Per i nostri lettori, come preannunciato, sarai semplicemente “Mathias”. Oltre al dato anagrafico, cosa possiamo raccontare di te?
Sono un fotografo iraniano, non ho ancora compiuto trent’anni, attualmente mi trovo in Italia da rifugiato politico. In Iran sono latitante, ho ricevuto una condanna a 10 anni di carcere, che con tutta probabilità si tramuterebbe in condanna a morte qualora tornassi in patria. Prima di tutto questo ero un ragazzo normale, come tutti gli altri. La mia vita è cambiata per sempre il giorno del mio arresto, e ad Evin sono rimasti il vecchio me, la mia innocenza, la mia vivacità. Non sono né sarò mai più lo stesso di prima.

Chi eri prima?
Sono cresciuto in un piccolo sobborgo di Teheran, in una famiglia abbastanza normale. Ferventi musulmani, quadri e foto degli Ayatollah sparsi per casa, pergamene coraniche, alcune iconografie di personaggi importanti nella storia rivoluzionaria, degli Ayatollah… insomma, eravamo ben visti e rispettati da tutti, perfettamente inquadrati nella visione maggioritaria della nostra società. Tuttavia la mia gioventù non è stata prettamente “allegra”: non potevo avere una normale vita da adolescente, ero soggetto a molte limitazioni. Ad esempio, a causa della pressione dei miei genitori (sia religiosa che per la carriera) non riuscivo a godermi i rapporti con i miei coetanei, in generale non riuscivo a godermi la mia gioventù. Oppure, ascoltavo musica italiana lirica e i miei genitori mi rimproveravano perché non gradivano i miei gusti. In casa ero l’unico appassionato d’arte. La musica, ad esempio, esisteva tra di noi, ma nessuno la apprezzava se non parzialmente mio fratello. Non potevo ascoltare quello che volevo, considera che in Iran è proibito cantare per le donne, dunque a me era proibito di conseguenza ascoltare canzoni di donne. Le donne possono cantare in privato, non per il pubblico, e soprattutto posso farlo solo tra donne. Per la musica, in famiglia, abbiamo spesso litigato. Per un periodo il mio vestiario era particolare, avevo abiti che tipicamente vengono indossati da persone più grandi della mia età. Sono cresciuto in una famiglia con tutti più grandi di me, perfezionisti, e questa cosa mi ha influenzato molto anche negativamente. Ho bruciato le tappe, non mi sono goduto la gioventù. A 13-14 anni mio fratello parlava già il linguaggio dei programmatori informatici, per farti un esempio. Non potevo nemmeno giocare alla Playstation come lo facevano gli altri ragazzi, dovevo solo fare carriera, avere voti alti, diventare un ingegnere. Grazie ad uno psicologo ho capito molte cose, sono riuscito ad avere un rapporto migliore con la mia età solo attraverso le sedute. Lo avevo frequentato per due anni, per capire più di me stesso, confidarmi sui problemi con la mia famiglia e cercare di trovare una direzione più o meno adeguata alla mia persona. Lo psicologo mi ha presentato un suo amico regista, per cercare di crearmi un’opportunità. Per me il percorso artistico-cinematografico era una strada ancora mai percorsa: fino al secondo liceo ho studiato matematica e fisica, al terzo anno ho iniziato fotografia. In Iran abbiamo una forma di liceo particolare, si fanno 3 anni ordinari più 1 anno pre-universitario. Ho comprato