Salito alla ribalta con slogan apparentemente apocalittici, il presidente argentino Javier Milei si è recentemente aggiudicato, oltre all’endorsement del Fondo Monetario Internazionale, anche il premio Milton Friedman. Quanto di più inimmaginabile se si pensa alle urla, le volgarità e le motoseghe, che erano state il leitmotiv della sua campagna elettorale.
Javier Milei è molto meno “loco” di quanto sembri
1.73m di altezza, basettoni anni ’60, voce graffiante, gestacci e performances quasi teatrali, spesso con “oggetti” più o meno improbabili: guardando un personaggio del genere, nessuno immaginerebbe di trovarsi al cospetto di un prestigioso economista, docente di macroeconomia, economia della crescita, microeconomia e matematica per l’economia, rodato nelle fila più grandi istituzioni bancarie del mondo e membro di organizzazioni come il World Economic Forum e la Camera di Commercio Internazionale. Nonché nuovo idolo un po’ ovunque nei circoli delle destre internazionali, come testimonia anche la recente partecipazione ad Atreju.

Il termine “loco” gli si addice per una sfrontatezza inedita e quasi visionaria nel capire l’esigenza di un peculiare populismo, violento nelle parole ma non nell’azione politica, il che lo rende anche vagamente comico (e, in alcuni casi, logicamente contraddittorio). Javier Milei non è un “pazzo”, quanto piuttosto un acuto showman-politico che ha saputo trasformare la rabbia sociale dei suoi cittadini in un momento di aggregazione quasi goliardico, autolegittimandosi in virtù di “eroe anti-casta” pur essendo lui stesso un membro quasi onorario dell’establishment finanziario mondiale.
Tagliare, tagliare e ancora tagliare
Il diktat economico più blasonato, specie tra le grandi istituzioni internazionali e le agenzie di rating, è in pianta stabile quello del “taglio”, della spending review, dell’austerità. Nessun problema: Javier Milei, rispettando le proprie promesse elettorali, ha messo in atto il più drastico repulisti amministrativo della storia nazionale, con un taglio della spesa pubblica del 74% che ha interessato stipendi dei dipendenti pubblici, impieghi politici ed amministrativi, pensioni, istruzione, sanità, ricerca scientifica e programmi di assistenza sociale.
Risultati inimmaginabili…
Gli effetti macroeconomici della “motosega Milei” sono stati straordinari. Tanto per cominciare, è arrivata una drastica riduzione dell’inflazione. Il tasso mensile è passato dal 26% di dicembre 2023 al 2,7% di ottobre 2024, stabilizzando il peso argentino rispetto al dollaro e riducendo l’incertezza economica per cittadini e imprese.
L’Argentina ha registrato a gennaio un avanzo finanziario di 518.408 milioni di pesos argentini (576 milioni di euro): si tratta del primo risultato finanziario positivo del Paese dall’agosto 2012 e per il mese di gennaio dal 2011, secondo i dati del ministero dell’Economia. Nel primo mese dell’anno, l’Argentina ha registrato un avanzo primario di 2.010 miliardi di pesos argentini (2.234 milioni di euro), mentre le entrate totali hanno raggiunto i 6.100 miliardi (6.830 milioni di euro), con un incremento del 256,7% su base annua.
– Il Sole 24 Ore
“Deficit zero, non si negozia“: l’Argentina ha i bilanci in attivo, e il plauso del Fondo Monetario Internazionale è stato tale da portare a valutare la rinegoziazione delle rate del debito monstre di 44 miliardi di euro. Il costo della macchina pubblica è diminuito del 28%, all’insegna di una cura ultraliberista che ne ha decimato i processi burocratici grazie a deregolamentazioni e privatizzazioni (su tutte quella del colosso petrolifero YPF e della compagnia aerea di bandiera, la Aerolíneas Argentinas).

Mentre il 2023 si chiudeva con un disavanzo di 6 miliardi di dollari, il 2024 è stato segnato da una crescita di 18 miliardi, un traguardo storico che Milei ha prontamente rivendicato come prima tappa del suo ambiziosissimo progetto per il paese. La stabilità finanziaria dell’Argentina ora sembra non essere più un miraggio utopico, anche a fronte di un debito pubblico che nel 2023 ha superato la soglia dei 400 miliardi di dollari.
