Dopo una particolare campagna elettorale che ha visto i repubblicani “rossi” (si fa per dire) stravincere sotto tutti i punti di vista, il Trump 2.0 si appresta a diventare realtà. Per quanto ormai il tycoon sembri essere ampiamente conosciuto in tutte le salse, più di qualche sfida inedita potrebbe segnarne il mandato. Tra tutte, la grande guerra contro sé stessi che ormai impegna gli americani in ogni frangente della loro vita quotidiana.

Soli e (in)felici

Il diktat trumpiano che ha condotto l’intera seconda metà dello scorso anno è arcinoto: “America First“, gli Stati Uniti d’America torneranno ad occuparsi di sé stessi, pensando solo al proprio bene, iniziando ad esigere il conto dei quasi ottant’anni di pax americana, direttamente da coloro che fino ad ora ne hanno beneficiato maggiormente.

L’ex presidente Donald Trump interviene a un summit ospitato dall’America First Policy Institute a Washington, DC, nel luglio 2022 – (CNN)

Ciò è indubbiamente contraddittorio, se si considera il fatto che l’attuale globalizzazione è essa stessa funzionale alla potenza americana, che non solo l’ha sapientemente generata ma ha anche avuto modo negli anni di consolidare la dipendenza dei suoi clientes nei propri confronti in un apparentemente perfetto sistema di cooperazione fra stati.

La tenebra bipolare che avvolge i cittadini americani è qualcosa che permea tutti gli ambiti della vita civile, sociale e pubblica americana: il 29% degli statunitensi, almeno una volta nella vita, è stato diagnosticato clinicamente depresso (1). E questo è un dato spaventoso se considerato in relazione alla superpotenza globale che dovrebbe assicurare la stabilità del pianeta.

Pacificare l’America profonda…

La rinuncia quasi totale all’industria manifatturiera interna(2), iniziata negli anni ’80, in favore dell’import sfrenato come strumento di dipendenza commerciale è stata una delle cause della perdita di certezze strutturali, al punto che nella promessa/minaccia trumpiana di dazi, protezionismo e sanzioni economiche anche ai paesi alleati gli americani dell’entroterra hanno intravisto l’occasione di un riscatto che sentono come dovuto.

Quella che oggi viene comunemente chiamata “Rust Belt” (ossia quella striscia di territorio compresa tra i Monti Appalachi e i Grandi Laghi che prende  Wisconsin, Illinois settentrionale alla Pennsylvania occidentale, stato di New York , gran parte dell’Indiana, del Michigan e  dell’Ohio) era fino all’inizio degli anni ’80 la vera colonna vertebrale statunitense, densa di tutte le maggiori fabbriche e industrie di bandiera.

Trump ha vinto conquistando tutto il Midwest, il cuore profondo e pulsante degli Stati Uniti, ciò da cui tutto è gemmato e questo è un indicatore chiaro delle necessità che Washington si prefigurerà nei prossimi anni: disimpegno bellico, parziale ristrutturazione della vecchia industria interna e un ritorno all’export che quantomeno riduca di qualche punto il deficit commerciale in una scala di grandezza adeguata a garantire la sopravvivenza economica e sociale di regioni apparentemente dimenticate ma cruciali (prima ed ora) nella vita americana.

…per scongiurare la ribellione dei Gracchi

La percezione comune dell’americano che vive dal Midwest alle Dixieland è quella di aver dato troppo per la collettività al di fuori di sé, con guerre scriteriate e peacekeeping globale che hanno finito per sfiancare del tutto l’anima continentale, arricchendo soltanto le borghesie d’élite (rappresentate dal wokismo) e impoverendo chi non abita le metropoli costiere.

La condizione di stanchezza imperiale in cui versa il continente è fin troppo simile a quella convulsione intestina tra classi sociali che aveva posto le basi per la fine della Repubblica di Roma, durante il periodo della ribellione dei Gracchi, generando quasi un secolo di sangue, guerre civili, dittature e vessazioni che culmineranno poi nella nascita della Roma imperiale di Augusto.

Le genti che componevano il cuore pulsante del tessuto sociale romano tra il secondo secolo avanti Cristo e l’inizio del principato di Augusto accusavano un malessere profondo, dovuto al fatto che le guerre che avevano combattuto negli anni precedenti avevano arricchito soltanto le classi più abbienti, i patrizi, i grandi proprietari, le élites che detenevano la maggior parte del potere economico repubblicano.