una macchina fotografica quando ho visto il film Hugo, di Martin Scorsese, innamorandomi della cinematografia. Pur non sapendo cosa volessi diventare, avevo capito la mia vocazione artistica. Ho comprato la macchina fotografica come mi ha consigliato il regista e ho iniziato a fare le prime foto. Le foto, per me, erano solo l’inizio per arrivare a fare cinema. Non le vedevo come una passione, è una passione che arrivò pian piano. Se avessi continuato matematica e fisica in Iran sarebbe stato impossibile seguire le mie passioni poiché potevo fare carriera solo nell’ambito degli studi che avevo completato. L’amico regista mi ha consigliato di studiare cinema all’università di Teheran, così gli ho dato ascolto. Per entrare all’università ho dovuto fare un concorso nazionale, ma per entrare dovevo scegliere anche una lingua su cui avere un voto e così ho iniziato a studiare l’italiano, che già mi piaceva grazie alla musica. Non digerivo l’inglese, lo odiavo e lo odio tutt’ora, ho studiato quasi nove mesi da autodidatta la lingua italiana e l’arte e nel concorso sono passato da 300esimo in mezzo a 45mila candidati. Ho potuto scegliere la migliore università grazie al voto conseguito, ma nell’università andava fatta anche un’idoneità religiosa-statale mediante un’interrogazione molto severa. Mi chiedevano di tutto, comprese domande sui singoli membri dei Parlamenti (1). Dopo essere entrato all’Università ho iniziato a frequentare l’ambasciata italiana e a comprare libri sulla cultura italiana per imparare meglio e nel frattempo praticavo vari sport, pattinavo (non su ghiaccio), giocavo a tennis. Insomma, fino a qui tutto normale.

(1) Skitdevi sapere che in Iran abbiamo tre parlamenti: il principale è il Parlamento Islamico dell’Iran (Assemblea Consultiva Islamica), i cui rappresentanti vengono scelti tramite elezioni popolari. Poi c’è l’Assemblea degli Esperti della Guida, che controllano (in teoria) tutte le attività della Guida suprema (ne valutano l’operato, decidono se ancora idonea, possono anche rimuoverla dall’incarico ma in realtà non contano niente perché sono in gran parte selezionati prima della nomina dagli agenti del Capo del Potere giudiziario, ovvero il capo di tutti i tribunali, che viene nominato dalla stessa guida suprema, come tutti i capi di assemblee, forze armate, giustizia, amministrazione. Alla nomina sono poi vagliati dal Consiglio dei Guardiani, scelti dalla stessa Guida Suprema. Quindi, un nulla di fatto). Poi c’è il Consiglio per il Discernimento dell’Interesse Superiore del Sistema (nessuno capisce bene a cosa serva… interviene quando e se vuole, ma per dirla all’italiana è una specie di “supercazzola” istituzionale, come tu mi hai suggerito). In Iran, come in Italia, i tre poteri dello stato hanno differenti vertici (anche se fanno tutti capo alla Guida suprema). Il potere giudiziario però non si occupa di cose amministrative, se ne occupa il Consiglio di Giustizia amministrativa. C’è un altro centro di potere importante, il cui voto è superiore a tutti tranne che alla Guida suprema. Questo centro ha addirittura revocato la condanna a morte di un rapper persiano, e si chiama Corte Suprema dell’Iran

I guai sono arrivati in un momento preciso. Cosa è successo?