Messa così, insomma, sembrerebbe un sogno da film hollywoodiano.
…ma non è tutto oro quel che luccica
Come per ogni farmaco “strong”, c’è un lunghissimo foglietto illustrativo pieno zeppo di controindicazioni ed “effetti collaterali anche gravi”. Il primo su tutto è un pesante aumento della povertà, salita oltre il 50% rispetto al 40-45% degli anni precedenti. Milei in effetti non aveva foderato di prosciutto gli occhi dei suoi elettori, annunciando che sarebbero stati “tempi duri” di lacrime e sangue.
Un argentino su due non arriva alla fine del mese, mancando del sostentamento necessario a condurre una vita decente. Il che è una conseguenza anche prevedibile dell’improvvisa amputazione amministrativa operata da Milei, con una crescita finanziaria che è andata troppo avanti rispetto a quella di stipendi e patrimoni dei singoli cittadini (la maggior parte dei quali, tra le altre cose, ha subito un repentino congelamento degli aumenti, sempre in virtù del taglio della spesa pubblica).

Oltre alla sostanziale povertà che investe l’argentina, il rischio a lungo termine è quello di vedere una nazione che col passare degli anni potrebbe diventare una sorta di gigantesco centro commerciale, una terra di nessuno con uno stato debole che provvede semplicemente a disegnare le linee guida che poi i privati dovranno limitarsi a seguire con un controllo scarso o del tutto assente, a causa delle numerosissime deregolamentazioni che hanno investito tutti i settori della vita argentina.
Vita argentina che ora è diventata estremamente costosa, al punto che sempre più argentini trascorrono l’e vacanze estive nel vicino Brasile. Sarà inevitabile un aumento esponenziale di investitori esteri in tutti i settori, che logicamente porterà alla diminuzione dell’effettiva sovranità nazionale su gran parte della vita industriale, commerciale e produttiva del paese.
In gioco c’è l’Argentina stessa
Più che una semplice sfida, quella che si trova a fronteggiare il governo Milei è una finale di Champions League: la svolta ultraliberista ha modificato in maniera importante il substrato economico ed amministrativo del paese, in maniera quasi irreversibile nel breve-medio termine. O comunque irreversibile senza andare in contro ad una completa macelleria sociale.
Se le previsioni dell’attuale inquilino della Casa Rosada si avvereranno anche solo in parte, nei prossimi anni il potere d’acquisto degli argentini potrebbe avvicinarsi a quello dei paesi economicamente civilizzati, a patto che l’exploit finanziario si arresti a livelli sostenibili per essere raggiunto da quello dell’economia reale, al momento in crisi nera.

Qualora le cose dovessero andare male, gli scenari sono vari e potenzialmente catastrofici. Su tutti, nei pensieri di molti analisti aleggia la paura di una bolla speculativa incontrollata ad opera di un nuovo nucleo economico-industriale privato totalmente deregolamentato, libero di fare e disfare con le proprie mani, di realizzare profitti allucinanti con contratti da fame, di spostare i propri capitali senza nessun controllo, con ricadute tremende sullo stesso sistema-paese. E la storia (più o meno recente) ci insegna che è uno scenario possibile.
Cioè?
Come prassi, da ogni magazine, blog, forum o consesso di autori più o meno quotati che si rispetti, se non c’è una previsione del futuro imperfetto stile cartomanzia allora non è geopolitica. Ebbene, senza fare vere e proprie previsioni proviamo a capire quali possono essere le implicazioni pratiche di un ultraliberismo senza regole, anche facendo riferimento ad un un po’ di storia.
A dispetto di quanto si creda, il “metodo Milei” non è una novità assoluta in Argentina. Prima dell’attuale presidente (potendo ipotizzare addirittura che possa esserne stato un ispiratore, pure per quei consistenti basettoni) un disegno di Stato enormemente liberista, debole in materia di controllo sugli investimenti privati ed esteri e sostanzialmente aperto ad essere terra fertile per altre potenze era stato messo in atto da Carlos Menem, presidente dell’Argentina dal 1989 al 1999.