In una celebre orazione al Senato della Repubblica, il tribuno della plebe Tiberio Sempronio Gracco pronunciò delle parole che rimasero scolpite per sempre nella storia a venire e che furono, a posteriori, un severo monito verso quelle superpotenze che volevano mantenere il proprio status quo:

Come le bestie selvatiche che vagano per l’Italia, ciascuna ha una tana o un rifugio in cui nascondersi, così gli uomini che combattono e muoiono per l’Italia godono dell’aria e della luce comuni, ma niente altro; senza casa e senza dimora vagano con le loro mogli ei loro figli. E con labbra bugiarde, i loro imperatori esortano i soldati nelle loro battaglie a difendere sepolcri e santuari dal nemico perché nessuno di loro ha un altare ereditario, nessuno di tutti questi Romani ha una tomba ancestrale, ma combattono e muoiono per sostenere altri nella ricchezza e nel lusso, e sebbene siano chiamati padroni del mondo, non hanno un solo pezzo di terra che sia loro.

  • Plutarco – Vite Parallele (Tiberio e Caio Gracco)

Tiberio Gracco fu assassinato tramite un complotto della nobiltà romana proprio per la riforma agraria che stava cercando di far approvare, che andava verso una parziale redistribuzione delle terre a favore dei plebei, dei reduci di guerra e di tutti coloro che avevano patito il bellicismo romano a livello economico, sociale e fisico. Fu proprio da quelle genti che arrivò poco dopo la spinta finale per la fine della Repubblica, divenuta ormai un organismo governato da pochi e ricchi a spese dei molti altri che fecero pagare a caro prezzo la svalutazione del proprio status.

No, un disoccupato dell’Ohio che lavorava in uno stabilimento della General Motors non pensa né a Tiberio Gracco né a Gaio Mario e Lucio Cornelio Silla mentre si lamenta della propria condizione. Ma con tutta probabilità è animato dalla stessa rabbia civica che animava i populares al seguito di Mario contro gli aristocratici optimates schierati con Silla, con le dovute proporzioni storiche.

Questo scenario, per Washington, sarebbe una catastrofe. Nessuna amministrazione di questo mondo può o potrà mai avere in mente una rivoluzione statale che passi da guerre intestine e sollevazioni popolari. Piuttosto, è verosimile credere che l’amministrazione Trump, che in maniera paradossale si è trovata a rappresentare i popolares della Rust Belt, dovrà evitare che il divario economico e sociale tra i ceti americani si ispessisca e giungere a compromessi con la propria agenda ultraliberista, specialmente in un momento di così alta tensione geopolitica.

La rischiosa competizione industriale

L’agnello di Dio scelto da colui che si appresta a tornare a Washington, a ragion veduta, è il cosiddetto “produttore estero” verso cui la manifattura si sta neanche troppo gradualmente spostando. Europa dell’est, Messico, Asia orientale, tutti luoghi nei quali la manodopera è cresciuta a scapito di quella statunitense.

Colossi come Apple, ad esempio, non producono più nulla dal 2004, subappaltando la creazione di ogni singola componente dei propri prodotti ad aziende come la Foxconn (Taiwan), del cosiddetto “mondo emergente” alleato (soprattutto asiatico), che hanno sempre più rilievo nell’industria manifatturiera globale e che rischiano man mano di rosicchiare dall’interno una quota di mercato produttivo strategico di vitale importanza, aprendo sedi dirigenziali anche negli stessi Stati Uniti o rilevando aziende analoghe nella Silicon Valley o in Texas.

Il tutto accade con frequenti e dannose intrusioni dell’acerrimo nemico cinese, che proprio in California sta facendosi spazio con investimenti mirati e tentativi di acquisizioni che spaventano gli apparati a stelle e strisce. La risposta di questi ultimi è consistita sostanzialmente in sanzioni e rigidi controlli imposti alle società cinesi che cercano di inserirsi nel mercato interno americano, scoraggiando i finanziatori americani che stanno gradualmente rinunciando alle partnership cinesi(3). “Ci rubano il lavoro“, direbbe qualcuno da noi. E quindi, che paghino aspro pegno.