Un mio amico aveva uno studio musicale in Iran, aveva un buon rapporto con un rapper locale molto famoso che chiameremo Il Falco (nome di fantasia). Per fare network con altri artisti, ho chiesto al mio amico di presentarmelo. Il rap in Iran è proibito, quindi questi personaggi sono famosi e controversi. Fotografi, videomakers e collaboratori artistici, comunque, tramite queste collaborazioni hanno molta più possibilità di farsi notare anche all’estero di quante non ne avrebbero magari registrando videoclip di musica tradizionale persiana. La “company” del Falco contava molti rapper famosi, era una buona occasione per me. Aveva una ditta “underground” per produrre musica rap. Il mio amico ci ha presentati e io ho fissato un appuntamento con lui per fargli uno shooting. Io dovevo andare al suo studio, ma quando sono andato all’indirizzo in questione mi sono accorto che non c’era alcuno studio. Quando sono arrivato, mi ha chiamato e mi ha detto “sono cambiati i piani, dobbiamo andare da tutt’altra parte”. Era a 120km. La cosa un po’ mi aveva spiazzato, da che dovevo andare in un indirizzo a Teheran mi sono trovato a dover andare in un piccolo paesino a 120km da lì, in una villa in campagna. Passando dal pedaggio era pieno zeppo di pasdaran che stavano controllando tutte le macchine, tutte, senza saltarne una. Io sapevo che il Falco era già stato arrestato in precedenza, ho avuto molta paura. Comunque, eravamo divisi in tre macchine. Entrambe le macchine a noi precedenti passarono i controlli, mentre stavo passando io i pasdaran vengono a controllare la mia macchina. Ero tesissimo, ma dopo un po’ fanno passare anche me. Siamo arrivati alla villa, abbiamo mangiato e bevuto alcolici (io non bevo né fumo molto, ho una particolare condizione fisica che non mi consente eccessi). Abbiamo fatto uno shooting fotografico a tutti i rapper e alle promoter, facendo anche molte foto mentre erano in costume da bagno in piscina, per promuovere il videoclip. Non ho fatto alcuna foto a me stesso, nessuno poteva sapere davvero che ero lì se non per testimonianze dirette. Dopo la festa torno a casa con una ragazza, che lascio a Teheran (io vivevo appena fuori Teheran), sono andato via dopo lo shooting perché avevo l’impressione che alcuni di loro volessero fare sesso di gruppo e pur non essendo credente praticante sapevo che sarei stato fottuto se mi avessero beccato anche solo ad essere lì presente. I pasdaran hanno scoperto le mie foto, non so come perché io non ho mai più parlato né con Falco né con gli altri rapper dopo il mio arresto. 

Arriva il fatidico arresto: raccontami lo svolgimento degli eventi.
Il giorno del mio arresto ero a casa, a fare colazione. Mio padre apre la porta, ci sono tre uomini grossi davanti alla porta che chiedono di entrare senza specificare il motivo. Mio padre chiede perché, loro gli rispondono “comandiamo noi, ci faccia entrare”. Capisco subito che erano venuti ad arrestarmi. Due mesi prima il Falco era sparito da ogni scena, nessuno sapeva più niente di lui. Doveva uscire una canzone, che in effetti viene pubblicata sulla piattaforma di un mio amico che ha collaborato con il Falco ma non sui suoi social. Avendo capito che lo avevano arrestato, mi ero preparato all’evenienza (che comunque consideravo un’ipotesi remota). Il motivo del mio arresto non era tanto per le foto della villa, come scoprirò in seguito, quanto perché credevano facessi parte di una presunta rete sotterranea che creava e diffondeva contenuti immorali, corruttori, satanisti e depravati. Corro nella mia stanza a nascondere il mio hard-disk con le foto della festa e lo nascondo in uno zaino che metto per terra davanti a loro pensando che non avrebbero cercato lì dentro, ma che avrebbero cercato nei nascondigli di casa. Mi prendono e mi portano nella mia stanza mentre uno di loro registra tutto con una handycam, filmando tutto della nostra casa (che è una casa di integralisti musulmani, quindi non hanno trovato nulla di eretico). Loro si indispettiscono quando trovano un vangelo vicino al Corano, che io leggevo per interesse personale, non perché fossi cristiano. Iniziano a chiedermi di ciò, in maniera insistente. Mi hanno chiesto tutti i documenti tranne l’atto di nascita, che