Il modello Menem era in tutto e per tutto affine a quello di Milei: taglio della spesa pubblica, privatizzazione sfrenata, deregolamentazione totale e apertura dei cancelli al flusso di capitali esteri nelle compagnie di bandiera argentine. il risultato fu una catastrofe, nonostante nei primi anni di governo le politiche economiche di ultraliberismo e spending review riuscirono a domare l’inflazione e, proprio come oggi, a portare fiducia nel modello argentino anche dal Fondo Monetario Internazionale che ne vedeva tracce di stabilità.
I problemi non tardarono ad arrivare: le misure macroeconomiche di Menem avevano portato il peso (moneta) argentino ad una potenza notevole, equiparandone il valore a quello del dollaro. Sebbene ciò abbia portato indubbiamente alla crescita dell’appetito di privati e stranieri, dopo un iniziale periodo di grande benessere economico, la piccola e media impresa Argentina (soprattutto agricola e manifatturiera) andò incontro ad una vera e propria ecatombe, con i prezzi delle materie prime e i costi di gestione che duplicavano rispetto ai profitti, portando l’intero ceto medio ad una crisi totale che gettò il paese in una macelleria sociale.
Allo stesso tempo, esattamente come sta accadendo in questi giorni, Menem provava a ricucire i rapporti con il Regno Unito (inaspritisi notevolmente dopo la guerra per le isole Falkland) e con gli Stati Uniti, che nel frattempo ampliavano il proprio dominio continentale acquistando quote rilevanti delle compagnie di bandiera nazionali.
Complici anche le gravi crisi economiche che negli anni 90 colpirono duramente le economie di Messico e Brasile, principali partner dell’export argentino, l’amministrazione Menem si trovò a dover fronteggiare quella grave crisi senza neanche più la certezza del surplus commerciale. Con la tenuta stessa della nazione a rischio, l’Argentina si rivolse nuovamente al Fondo Monetario Internazionale, che di tutta risposta ritirò il prestito e fece sprofondare definitivamente il paese. Vennero tempi estremamente duri, probabilmente come mai vi furono in precedenza.
Tra le cause del fallimento di Menem c’è anche la risposta all’ottimismo del fondo monetario internazionale: forte di quella che credeva essere una sorta di garanzia finanziaria a lungo termine da parte della principale istituzione creditizia del mondo, il governo Menem ha continuato ad indebitarsi senza tuttavia concentrare le risorse su investimenti strategici, industrie, mercato del lavoro o efficientamento delle strutture produttive già presenti sul suolo nazionale.
Alla base di tutto c’è la prevalenza di una visione economicistica che non tiene conto, spesso e volentieri, del contesto del paese in questione, delle sue caratteristiche interne e delle sue reali prospettive di crescita. Rafforzare in maniera così pesante il valore della moneta in tempi così brevi e insieme aprire le frontiere al flusso di capitali stranieri e dei grandi privati significa matematicamente escludere l’anima del paese dalla vita economica dello stesso, creando sì una concentrazione notevole di denaro spendibile e di nuove realtà produttive ma concentrate nelle mani di pochi potentati che possono usufruire a proprio vantaggio di una moneta pesante che costringe anche la media borghesia ad affrontare una crisi di prezzi di qualsiasi tipo di bene dalla quale verosimilmente è impossibile uscire in un tempo ragionevole.
Un discorso anche geopolitico
Altamente rischiosa sarebbe anche l’eccessiva infiltrazione di economie e potenze straniere negli affari nazionali attraverso industrie ed export, il che sarebbe possibile in virtù del progressivo indebolimento di autorità e strutture amministrative dello stato, con i grandi privati che a breve arriveranno a sostituire la pubblica amministrazione in molti settori.
Se la storia è davvero maestra, dovremmo ormai essere consapevoli del fatto che la potenza effettiva di una nazione viene dalla propria autosufficienza. Non che l’Argentina sia stata o debba mai diventare una potenza (nonostante per alcuni anni fu uno tra i paesi più ricchi al mondo, con un Pil pro capite pari a quello della Svizzera o della Germania), ma tra i maggiori pericoli a lungo termine, dunque non prettamente economici, c’è quello di trovarsi con il tempo a non disporre più in autonomia dei propri asset strategici.