In secundis, lo sviluppo tecnologico e digitale è una discreta mannaia sul piano del personale operativo delle grandi compagnie, che si vede sostituire sempre più rapidamente da sistemi avanzati tanto nel settore manovale quanto in quello dirigenziale. La principale contraddizione in termini, in questo caso, è l’apparentemente felice ed incondizionato matrimonio tra Trump ed Elon Musk, il licenziatore mondiale(4) , miliardario “demoniaco”, egemone hi-tech per eccellenza, che rappresenta uno dei punti fondamentali su cui si concentreranno politica estera, sviluppo e difesa americani nei prossimi anni.

Elon Musk: l’anti-apparato negli apparati

Senza girarci troppo intorno, la nomina più bollente dell’intera futura amminsitrazione Trump è quella di Elon Musk (insieme a Vivek Ramaswamy) a capo del Dipartimento per l’efficienza governativa, una task-force consultiva presidenziale che si occuperà di assistere la Casa Bianca nel processo di rinnovamento e ristrutturazione del governo, con competenze specifiche in spending review, semplificazione, deregolamentazione governativa e diminuzione del deficit fiscale. Non si tratta di un dipartimento esecutivo federale ma di una semplice commissione interna, le cui delibere dovranno essere (qualora seguite dall’amministrazione) approvate al Congresso.

Antigovernativo, megalomane, affarista mondiale che dispone di una rete di satelliti e di razzi da lancio spaziali che fa invidia a quelle di tutti i paesi del mondo, Elon Musk avrebbe tutte le carte in regola per essere nemico giurato degli apparati statunitensi. E difatti lo è(5). Le sue attività nel campo aerospaziale non vedono particolari limiti nel proprio raggio d’azione, al punto che proprio grazie a Starlink l’Ucraina è riuscita a difendere ampie porzioni di territorio dall’avanzata russa, bloccandola per più di un anno sulla linea dell’oblast di Donetsk grazie ad un vantaggio importante nell’individuazione satellitare di obiettivi tattici ai fini del conflitto.

Il rovescio della medaglia è stato l’appropriazione russa di numerosi terminali illeciti in grado di accedere a Starlink, che hanno favorito l’avanzata negli ultimi mesi. Quelli di Musk sono una gamma di mezzi che, sebbene finanziati e supervisionati dal Pentagono, fanno pur sempre capo ad un privato, con tutti i bonus e i malus che ciò può comportare. E i conflitti con lo stesso Pentagono sui soldi che Musk richiede per consentire agli apparati bellici americani l’utilizzo delle sue tecnologie sono tutt’altro che acqua passata.

Il messaggio che gli apparati hanno rivolto sottovoce a Musk è qualcosa di simile al “come ti ho fatto, ti disfo”. Il magnate hi-tech sudafricano è conscio di star giocando in equilibrio su una sottile linea rossa, che ben si guarda dall’oltrepassare a discapito delle apparenze. “Entrare in politica”, a questi livelli, significa anche cercare di auto-tutelarsi da possibili minacce più o meno pesanti con lo scudo mediatico dell’opinione pubblica. Proposito attualmente riuscito, ma non sono da considerarsi impossibili colpi di scena di qualsiasi tipo.

Il Dragone pensa, il Dragone fa

L’Indo-pacifico continuerà ad essere lo scenario di massima tensione per Washington. Con la differenza che, negli ultimi anni, le tattiche cinesi di indebolimento dei rivali d’oltreoceano hanno avuto risultati notevolmente efficaci.

Su tutti, l’immissione del fentanyl nel paese attraverso il Messico(6) ha portato uno scompiglio importante nella vita interna degli Stati Uniti, generando un’epidemia letale che sta uccidendo centinaia di migliaia di americani. Solo nel 2022 ci sono stati quasi ottantamila morti per overdose da fentanyl (7), concentrati perlopiù negli stati costieri.

In più, le summenzionate intromissioni nel settore hi-tech americano e lo strapotere nella produzione industriale (con particolare riguardo al settore dell’automotive) stanno diventando un’arma fondamentale per l’impero cinese, specialmente considerando il fatto che la totale impreparazione ha rappresentato un tappeto rosso di pregevole fattura grazie a politiche industriali inesistenti nella sostanza, nella visione e negli obiettivi(8).

Dazi, dazi e ancora dazi saranno le armi con cui l’amministrazione Trumo fronteggerà la sua omologa cinese, e ad onor di cronaca i dazi delle amministrazioni dei decenni precedenti hanno portato notevoli sconquassamenti in Cina, con l’entroterra che raggiunse uno stato di povertà da terzo mondo e le coste nelle quali si concentrava la ricchezza.