da noi funziona come una carta d’identità per esempio in caso di elezioni (va timbrato al seggio elettorale). Si irritano ulteriormente davanti alla foto del peperone di Edward Eston, pensando fosse una foto satanica. Prendono anche il mio cellulare, prendono tutto. Filmano tutto e creano su di me il dossier di una sorta di corrotto-spia. Non mi ammanettato davanti alla mia famiglia, ma in ascensore. È una cosa brutta quando i genitori vedono un figlio in manette. Fuori dalla porta c’erano due Peugeot nere. In macchina eravamo in 4, uno dietro vicino a me, due davanti. Mi hanno bendato e mi hanno detto di tenere la testa tra le ginocchia, per non capire dove stavamo andando. Mi portano in un centro giudiziario, tutt’ora non so dove. Era un centro con molti cittadini normali, non so perché mi abbiano bendato in realtà. Mi portano in una sezione con degli agenti in borghese, dove un tipo mi dice “ah, così sei tu il famoso fotografo, finalmente!”. Entro in una stanza, c’è un ispettore che mi dice “ tu sei il fotografo che faceva foto sexy, nude e pornografiche?”. E io non capivo, gli rispondo che non so proprio di cosa stessero parlando, in effetti non avevo fotografato nulla di male se non dei rapper in piscina. Mi mostra le foto che avevo fatto alla festa, dicendomi di scrivere le mie prime confessioni/dichiarazioni su quello che avevo fatto. Da quel momento inizio a pensare a cosa dire per non mettermi nei guai, non scrivo molto e rimango nel generico raccontando anche alcuni dettagli della storia ma non troppo approfonditi. L’ispettore legge e mi dice che stavo mentendo, mentre gli altri agenti gli dicono “noi non siamo di Teheran, dobbiamo portarlo all’hotel (Evin, ironici)”. Mi rimettono in macchina in viaggio verso Evin, sempre bendato e con la testa tra le ginocchia. Loro non sapevano bene come arrivare ad Evin perché non erano di Teheran, il guidatore chiedeva goffe informazioni sulle strade mentre proseguiva e da lì io capisco l’itinerario che stavamo facendo.

Parlami del tuo arrivo a Evin
Scendo sempre bendato, mi fanno entrare nel carcere e mi portano in una stanza con una struttura simile al bancone di un bar che ho potuto vedere di sfuggita quando gli agenti mi hanno fatto alzare la benda per firmare dei documenti (che firmano anche loro) per attestare che sono arrivato a Evin e lasciarmi in custodia ai pasdaran di Evin. Mi mettono in una stanza di più o meno tre metri quadri con solo una sedia per due ore, per aspettare che loro compilino le scartoffie burocratiche. Un agente mi porta, sempre bendato, in un’altra stanza. Io inizio a piangere, lui mi dice in modo gentile di non piangere perché le bende sugli occhi sono molto sporche e se mi viene un’infezione non mi verrà a curare nessuno. L’agente mi porta in una stanza con una guardia che doveva trascrivere i miei dati, lasciandomi da solo con questa guardia senza entrare. L’agente che mi ha scortato lì è stato molto carino. Il tizio che doveva scrivere i miei dati mi ha fatto togliere i vestiti e cambiare le mutande perché dovevo essere vestito solo con roba del carcere. Mi hanno fatto le foto da nudo per controllare eventuali tatuaggi o altri segni distintivi. Con la mia esperienza da fotografo ho dedotto che fossero foto a mezzo busto quelle che mi stavano facendo, per non far vedere tutta la stanza nelle foto. Dopo le foto segnaletiche mi lasciano i vestiti da prigionieri, pantaloni e maglietta simili agli abiti ospedalieri di colore celeste chiaro, con una bottiglia vuota (che verrà riempita con l’acqua) e due coperte. Quella bottiglia d’acqua doveva bastarti per tutto il giorno. L’agente che mi aveva fatto queste pratiche chiama un altro agente che viene e mi porta in un’altra sezione, ampia, con muri altissimi, l’altezza dei soffitti ricordava quella di una fabbrica, per darti un’idea. Un agente più giovane mi prende, riempie la mia bottiglia d’acqua ed entriamo nell’ala delle celle. Sono stato passato di mano da sei o sette agenti, una prassi che probabilmente serve a farmi avere il minimo contatto con ogni agente. Entriamo in una serie di corridoi, scendendo delle scale, raggiungiamo un corridoio che porta alla cella. Precisamente mi trovavo nella sezione A2, nell’ala sud di Evin.

