Se c’è una certezza che la storia si è occupata di rendere incontestabile è che Jimmy Carter, 39º presidente degli Stati Uniti, ha vissuto almeno quanto l’influenza della sua politica alla Casa Bianca. Dall’abbandono del canale di Panama agli accordi di Camp David, fino a giungere al riconoscimento universale della Repubblica popolare cinese, la presidenza Carter è stata nella politica una delle più significative dal dopoguerra in avanti.
Vietnam, Panama e Iran: decisioni difficili
Tra le maggiori cause di attacco alla credibilità della presidenza di Jimmy Carter c’è una sostanziale debolezza che gli veniva attribuita soprattutto dagli avversari repubblicani. Una delle principali decisioni di politica interna di Carter, che gli era valsa un’ampia contestazione soprattutto dalle frange più conservatrici della società americana, era stata l’amnistia verso tutti i disertori della guerra del Vietnam, molti dei quali erano emigrati in Canada.
Conscio della necessità di risanare una delle più profonde ferite della storia americana come lo era stata la guerra del Vietnam, Carter aveva preso una decisione forte che gli costò molto in termini di consenso. Si rivelò, tuttavia, una mossa di grande sensibilità politica, che favorì il reintegro nella società di frange importanti di cittadini americani che si erano sentiti, a ragion veduta, traditi e umiliati da una guerra ventennale estenuante. Una guerra che col senno del poi sappiamo essere stata una fallimentare carneficina sotto tutti i punti di vista.

Un’altra delle ragioni che screditò pesantemente la figura di Carter (tanto da costargli la rielezione nel 1980 contro Ronald Reagan) fu l’incapacità di far liberare (in tempo) i 52 diplomatici americani tenuti in ostaggio dal 4 novembre 1979 al 20 gennaio 1981 a seguito dell’irruzione di un gruppo di studenti afferenti alla fronda rivoluzionaria nell’ambasciata americana a Teheran. Dopo il fallimento dell’operazione Eagle Claw, una complessa missione di esfiltrazione militare attuata con 8 elicotteri da guerra che finirono arenati in una discreta serie di sfortunati eventi (tra cui una tempesta di sabbia), le negoziazioni furono complicate ed ostacolate di continuo. Ironia della sorte vuole che si riuscì a trovare un accordo per la liberazione degli ostaggi, ma troppo tardi: essi fecero ritorno a casa dopo l’inizio del mandato di Reagan. Come noto, in materia strategica il tempo è tutto.

Come se non bastasse, la sua presidenza visse la più profonda crisi petrolifera della storia statunitense. Dopo la destituzione dello Scià di Persia, Mohammad Reza Pahlavi, l’Ayatollah Ruḥollāh Moṣṭafāvī Mōsavī Khomeynī, capo della rivoluzione iraniana, bloccò del tutto le esportazioni di oro nero verso gli Stati Uniti, il che si ripercosse inevitabilmente sull’amministrazione Carter, accusata di non aver anticipatamente previsto e affrontato la minaccia.
Ultima ma non meno importante questione dibattuta dell’amministrazione Carter fu quella di rinunciare al controllo sul canale di Panama. Casa Bianca e Pentagono avevano capito che il dominio securitario sullo stretto sarebbe costato un’ulteriore dispiegamento permanente di soldati, un aumento dello stato di tensione generale e un disincentivo al disarmo sovietico. Una scelta che si rivelerà vincente a lungo termine, tant’è che addirittura il suo più strenuo oppositore, il presidente Ronald Reagan, una volta eletto dimenticherà in fretta la questione, e con essa ogni promessa di riappropriazione del canale.

La pace pragmatica in Medio Oriente
Da sempre impegnato al massimo nella risoluzione pacifica dei conflitti e nella promozione dei diritti umani universali, Jimmy Carter è stato probabilmente l’unico politico americano che è riuscito (non senza l’assenso dei suoi apparati, si intende) a tenere fede alle proprie promesse di pacifismo pragmatico sulle guerre che hanno riguardato più o meno direttamente l’influenza americana.
Tra i più grandi traguardi della sua presidenza vi sono infatti gli accordi di Camp David, firmati presso la casa Bianca dal Presidente egiziano Anwar al-Sadat e dal Primo Ministro israeliano Menachem Begin. Accordi raggiunti dopo quasi due settimane di negoziati segreti tra i due leader nella residenza presidenziale di Camp David.