Sebbene Xi Jinping abbia perfettamente interpretato le necessità del suo tempo, l’arma proibizionista americana ha una fortissima presa sulla struttura cinese, che si racconta indipendente ma che proprio indipendente non è. Se punti tutto sull’export industriale, ciò che non deve succedere è un taglio dei ponti da parte dei tuoi principali acquirenti.

Panama, Canada, Groenlandia

Tutto ciò che esce dalla bocca di Trump, per un motivo o per l’altro, ci suona come uno scherzo o una sparata assurda. Il che è verosimile e comprensibile, avendo per anni fatto i conti col personaggio. Tuttavia, le ultime “dichiarazioni programmatiche”, per così dire, fatte nei riguardi di più o meno auspicabili annessioni/occupazioni hanno fatto riflettere molti analisti, che in realtà non sono rimasti affatto sorpresi o scioccati. Capiamo perché.

Il canale di Panama fu del tutto abbandonato durante l’amministrazione Carter, in virtù di un disimpegno votato al blocco dell’escalation con i russi in un momento critico, oltre alla necessità di smobilitare soldati da territori che avrebbero significato allerta permanente, affaticamento e difficoltà di gestione di un crocevia troppo dispendioso per il numero di minacce cui era sottoposto.

Fu una mossa ponderata e azzeccata, relativamente all’andamento della Guerra fredda. La linea di “pacifismo pragmatico” della presidenza Carter raggiunse importanti traguardi in politica estera, e per la maggior parte delle sue componenti è stata maestra (anche se non sempre attuata) per molte delle amministrazioni successive. Tuttavia, debellato il nemico russo, l’ombra cinese si è proiettata con forza nell’America latina.

Due mesi fa, in Perù, è stato reso operativo il porto di Chancay, a poche decine di chilometri dalla capitale Lima. Si tratta di un’infrastruttura di grande valore strategico, finanziata direttamente dalla Cina mediante la collaborazione progettuale tra la cinese Cosco Shipping e la peruviana Volcan Compañía Minera S.A.A., la cui importanza ruota intorno a diversi fattori come l’approvvigionamento di materie prime e di minerali preziosi, l’apertura di una tratta commerciale esclusiva e privilegiata attraverso il pacifico, la possibile influenza su altri paesi regionali e l’ingresso nel continente (come avvenuto in Africa con 49 governi, in particolare con Angola, Etiopia, Egitto, Nigeria e Kenya)(9) da “investitore di prima istanza”, che tradotto significa colone ed egemone finanziario e geopolitico in grado di costruire infrastrutture, reti e snodi strategici attraverso una fitta rete di dipendenze regionali nei propri riguardi. Scenario da scongiurare al più presto per gli Stati Uniti, che tornano a guardare al canale di Panama come territorio da presidiare per riaffacciarsi anche fisicamente nel sud del continente.

La situazione della Groenlandia presenta simili finalità intenzionali. Sebbene mai sotto il dominio statunitense, la grande ghiacciaia è stata adocchiata più volte dagli americani, tant’è che sia Trump nel 2019 che Harry Truman agli inizi della Guerra fredda provarono ad acquistarla dalla corona danese. Cosa c’è di tanto speciale in una gelida landa semi-disabitata nel Mare del nord?

Tanto per cominciare, un rapporto della Commissione europea del 2023(10) ha mostrato che 25 dei 34 minerali considerati “materie prime critiche” stati trovati in Groenlandia. Tra questi rientrano materiali utilizzati nelle batterie come grafite e litio, e i cosiddetti elementi delle terre rare utilizzati nei veicoli elettrici e nelle turbine eoliche. Motivo per cui è ambita anche dalla Cina, che ora più che mai cerca nuove fonti di approvvigionamento di materie prime per la produzione elettronica.

Come accennato poc’anzi, durante la Guerra fredda la Groenlandia fu molto ambita dagli Stati Uniti in funzione antisovietica, con il proposito principale di utilizzarla come piattaforma per basi missilistiche atomiche da schierare contro Mosca. Sebbene non fu mai installato alcun missile, la Groenlandia fu effettivamente approcciata come territorio strategico dagli americani e vi fu creata una base militare top-secret, Camp Century, che nei prossimi decenni potrebbe riemergere alla luce del sole a causa del cambiamento climatico dopo essere stata affondata alla fine delle ostilità.

