rovesciato il regime di Assad è stata condotta da una gamma di forze comprensive di movimenti come Ahrar al-Sham, Jaish al-Izza e il Movimento Nour al-Din al-Zenki, guidati dall’arcinoto Hay’at Tahrir al-Sham, vecchio braccio armato di Al-Qaeda.

“Mamma… li Turchi!”
Al simbolico ultimatum turco (la “mano tesa” di Erdogan) è seguita la rapida escalation che ha portato alla conquista di Damasco. A ribaltare definitivamente la situazione siriana è stata proprio quella mano turca, tutt’altro che invisibile e tutt’altro che tesa: Ankara è stata principale sostenitrice delle forze di liberazione, se non addirittura la diretta artefice del colpo di mano che ha portato alla destituzione di Assad.
Dall’addestramento delle milizie jihadiste fino al loro coordinamento, è difficile pensare che i turchi non abbiano avuto un’ingerenza diretta nell’insurrezione anti-regime.

Un’opportunità per gli USA?
I temuti jihadisti radicali contro i quali l’amministrazione Bush aveva intrapreso la cosiddetta “guerra al terrore“, da qualche tempo, sono quanto di più simile ad un amico regionale per gli americani.
Lo scontro frontale con l’asse persiano ha portato gli apparati statunitensi a rivalutare le proprie posizioni nella regione, arrivando addirittura al sostegno più o meno diretto del movimento che in un passato recente si chiamava Fronte Al-Nusra, milizia primaria di quella stessa Al-Qaeda che l’11 settembre 2001 aveva provocato 2.977 morti negli attacchi al World Trade Center e allo stesso Pentagono.
Con la pesante mediazione dei sauditi, finanziatori diretti dei maggiori movimenti jihadisti del Medio Oriente (tra cui lo stesso ISIS, al tempo), gli Stati Uniti si stanno avvalendo di una fitta rete clandestina di milizie di contrasto alle forze sciite filo-persiane, con rodate capacità di intelligence, di approvvigionamento e di conduzione di complesse operazioni militari tattiche nelle basi regionali nemiche. Con buona pace di Israele, che assiste allo smantellamento diretto dell’influenza iraniana in Siria e ringrazia di conseguenza. E anche dell’accorrente amministrazione Trump, che si troverà davanti un nemico mediorientale pesantemente indebolito su cui risparmiare soldati e fatiche.
Sebbene la tattica statunitense stia decisamente ripagando nel breve-medio termine, si aprono tuttavia dubbi importanti su quelli che saranno gli scenari mediorientali nella dimensione strategica dei prossimi decenni.
Il destino della regione è ora in mano a pericolosi gruppi islamisti, pesantemente armati e addestrati, che perseguono una propria agenda senza rispondere minimamente (e ci mancherebbe) alle direttive strategiche dei secolari nemici occidentali, che pure in questo frangente sono stati utili per la conquista di Damasco.

Il Messico del Medio Oriente
In un clima di crescente instabilità regionale, la Siria si è gradualmente trasformata in un narco-stato, con un intenso traffico di droga gestito in maniera centrale da una comunione profonda tra i cartelli e le forze armate siriane. Sarebbe infatti la quarta divisione dell’esercito siriano, sotto il comando di Maher Al-Assad (fratello di Bassar), a riscuotere le tangenti che i produttori pagano per esportare la droga oltreconfine, organizzandone la distribuzione in tutto il Medio Oriente.