Immagine satellitare del carcere di Evin – la sezione A2 è indicata dalla freccia rossa

Cosa ricordi della struttura carceraria, della cella, degli altri detenuti?
La mia era una cella di più o meno 2 metri per 3, con un piccolo bagno senza acqua potabile, gli angoli della cella erano percorsi da lastre di metallo inchiodate (probabilmente c’erano cimici). Il soffitto di più o meno quattro metri e mezzo, forse cinque, con solo una lampadina e senza finestre. Le pareti della cella erano di pietra. Per terra c’era solo una moquette, niente letto. Sulla parete c’erano delle piccolissime grate dalle quali non entrava in realtà luce, si poteva solo capire se fosse giorno o notte. Non potevo parlare con nessuno, né con i pasdaran né con i detenuti. Detenuti che, nella sezione dove mi trovavo, non potevo neanche sentire o vedere. Potevo parlare solo durante gli interrogatori. Sulla parete c’erano due enormi fan (ventole) che facevano molto rumore per tutto il tempo, producendo aria né calda né fredda. Vicino alla porta c’era una scatola di legno che conteneva una specie di citofono-telefono fisso piuttosto grande, che serviva per contattare i carcerieri. Da lì, ad esempio, mi contattavano 5 minuti prima per avvisarmi dell’interrogatorio imminente. Chiamo lì per chiedere qualcosa da mangiare perché non avevo mangiato niente, chiedo per favore anche solo un po’ di pane ma mi dicono di no, anche se dopo un po’ di tempo (forse un’ora) mi portano un piatto di plastica con un po’ di riso e del pesce freddo dal gusto rancido. Di gran lunga la peggior cosa mai mangiata in vita mia. Della struttura, purtroppo, non posso dirti molto altro. Ero sempre bendato quando ero fuori dalla cella, sempre. E gli unici tragitti che percorrevo erano per andare in sala interrogatori o in quel maledetto cortile piccolissimo.

Quel giorno sono iniziati anche gli interrogatori. Come si svolgevano?
Arriva la notte, provo a dormire secondo il mio orologio biologico e mi chiamano al telefono fisso della cella per il primo interrogatorio. Da lì in avanti avrei imparato che la privazione del sonno continuo era una prassi dei miei carcerieri. Viene un agente che mi dà un giubbotto rosso, mi benda, passiamo per dei corridoi e attraverso un cortile esterno. Lo sento aprire un lucchetto e mi lascia dall’Esperto, che è la qualifica di chi interroga. Mi fa sedere davanti ad un muro, rivolto verso l’angolo, ancora bendato, avevo freddissimo. Inizia: “ Ah, il signor Mathias, eccoci qua. Come stai? Hai trascorso un buon viaggio da casa tua fino a qui?” – “ No, non è stato un buon viaggio”. – “ Tu sei il fotografo che faceva le foto sexy eh, Mathias. Ti sei divertito in questi mesi? Hai fatto tante belle foto?”. Abbiamo parlato molto, il mio cervello purtroppo ha rimosso molte cose, è un trauma attualmente forte che sto cercando di affrontare. Mi faceva domande per capire cosa facessi con il Falco, con chi avessi rapporti, chi fossi io, cosa facessi nella vita, chi fotografavo, il mio rapporto con la lingua italiana, perché avessi un vangelo in stanza. Volevano capire perché avessimo fatto quelle foto, perché nelle foto loro vedevano dietrologie dovute al fatto che le persone erano in posa e piuttosto appariscenti. Mi chiedevano il perché dei gesti dei rapper, che con le mani facevano cose come il gesto delle corna o “ yeah”, insistendo sul fatto che fossero gesti satanici e depravati. Domande assurde alle quali rispondevo stupito, con estraneità. Mi chiedeva di scrivere tutto, ogni interrogatorio, per confrontare le versioni di volta in volta e capire se mi contraddicevo. Il primo interrogatorio è durato tre ore, asfissiante. L’Esperto non si stancava mai. Mai una pausa, mai un bicchiere d’acqua, niente. Finisce l’interrogatorio, dopo avergli raccontato tutta la storia con sincerità loro sono comunque convinti che ci sia una sorta di setta di criminali che io stavo proteggendo, di cui Falco sarebbe stato un ipotetico massone. Dopo l’interrogatorio mi riportano in cella. Durante il giorno mi interrogavano 2,3, anche 4 volte al giorno, chiedendomi di