Porti, compagnie petrolifere o aeree, industrie metallurgiche e metalmeccaniche, consorzi agricoli, tutto ciò che determina la struttura ossea del paese-Argentina può ora essere facilmente acquistato, senza alcun tipo di ostacolo normativo, da paesi stranieri, direttamente o attraverso grandi società che fanno comunque capo ad un interesse strategico estero. Se ad esempio il porto di Buenos Aires diventasse una struttura a disposizione di Stati come la Cina, che sempre più sta cercando opportunità nei porti delle Americhe del centro e del sud per esportare prodotti industriali e perché no, anche il fentanyl, sarebbe immediato ipotizzare una dannosa infiltrazione interna ad un paese che pur non essendo un partner strategico di particolare rilevanza per il blocco statunitense è comunque una delle maggiori realtà del sud Atlantico, con grandi risorse a disposizione e una rete di commercio più o meno efficace con i paesi circostanti i cui equilibri incidono direttamente nello scacchiere internazionale.
Insomma, pregi e difetti della cura Milei sono sostanzialmente variabili impazzite che comportano numerosi scossoni alla vita del paese. È necessario da parte di Milei, e soprattutto da parte delle amministrazioni successive, disegnare con accortezza un sistema-paese più o meno coerente ed autosostenibile, al contempo sovrano e comunque aperto alle giuste partnership (su questo è un segnale positivo l’uscita dai BRICS in favore di un rafforzamento delle relazioni con gli inquilini americani del nord del continente).

È possibile? Si può fare? La linea rossa che intercorre tra magia e gioco di prestigio è fragile e sottile. Dietro all’incredibile slancio macroeconomico dell’Argentina c’è logicamente uno stato di povertà (legato al rafforzamento monetario e alle politiche di austerity) che gli abitanti dovranno dimostrare di saper sostenere, ma che soprattutto hanno dimostrato di non saper sostenere in periodi più o meno recenti, condotti da un leader che ha goduto per 10 anni del controllo del paese proprio all’insegna del metodo Milei. È comunque positivo il fatto che Milei goda ancora di un larghissimo consenso nel paese (secondo i sondaggi, più della metà degli argentini appoggia le scelte del presidente), ma se i risultati non arriveranno le conseguenze potrebbero essere ancora più gravi di quelle dell’esperimento Menem (soltanto dal punto di vista sociale il paese fu paralizzato da uno sciopero che riscosse l’adesione dell’80% dei lavoratori argentini).
Se sarà realtà o illusione lo sapremo soltanto a posteriori. Il prestigio di Milei presso le principali autorità economico-finanziare del mondo è un punto di partenza, da qui in poi sarà impresa ardua realizzare un miracolo nazionale. Nulla è davvero impossibile, che si tratti di grandi imprese o di grandi catastrofi.
Il piano Milei per attrarre capitali parte dal RIGI
Il primo passo dell’Argentina di Milei nella dimensione dell’attrazione dei capitali privati e stranieri è l’approvazione del RIGI (Régimen de incentivos a las grandes inversiones – regime di incentivi ai grandi investimenti).
Esso include incentivi fiscali, doganali e di cambio per le aziende che sviluppino un progetto di almeno 200 milioni di dollari nei settori agroalimentare, infrastrutturale, forestale, minerario, petrolifero e del gas, energetico o tecnologico. Milei ha introdotto il programma nel dicembre 2023 come parte di un pacchetto più ampio di riforme noto come Omnibus bill che mira a deregolamentare significativamente l’economia e riformare il settore del lavoro. È uno dei primi fondamentali atti legislativi del presidente argentino.
Oro e argento hanno rappresentato il 4,4% delle esportazioni totali dell’Argentina nel 2023 e hanno portato 3 miliardi di dollari, secondo un rapporto dell’istituto statistico argentino INDEC. Le esportazioni di litio hanno totalizzato 846 milioni di dollari, con un aumento del 21,6% anno su anno.
I progetti ammessi al programma RIGI pagherebbero il 25% di imposta sul reddito, anziché il 35%, potrebbero pagare l’imposta sul valore aggiunto con certificati di credito d’imposta e sarebbero esenti da alcuni dazi all’importazione e da tutti i dazi all’esportazione dopo tre anni, tra gli altri vantaggi.
Le aziende non saranno costrette a convertire i ricavi delle esportazioni in valuta locale dopo due anni di attività, come attualmente richiesto per ricostituire le riserve in calo della Banca centrale, e verrà loro promesso che i benefici previsti dal RIGI saranno garantiti per 30 anni, indipendentemente dai cambiamenti di governo.