La funzione strategica della Groenlandia, in poche parole: un punto di osservazione e deterrenza “lontano ma vicino” da qualunque avversario statunitense, difficilmente raggiungibile senza essere scoperti e apparentemente lontano dagli sviluppi della vita “terrestre”. Inutile dire che qualora Washington perseguisse questo proposito, Europa e consociati potrebbero semplicemente limitarsi ad osservare da “lontano”.

È comunque molto più probabile che Trump adotti un approccio di tipo economico, analogo a quello che la Groenlandia intrattiene con il proprio monarca danese: l’indipendenza groenlandese è un’idea nella quale nessuno, neanche i groenlandesi stessi, ha mai creduto troppo sul serio. La Groenlandia basa il 50% del proprio bilancio sui sussidi danesi e per il resto ha un economia che si basa al 95% sul mercato ittico; non ha un esercito regolare, né tantomeno il il controllo degli affari militari o esteri “nazionali”: tutto fa capo alla corona danese.

Per finire, il Canada: lo strano caso del secondo paese più grande al mondo dopo la Russia, con soli 40 milioni di abitanti per una superficie di quasi 10 milioni di chilometri quadrati.

Non si capisce perché dobbiamo regalargli oltre 200 miliardi di dollari all’anno, per ricevere cose che non ci servono. Immaginate quanto diventerebbe forte il Paese se togliessimo il confine artificiale che ci divide“, questa l’ultima dichiarazione del tycoon riguardo ai propri vicini. La risposta del premier dimissionario Justin Trudeau, negativa ma non particolarmente vigorosa, è stata seguita da quella dell’ambasciatrice canadese a Washington, che ha annunciato l’intenzione del Canada di aumentare i propri affari commerciali con gli Stati Uniti per placare i dazi(11), invocando bonariamente il buon senso americano di fronte al fatto che “il Canada è già tra i paesi che acquistano di più dagli Stati Uniti, ma può addirittura fare di più“.

Ha dichiarato inoltre che “Ha uno stile (Trump, ndr) di negoziazione che implica il posizionarsi nel modo migliore possibile per le discussioni. Penso che sia questo“, scegliendo una marcata linea moderata e facendo intendere che le richieste specifiche che si celano dietro le parole esplosive dell’accorrente presidente saranno assecondate pur di smorzare sul nascere tensioni dannose.

Note

(1) Witters, D. (2023) – U.S. Depression Rates Reach New Highs
(Gallup)

(2) Field, A. J. (2023) – The Decline of U.S. Manufacturing Employment since 1980 (Santa Clara University, Department of Economics)

(3) Griffith, E. (2024) – Silicon Valley Venture Capitalists Are Breaking Up With China (The New York Times)

(4) Toh, M; Liu, J. (2023) – Elon Musk says he’s cut about 80% of Twitter’s staff (CNN Business)

(5) Grind, K.; Lipton, E.; Frenkel, S. (2024) – Elon Musk and SpaceX Face Federal Reviews After Violations of Security Reporting Rules (The New York Times)

(6) United States House Select Committee on Strategic Competition between the United States and the Chinese Communist Party (2024) – Select Committee Unveils Findings into CCP’s Role in American Fentanyl Epidemic (U.S. House of Representatives)

(7) Saunders, H.; Panchal, N.; Zitter, S. (2024) – Opioid Deaths Fell in Mid-2023, But Progress Is Uneven and Future Trends are Uncertain (KFF)

(8) European Parliament (2024) – The crisis facing the EU’s automotive industry

(9) Boston University Global Development Policy Center (2024) – Relative Risk and the Rate of Return: Chinese Loans to Africa Database, 2000-2023

(10) European Commission (2024) – EU and Greenland sign strategic partnership on sustainable raw materials value chains

(11) Gillies, R. (2025) – Canada ready to buy more American products to appease Trump’s tariff threat, ambassador says (AP News)



Una risposta a “Sto andando a Washington… ma cosa vado a fare?”

  1. […] L’America trumpiana non vuole più essere il poliziotto del mondo, ma nemmeno può permettere …. Il vertice di Anchorage è quindi il primo tassello di una strategia più ampia: dividere l’asse sino-russo per concentrare le risorse americane nell’Indo-Pacifico, dove si gioca davvero il futuro dell’ordine mondiale. Trump sta provando a ripetere la mossa di Nixon e Kissinger negli anni Settanta, quando riuscirono a separare Cina e Unione Sovietica. La differenza è che oggi i rapporti di forza sono invertiti: allora la Cina era lo junior partner, oggi è la Russia ad aver bisogno di alleati. […]

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