tutto, con 2-3 ore di interrogatori, alcune volte anche 4 o 5. Per più di metà giornata ero in sala interrogatori, a rispondere a domande assurde su massoni e traffici di ogni tipo. Per terra, faccia al muro, con un freddo bestiale, senza tregua. Dopo il primo giorno, iniziarono ad interrogarmi 4-5 persone diverse, spesso anche insieme. Uno di loro sembrava essere uno psicologo, per il modo di porsi e la parziale tranquillità. La maggior parte di loro erano cattivi e spaventosi nel rivolgermi le domande. Non riuscivo a vedere i miei aguzzini, avevo paura di essere percosso da un momento all’altro. Avevo paura, di continuo, tutto il giorno, paura del carcere e della condanna a morte, o di trascorrere l’intera vita in carcere che forse è anche peggio. Spesso ti arrestano e non arriva mai neanche una condanna. Loro conoscevano i legami della mia famiglia con personaggi di alto rango delle istituzioni iraniane, e credo che non siano arrivati alla tortura sistematica solo per questo. Ma si sono rifatti con vessazioni psicologiche che mi hanno lasciato traumi perpetui. Ho passato settimane intere a piangere, da solo e durante gli interrogatori, pregandoli di credermi perché non sapevo niente delle accuse di cui mi parlavano. Ovviamente, non servì a nulla.

Avevi parlato, in separata sede, dei procuratori del tuo caso. Quando li hai incontrati?
Il secondo giorno di detenzione l’Esperto mi avvisa che sarei dovuto andare a parlare con quello che voi chiamate il ” procuratore” del caso, chiamandomi dal telefono fisso della cella. Mi lasciano un differente vestito in cella, pantaloni e maglietta blu chiaro con righe orizzontali blu scuro. Dalla cella mi bendano e mi portano all’ingresso della stazione dei pasdaran dove avevo fatto le pratiche per l’ingresso. Dopo un altro paio di passamano tra agenti del carcere, mi portano fuori da Evin dentro ad una macchina. Inizio a piangere, e con fare tranquillo l’agente accanto a me (che non potevo vedere) mi chiede il perché del mio arresto. Gli spiego le motivazioni, gli spiego delle foto, ma lui non mi crede. Dice che probabilmente devo aver fatto qualcos’altro. Il mentre la macchina imboccava l’autostrada mi danno il permesso di togliere la benda ma intimandomi di non guardare né il conducente né i due passeggeri. Ero sempre su una Peugeot, ma di un altro tipo rispetto a quelle che mi avevano scortato in carcere durante il mio arresto. Mi portano in un tribunale chiamato Tribunale della Rivoluzione, nella sezione “ Cultura e Media”, la filiale devo ometterla per sicurezza. Ero senza benda, ma ancora ammanettato. Entriamo da un parcheggio riservato al personale specializzato, all’interno del tribunale era pieno di persone comuni. Aspetto più o meno un quarto d’ora davanti ad una porta, ero molto infastidito dal fatto che la gente normale mi guardasse male per via dei miei capelli lunghi e spettinati, ero anche abbastanza sporco perché non avevo la doccia né l’acqua corrente pulita in cella. Dovevo sembrare davvero un criminale, il che è buffo se penso a come sono effettivamente. Non farei probabilmente paura a nessuno. Entro in questa stanza, abbastanza grande, con l’Ispettore giudiziario che mi guarda e mi chiede “ sei Mathias?” – “ sì, sono io” – “ sei stato tu a fare le foto sexy?” – “ non faccio foto sexy, erano semplicemente ragazzi in una festa”. Mi lascia dei fogli per scrivere le mie dichiarazioni, e scrivo tutto in maniera semplice e sincera. Finita la pratica, mi riportano ad Evin. Mi fanno addirittura andare in bagno, per gentil concessione. Anzi, se devo dirla tutta sono stati abbastanza gentili con me per tutto il tragitto. Una cosa che ho notato è stata la sostanziale differenza di trattamento nei miei confronti tra i carcerieri e gli addetti ai miei “spostamenti”. La persona che mi ha accompagnato a fare l’identificazione, le persone che mi hanno schedato, i tre pasdaran che mi hanno portato in tribunale erano garbati e a modo nei miei confronti. Ricomincia il via-vai di interrogatori, senza interruzioni, aumentando di frequenza. Dormire era diventato impossibile.