Ciò che ha reso il traffico di droga di un’importanza cruciale per la geopolitica siriana è una particolare sostanza, che si è diffusa in maniera capillare e pressoché istantanea per tutto lo spicchio di pianeta mediorientale: il Captagon.
Si tratta di una pillola sintetica di amfetamina con costi di produzione irrisori, sfornata in quantità esorbitanti tanto per il traffico di droga in sé (che fornisce sostentamento finanziario a molte delle milizie che scorrazzano per il Medio Oriente), quanto per l’utilizzo diretto dei miliziani che si trovano sul campo. Fonti israeliane affermano di aver trovato una gran quantità di sacchetti di Captagon addosso ai terroristi di Hamas responsabili della strage del 7 ottobre.
Il Captagon prodotto in Siria può seguire vari percorsi per raggiungere i ricchi mercati dell’Arabia Saudita e del Golfo. Le pillole possono essere spedite via terra attraverso la Giordania; inviate a nord in Turchia, quindi trasportate in barca fino a destinazione; o consegnate a uno dei porti della Siria, come Latakia, e spedite ai porti del Mar Rosso.
La popolarità relativa di ogni percorso è dipesa dalle fluttuazioni della geopolitica. Un articolo del Columbia Journal of International Affairs nota che quando l’ISIS ha preso il controllo della Siria settentrionale, a metà degli anni Venti, il contrabbando di captagon in Turchia ha subìto drastici rallentamenti. 1
Con un volume d’affari stimato che si aggira intorno ai 64 miliardi di euro, la Siria ha trovato nel Captagon un’importante arma di influenza, in grado di svolgere per i gruppi armati della regione la stessa funzione dei giacimenti petroliferi e dei circuiti finanziari criptati sauditi: mercati paralleli attraverso i quali ogni milizia possa trovare sostentamento, partners, opportunità.
- The New Yorker: How Syria became Middle East’s drug dealer – Ed Caesar

Il prossimo scontro nella NATO?
Come detto, la Turchia al momento beneficia di un’influenza pressoché totale e totalizzante sulla Siria. Con il PKK (Partito Curdo dei Lavoratori) come unico avversario rimasto nel nord-est del paese, gli apparati di Erdogan sono consci di poter perseguire la propria agenda senza più ostacoli significativi.
Il che, inevitabilmente, porta ad una serie di ragionamenti di medio-lungo termine sul destino del potere di Ankara. Il leader turco Erdogan ha tradotto il revanscismo imperiale della propria società in una decisa politica estera volta a riaffermare, in un periodo di conflitti generali, la propria autorità su spicchi di mondo che furono ottomani e che sono tuttora legati in maniera covalente all’attuale Repubblica. Uno su tutti, per l’appunto, la Siria.

La Turchia è tutt’altro che uno stato del blocco occidentale, pur essendo attualmente membro della NATO. La presenza nell’alleanza, volutamente ambigua, è funzionale al perseguimento degli interessi turchi nelle regioni mediorientali contro attuali nemici comuni, come è l’Iran.
Ma nel momento in cui la Turchia dovesse raggiungere un grado di influenza nel Medio Oriente tale per cui potrebbe diventare l’egemone securitario che avrebbe voluto essere l’Iran stesso, lì si raccenderebbero le aspre divisioni che hanno segnato la storia turca con i rivali occidentali fino alla fine della prima guerra mondiale.
A differenza di Stati Uniti e Israele, la Turchia ha la possibilità di adottare una narrazione modellabile, immersiva ed espansiva, in grado di raccogliere le istanze di buona parte delle frange sunnite che si apprestano a prendere le redini del Medio Oriente. Una narrazione che cucirebbe il suo abito strategico sull’anti-occidentalismo, sulla rivincita contro i secolari nemici dei popoli mediorientali, molti dei quali (Hts stesso) si sono affiancati agli statunitensi ingoiando rospi di dimensioni notevoli per il perseguimento di obiettivi specifici.
La membership di Ankara nella NATO è parte integrante dell’universalismo imperiale turco, che impone all’impero di giocare su tutti i fronti, di essere presente (anche simbolicamente) in ogni scenario cruciale per il destino del pianeta. Sebbene sia particolarmente difficile prevedere un’eventuale nuova guerra entro fine secolo, ciò che è sicuro è l’ormai prossimo ritorno in grande stile dell’agenda egemonica dei turchi, ora più che mai galvanizzati dalla sensazione di star tornando al grado di prestigio internazionale che li ha contraddistinti per larghi tratti della storia umana.






Lascia un commento