Essi non solo prevedevano l’istituzione di autorità autonome di stampo autoctono in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, ma attuavano definitivamente le direttive presenti nella risoluzione 242 del consiglio delle Nazioni Unite che prevedevano il ritiro israeliano dai territori occupati durante la guerra di Yom Kippur, con la restituzione del Sinai all’Egitto in cambio della garanzia di transito pacifico delle navi israeliane all’interno del canale di Suez. I trattati stabilivano inoltre un impegno americano nel sovvenzionare con aiuti economici, militari e umanitari dal valore di miliardi di dollari per entrambi i paesi. Aiuti tuttora vigenti.
Il disinnesco sovietico, lo sguardo in Asia
Nell’ottica della Guerra Fredda, Jimmy Carter riuscì ad ultimare in maniera pressoché definitiva un’acuta tattica di isolazionismo sovietico, avvicinando gli U.S.A. alla Cina per la prima volta in maniera solare. Sebbene i primi dialoghi iniziarono con Richard Nixon ed il suo Consigliere per la sicurezza nazionale e Segretario di Stato Henry Kissinger, con l’iconico viaggio di quest’ultimo presso la corte di Mao Zedong, gli apparati americani mantennero per quanto possibile un sostanziale basso profilo. Fu con Carter che si mise in atto il definitivo disgelo con il Trono del Dragone, fino a dichiararne ufficialmente il riconoscimento come legittima Repubblica Popolare. Ciò comportò una rottura con Taiwan, ma il traguardo strategico raggiunto fu di inestimabile valore negli sviluppi della Guerra Fredda. Nemmeno dieci anni dopo, l’Unione Sovietica sarebbe collassata su sé stessa.

Come contromisura strategica ad una possibile eccessiva crescita cinese in Asia, l’amministrazione Carter portò avanti una brillante politica estera di partnership militari e securitarie intensificando di molto i rapporti con Corea del Sud, Giappone e Filippine, ponendo le basi per l’instaurazione di quello che oggi conosciamo come QUAD e culminando, in tempi recenti, con la linea del Pivot to Asia portata avanti dalla presidenza Obama.
Jimmy Carter ebbe tra le altre cose un ruolo fondamentale nel disarmo atomico sovietico, anche grazie alla collaborazione di Leoníd Bréžnev, capo dell’URSS fino al 1982, con cui instaurò rapporti di distensione reciproca. Gli accordi SALT II (Strategic Arms Limitation Talks), sebbene mai ratificati successivamente alla firma a causa dell’invasione sovietica dell’Afghanistan, istituirono tra le due potenze un rapporto di mutua propensione alla stretta sulle armi atomiche, disinnescando in maniera quasi definitiva il terrore della catastrofe nucleare che permeava l’opinione pubblica durante gli anni della crisi dei missili di Cuba.
Il dilemma dello stratega: amato dai posteri, odiato dai contemporanei
“Se la gran folla chiede qualcosa, tu fai esattamente il contrario“. Ecco, non è da prendere eccessivamente alla lettera ma di sicuro il presidente Carter aveva capito l’importanza di saper prendere decisioni difficili, con la piena assunzione di responsabilità rispetto al proprio elettorato. Il “pacifismo” di Carter era tutto il contrario rispetto alla bieca e grossolana tendenza attuale a fare i bastian contrari verso qualunque cosa abbia il marchio NATO, infantile fascinazione anarchica tipica di chi sostanzialmente se la passa bene. Era piuttosto una visione strategica ragionata e coltivata attraverso un confronto costante con i suoi apparati, l’apertura istituzionale a qualsiasi scenario e soprattutto la capacità di perseguire dialoghi apparentemente impossibili all’insegna di obiettivi maggiori.
Bombardare l’Iran senza se e senza ma, magari con un’invasione diretta, mettendo gli stivali nelle sabbie del Medio Oriente cavalcando l’onda dello sdegno per l’affronto diplomatico subìto sarebbe stato un lasciapassare certo per la vittoria delle elezioni contro Reagan, compattando il fronte interno del paese contro la celeberrima “minaccia esterna imminente“.
Ma Carter sapeva bene che un atto simile avrebbe provocato un’escalation pericolosa, paragonabile in termini di vite umane e soldati impiegati alla guerra del Vietnam. Rinunciando alla popolarità tipica dell’uomo forte nel florido (elettoralmente) contesto della Guerra Fredda, l‘amministrazione Carter ha risparmiato agli Stati Uniti ciò che invece sarebbe accaduto con le invasioni di Iraq ed Afghanistan avvenute sotto l’amministrazione di Bush Jr.: una catastrofe epocale, che avrebbe generato un quadro di instabilità regionale che tutt’ora non conosce via d’uscita.
Jimmy Carter si spegne all’età di cento anni, ma ad oggi possiamo dire che il suo lascito politico, per quanto passato in sordina, sia di un peso specifico immenso, la cui memoria storica permarrà non tanto forse nell’opinione pubblica, quanto nelle dottrine strategiche che gli apparati americani dovranno rispolverare in tempi così globalmente incerti e bellicamente insidiosi.






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