La carcerazione di Cecilia Sala riporta l’attenzione su un altro risvolto della complessa e più o meno latente guerra che l’Iran sta combattendo per l’egemonia mediorientale. Una zona grigia all’interno della quale le linee di confine tra diplomazia, intelligence, ricatto e propaganda sono sempre più offuscate ed indistinguibili, specie per la moltitudine di fattori coinvolti nelle tattiche del regime di Teheran.

Le motivazioni dell’arresto di Cecilia Sala

Spoiler: nessuna. O almeno, nessuna che sia riscontrabile nella prassi internazionale, men che meno in quella del diritto “coranico” al quale il regime rivoluzionario iraniano si appella in modo più o meno convincente per giustificare le proprie scorribande. La ratio della detenzione della giornalista italiana, penna (e voce) di punta de Il Foglio e di Chora Media, è da rintracciare all’interno di una serie di trame aggrovigliate, che seguono percorsi non sempre uguali e sovrapponibili. La prima di queste porta il nome di Mohammad Abedini Najafabadi.

Mohammad Abedini Najafabadi

Mohammad Abedini, l’asso hi-tech dell’IRGC

Immediatamente dopo l’arresto di Cecilia Sala, accusata in maniera vaga di “aver violato la legge islamica in territorio iraniano”, la diplomazia iraniana si è affaccendata per trattare con il governo italiano circa il rilascio di Mohammad Abedini Najafabadi, un individuo decisamente importante nelle gerarchie militari e tecnologiche delle forze armate iraniane, arrestato all’aeroporto di Malpensa (Milano) su mandato americano con accuse estremamente gravi.

Secondo i documenti del Dipartimento di Giustizia Americano, Abedini è il fondatore ed amministratore delegato di una società iraniana, la San’at Danesh Rahpooyan Aflak Co. (SDRA o SADRA), che produce moduli di navigazione utilizzati nel programma di droni militari dell’IRGC (Corpo delle guardie della rivoluzione islamica, ndr). L’attività principale di SDRA è la vendita di un sistema di navigazione proprietario noto come Sepehr Navigation System all’IRGC, che gli Stati Uniti hanno designato come “organizzazione terroristica straniera” il 15 aprile 2019. L’applicazione principale del Sepehr Navigation System è dettata dall’uso nei cosiddetti UAV (“aeromobili a pilotaggio remoto”), nonché nei missili da crociera e in quelli balistici.

F-14 Tomcat, caccia di punta dell’aviazione militare iraniana

Come affermato nei documenti del tribunale, Abedini, il socio Mahdi Sadeghi ed altri soggetti hanno “cospirato per eludere le leggi statunitensi sul controllo delle esportazioni e sulle sanzioni, procurandosi beni, servizi e tecnologie di origine statunitense, tra gli altri, dalla US Company 1 e facendo sì che tali beni, servizi e tecnologie venissero esportati o altrimenti forniti all’Iran e, in particolare, alla società iraniana di Abedini, la SDRA” (leggi qui l’accusa integrale della Corte del Massachusetts contro Mohammad Abedini e Mahdi Sadeghi).

I recenti analoghi

La memoria più recente ci riporta allo scambio di prigionieri tra Svezia e Iran che coinvolse il funzionario iraniano Hamid Nouri ed il diplomatico Johan Floderus insieme al sig. Saeed Azizi.

Nouri era stato condannato all’ergastolo e all’espulsione con divieto permanente di rientrare in Svezia, insieme al pagamento di danni per un importo di 1,2 milioni di corone svedesi, per essere stato una figura chiave nelle esecuzioni del 1988 di prigionieri politici iraniani. Nouri, al quale sono stati imputati oltre 100 omicidi, è stato liberato nell’ambito di una trattativa che ha visto riportare in patria il diplomatico svedese John Floredus, arrestato dalle autorità iraniane all’aeroporto internazionale di Teheran nell’aprile 2022, detenuto nella prigione di Evin.

Inutile dire che i due casi non sono minimamente paragonabili. La persecuzione penale di Nouri non ha niente a che vedere con quella di Abedini, trattandosi di crimini commessi esclusivamente in territorio iraniano e senza costituire alcun pericolo per gli apparati militari e di intelligence di alcun paese occidentale.