La colonizzazione estera dell’Argentina è già iniziata, con lo stabilimento minerario canadese First Quantum che investirà 3,5 miliardi di dollari per sviluppare un progetto di estrazione del rame nella provincia di Salta e la richiesta ufficiale della McEwen Copper Mining Inc. di reclutamento investitori per aprire un nuovo sito di estrazione mineraria a Los Azules.
Amici analisti molto più cinici e maliziosi di me diranno che ci sono tutti i presupposti per una seconda “catastrofe Menem”. Noi, che invece abbiamo bisogno anche di lettori simpatizzanti il modello Milei, preferiamo tenerci sul vago rispondendo piuttosto con ulteriori domande, come la seguente:
Quale Argentina?
Non ha tutti i torti chi non considera neanche un paese vero e proprio l’Argentina, poiché dalla proclamazione dell’Indipendenza ad oggi non si è mai mai vista una linea programmatica vera e propria nella gestione degli affari pubblici che avesse un effettivo fondamento basato su una visione di paese che gli argentini stessi non hanno, se non nella saltuaria infatuazione per buffi, controversi, grotteschi e a tratti inquietanti leader più o meno autoproclamati, più o meno legittimati, più o meno in grado di essere rilevanti in positivo per le sorti dell’Argentino comune.
Stiamo parlando di un paese che ha dichiarato bancarotta per ben 10 volte nell’arco di un secolo e mezzo, e tutte le volte con un modello di gestione economica bene o male differente dai precedenti; un paese che è passato nel giro di pochi anni da Jorge Videla (il cosiddetto Hitler della Pampa) a Carlos Menem, economista ultraliberista fautore di libero mercato e partnership internazionali.
Il periodo di temporaneo benessere dello storico governo Peron, corporativista ed isolazionista, ha avuto ricadute catastrofiche sulle generazioni successive, facendo sprofondare l’Argentina nel baratro definitivo che attualmente la avvolge in tutti i sensi.
Volendo tirare una maliziosa stoccata agli amici economisti, si potrebbe dire che gran parte delle loro previsioni non hanno tenuto conto di fattori fondamentali che hanno causato le più grandi crisi della storia, o peggio, a volte ne sono state addirittura la causa. Quasi sempre è mancato l’apporto della dottrina storica e sociale, che prescinde da modelli di tassazione, flussi di capitale, spiegoni accademici e studi di bilancio. Trovare la soluzione alla dannazione eterna dell’Argentina non è possibile in alcun modo attraverso semplici schemi di numeri e percentuali, poiché il paese stesso manca di un cuore pulsante.
L’Argentina è nientepopodimeno che un’ex colonia spagnola, indipendente da poco più di due secoli, che è stata un infinito crocevia di immigrati prevalentemente europei che non sono mai stati assimilati all’interno di un canone nazionale. Si tratta di un paese diviso tra grandi metropoli come Buenos Aires che hanno densità abitativa di 14.000 abitanti per chilometro quadrato (sette volte quella di Roma, per capirci) e le province che in alcuni casi arrivano a malapena ad un abitante per chilometro quadrato. L’unica costante È stata sempre la strettissima dipendenza dal “flusso degli eventi”: con un’economia prevalentemente basata su agricoltura, allevamento caccia e pesca, silvicoltura ed estrazione mineraria, senza un vero e proprio nucleo dirigente autoctono, l’Argentina non può far altro che oscillare tra modelli opposti di gestione della vita pubblica frutto dell’uno o dell’altra crisi inevitabilmente generata dai precedenti, saltuariamente rinzeppando i conti pubblici con improvvise liberalizzazioni che coinvolgono investitori esteri simil-coloniali, dissanguano l’anima produttiva locale, generano catastrofi e poi fanno fuggire quegli stessi investitori che si ritrovano ad avere investito in un paese che puntualmente ritorna in crisi, tra violenze e colpi di stato.
L’Argentina sopravvivrà con la cura Milei? Questo non ci è dato saperlo. È tuttavia verosimile presumere che sopravvivrà alla cura Milei, con una tendenza inesorabile all’autodistruzione che non conosce stop neanche davanti ai calcoli dei più prestigiosi economisti di questa Terra.






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