Una cosa curiosa, di quei giorni, è successa con uno degli Esperti che mi interrogavano. Stava mangiando uno snack, e mi chiese se ne volevo un po’. Lo stesso, qualche giorno dopo, lo fece con un gelato, lasciandomene metà. Mangiai, non mi lasciai scappare l’occasione, sebbene fosse evidente che erano tattiche per indurmi in una condizione di gratitudine nei loro confronti. Mi diede un fastidio enorme, mangiare “ per gentil concessione” metà gelato di un carceriere che mi teneva sveglio giorno e notte, faccia al muro, al freddo e senza vestiti a rispondere a domande assurde. Ma la fame era troppa, non mi reggevo in piedi. Gli ultimi interrogatori della mia detenzione ad Evin divennero più minacciosi, spesso mi dicevano di essere convinti che io mi sarei convertito ad un’altra religione o che avrei continuato a fare foto porno se fossi uscito da Evin. In qualche modo cercavano di far intendere che una mia possibile scarcerazione sarebbe dovuta essere ostacolata, per lasciarmi dentro quanto più possibile. Forse sperando che avrei confessato su questa fantomatica loggia di criminali. Durante gli interrogatori mi chiedevano cose estremamente specifiche, comprese sulle chat che avevo con i miei amici e i miei conoscenti. In sostanza, erano entrati nella mia vita in maniera integrale. L’ultima sera della mia detenzione mi portarono nuovamente dall’Esperto. Mi dissero di scrivere una lettera con una “ dichiarazione di impegno per collaborare con il corpo delle guardie della rivoluzione islamica”. Lo feci, sempre bendato ma con uno spicchio di occhi scoperto per darmi modo di vedere il foglio su cui scrivevo. Capii che forse qualcosa stava cambiando, non sapevo se essere spaventato o sollevato.

Non potevi incontrare nessuno, ma ci hai raccontato di alcune dinamiche interne al carcere che prevedevano spostamenti di cella e celle di gruppo.
Esattamente. Dopo una settimana mi hanno messo con due compagni di cella, uno accusato di essersi convertito al cristianesimo e un giovane 18enne condannato a morte. Il convertito cercava di continuo confidenza con me, dicendomi cose privatissime per cercare di farmi parlare indirettamente su Falco, sulla presunta loggia massonica, sui porno, sulla diffusione organizzata di materiali corrotti e depravati. Di “diffusione di corruzione sulla Terra”. Eravamo in una cella grande con radio, televisione, giornale, anche la doccia. È probabile che abbiano cercato di mettermi in una situazione confortevole per farmi aprire in confidenza, per estorcermi informazioni in maniera soft. Forse era addirittura un pasdaran, non lo saprò mai. Il problema è questo: tutti possono essere pasdaran. Tutti, sempre e ovunque. Non esisteva socialità non potevo vedere gli altri detenuti, non potevo vedere nessuno al di fuori degli interrogatori. Rischiai di impazzire. Non esisteva nessuna ora d’aria, potevo uscire per un quarto d’ora al giorno, bendato, senza nessuno se non con il mio agente pasdaran in un cortile di 40 metri quadri dove potevo camminare avanti e indietro, sempre bendato e ammanettato. Un aneddoto: gli agenti pasdaran si chiamano a vicenda “sayyid”, una parola religiosa che indica che discendi da un santo, da un Imam, che hai una discendenza nobile e sacra . Una parola che ormai usano al posto di “ bro”, “ fra”.