Un precedente molto simile si è invece verificato nell’ambito dello scambio di prigionieri avvenuto tra USA e Iran a settembre 2023, quando cinque detenuti americani, nello specifico Morad Tahbaz (ambientalista), Siamak Namazi (imprenditore petrolifero) ed Emad Shargi (imprenditore nel venture capital) insieme a due anonimi sono stati fatti tornare in patria in cambio di cinque figure protagoniste di vicende piuttosto pesanti:

  • Mehrdad Moein Ansari (condannato a 63 mesi di prigione nel 2021 per aver violato le sanzioni all’Iran come parte di un piano per ottenere parti militari sensibili, secondo il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti);
  • Kambiz Attar Kashani (condannato a 30 mesi di prigione per aver cospirato per esportare illegalmente beni e tecnologie statunitensi in Iran, inclusa la Banca centrale dell’Iran, che il governo degli Stati Uniti ha indicato come sostenitrice di organizzazioni terroristiche);
  • Reza Sarhangpour-Kafrani (accusato di esportazione illegale di attrezzature di laboratorio dagli Stati Uniti all’Iran, attraverso il Canada e gli Emirati Arabi Uniti);
  • Amin Hasanzadeh (ingegnere e ricercatore presso l’Università del Michigan accusato di aver preso parte ad un piano durato un anno per rubare dati riservati su un progetto del settore aerospaziale, presumibilmente inviando via e-mail i dati riservati al fratello in Iran: graziato dal presidente Biden);
  • Kaveh Lotfolah Afrasiab (arrestato dall’FBI nella sua casa nel Massachusetts con l’accusa di aver agito e cospirato per agire in qualità di agente non registrato del governo iraniano, con lo scopo di diffondere propaganda).

In più, oltre alle scarcerazioni, gli Stati Uniti hanno rimosso parte delle sanzioni all’Iran, sbloccando sei miliardi di dollari di fondi petroliferi iraniani detenuti in banche sudcoreane, facendoli confluire nel circuito finanziario qatariota (e quando mai Doha perde l’occasione di mediare questo tipo di dispute).

Ciò che non risalta all’occhio, ma che dovrebbe, è il fatto che due dei prigionieri americani coinvolti nello scambio siano stati mantenuti anonimi. Diciamo che due imprenditori e un ambientalista sono una contropartita piuttosto magra per cinque cospiratori iraniani attivi sul suolo nazionale, accusati di aver rubato dati militari sensibili e software aerospaziali.

Obiettivo di facciata: un complicato scambio…

Tornando ad oggi, l’atteggiamento della diplomazia iraniana non è stato propriamente quello di chi in effetti si aspetterebbe un risultato reale da una trattativa per lo scambio tra Cecilia Sala e Mohammad Abedini.

Far filtrare immediatamente il nome del proprio asso alla stampa, nel lessico diplomatico, significa sostanzialmente bruciarsi la pedina nel breve termine e fissare il discorso su un obiettivo più o meno irraggiungibile: la liberazione di un esperto informatico nella programmazione di software militari, asso dello spionaggio industriale, che è risultato fondamentale nella costruzione di armi e velivoli avanzati per una forza militare che gli Stati Uniti hanno bollato come “terroristica” e apertamente in guerra con l’impero a stelle e strisce. Il tutto realizzato rubando componenti militari americane soggette ad embargo, aggirando con astuzia il blocco commerciale attraverso una rete di società che conducono direttamente alle forze armate di Teheran.

E allora perché andare forte sul programmatore svizzero-iraniano se il risultato è quello del secco “no”?

…Obiettivo immediato: il fronte interno occidentale

Sebbene uno degli obiettivi auspicabili (quanto difficili) dell’Iran sia quello di poter tornare a beneficiare dei servigi di Abedini, la ghiotta occasione che gli apparati di Teheran hanno colto nell’immediato è quella del fare un “ostaggio”, che nel medio termine porterà ad ampie divisioni all’interno dell’opinione pubblica di frange importanti del blocco occidentale. Come insegna l’attuale conflitto russo-ucraino (ma anche quello israelo-palestinese/iraniano), situazioni di tensione che coinvolgono ostaggi e civili portano l’opinione pubblica di un paese a maturare posizioni sempre più aspre nei confronti del posizionamento internazionale del proprio governo. Nell’attualità specifica, criticando a spron battuto la politica estera dei propri “alleati” (più che eufemistico) americani.

Rinchiudere una giornalista occidentale in un carcere come quello di Evin, noto per le torture e le atrocità che si sono consumate all’interno delle sue mura nei riguardi dei dissidenti politici e religiosi, significa affrontare direttamente la tenuta della narrazione ideologica che l’asse occidentale adotta come dialettica di guerra nello scenario globale, soprattutto in ambito di diritti umani, liberalità, democrazia, difesa dei deboli e degli ultimi. Specie considerati i lavori editoriali di Cecilia Sala, che raccontano guerre, stermini, massacri, violazione del diritto internazionale, oppressione dei popoli e chi più ne ha più ne metta.

Il carcere di Evin

Siete davvero in grado di sostenere i vostri principi di libertà e uguaglianza anche in ambito diplomatico?“, è questo il messaggio da leggere tra le righe. Cecilia Sala e Mohammad Abedini sono due giocatori di campionati diversi nel lessico strategico, ça va sans dire. E di fronte alla surreale richiesta di liberazione di Abedini, che non può far altro che essere rispedita al mittente, il gioco di propaganda di Teheran trova la sua realizzazione nel “mostrare al mondo” una sorta di doppio standard applicato dagli alleati, che non terrebbero fede ai propri princìpi lasciando marcire in cella i cittadini occidentali che in un certo senso ne sono “paladini” pur di far dispetto alla controparte, rivelando il “grande inganno” della grammatica occidentale.

E in un momento che vede gli Stati Uniti in massima tensione per proteste di natura sociale, creare ulteriori pretesti di divisione interna e di battibecco con i propri clientes può risultare una tattica efficace nel destabilizzare le istituzioni, anche se non determinante nell’ottica dei conflitti armati che si stanno consumando nella regione mediorientale.

Stiamo dando per scontato, fino ad ora, che al centro di una così complessa situazione diplomatica ci sia una questione esclusivamente propagandistica. Ma conoscendo i nostri analoghi persiani (che salutiamo), è forte il dubbio che scomoderebbero diplomazia e intelligence per far mugugnare la stampa nostrana.

Un celato obiettivo reale?

Tornando alla summenzionata trattativa per il rilascio dei cinque proxy iraniani intercorsa nel settembre 2023, ciò che è quantomeno palese è che alla scarcerazione degli uni è seguita la scarcerazione di tre “civili” più due. Che tutt’ora non hanno un volto.

La chiave di lettura definitiva per cercare di dare un contorno alla detenzione della Sala è una possibile immissione nella trattativa di ulteriori figure non menzionate, proprio come accadde poco più di un anno fa. Così come i due imprenditori e l’ambientalista americano avevano concentrati su di sé occhi e orecchie della stampa, ai restanti due prigionieri è stato dedicato poco più che un trafiletto in mezzo ad un mare di testo.

Qualora Cecilia Sala fosse effettivamente parte integrante di una trattativa per liberare Mohammad Abedini, è quasi obbligatorio presumere che nella stessa trattativa saranno infilati in maniera abbastanza nascosta altri elementi che corrispondano quantomeno al valore strategico che Abedini ha per Teheran.

Per quanto la liberazione della Sala sia priorità assoluta, la matematica strategica non fa sconti: l’equazione tra un mago della programmazione di software militari ed una giornalista di cronaca è impossibile per qualsiasi apparato, figurarsi quelli americani…

Cecilia Sala – (Daniele Ciraolo)

Così una giornalista italiana si trova ad essere parafulmine mediatico in un affaire internazionale complicato e aggrovigliato, enormemente più grande di sé. Unica certezza in mezzo a tante ipotesi l’umana solidarietà per una connazionale, detenuta in condizioni disumane in una delle carceri più feroci del Medio Oriente e che vive un inferno in terra ormai da giorni. Qualunque sia il reale sottotesto di questa vicenda, che possa tradursi il prima possibile in un esito felice per Cecilia Sala e per la sua famiglia.

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