Come e perché sei uscito da lì?
Un giorno, dal nulla, in quello che avrei scoperto in seguito essere il mio ultimo giorno di detenzione, mi chiamano dicendomi di andare a raccogliere le mie cose. Ripercorro all’indietro quell’immenso via-vai del mio arrivo, solo che per uscire. Quando realizzo che stavo uscendo, il tipo che mi stava portando fuori mi ha detto “ abbiamo beccato il Falco mentre stava uscendo dal paese, vicino al confine, con tutti i vostri soldi (ma quali soldi???), così abbiamo scoperto chi siete. Abbiamo trovato tutto nel suo portatile. Mi accompagnano alla porta principale, mi fanno uscire e mi lasciano semplicemente lì, in stile “ vai con Dio”. Gli chiedo quantomeno di darmi dei soldi per prendere un taxi dato che non avevo niente, ma magicamente trovai i miei genitori fuori dal carcere. Che è assurdo, perché quando ti arrestano o ti rilasciano non avvisano mai nessuno. Mi sono quasi spaventato di vederli lì, gli ho chiesto “ che ci fate qua?”. Inizio a piangere, stavo male e piangevano anche mia madre e mio padre, una delle uniche volte in cui l’ho visto piangere. Ce ne andiamo. Il viaggio in macchina è stato difficile. Mi chiedevano cose come “ hai mangiato? Stai bene? Erano severi?”. I miei capelli tagliati avevano anche cambiato la mia faccia. Mi chiesero cose superficiali ma non mi hanno mai chiesto davvero quanto male sono stato. Tutt’ora mi sento solo, loro sono combattuti tra il bene per me e l’onore della famiglia. Mio padre mi chiama ancora dicendomi “ torna se non ti trovi bene, qui comunque non dicono niente, secondo me il caso è chiuso”. Loro non lo sanno, forse, ma mesi dopo il mio rilascio è arrivata la mia condanna a 10 anni, per istigazione alla corruzione e alla depravazione. Se tornassi, ricomincerebbe un incubo che mi porterebbe a morire. Ho collaborato con alcune radio persiane, associate a quelle americane, ma soprattutto mi sono “ sottratto alla condanna” espatriando prima della fine del processo. Potrei anche essere condannato a morte per questo. In Iran non metterò mai più piede, sarebbe la mia condanna a morte. Sono scappato, e questo vale un biglietto eterno per “ l’Hotel”. La mia uscita dal carcere durante un’indagine così delicata è stata possibile grazie all’intercessione di una persona, estremamente importante nell’organigramma istituzionale iraniano, che è riuscita a farmi fissare una cauzione per guadagnare tempo e a farmi avere una sorta di visto sul passaporto per farmi fuggire dal paese prima che la mia condanna divenisse effettiva o che i pasdaran capissero il modo in cui ero riuscito a liberarmi. Quella persona oggi è una persona di massimo rilievo nelle gerarchie iraniane, non posso specificare il suo impiego, il suo nome o il mio legame con essa.

Arriviamo al momento che precede il tuo espatrio: come hai organizzato la tua fuga dal paese?
Negli ultimi tempi in Iran avevo paura di uscire dal paese, avevo chiesto ad un mio parente piuttosto importante che aveva alcune conoscenze se potesse parlare con il procuratore del mio caso, che nel frattempo era cambiato per motivi amministrativi, per convincerlo in ogni modo o per trovare una qualsiasi soluzione utile. Il nuovo procuratore accetta di riceverci, ci dice “ ditemi cosa mi dovete dire”. Eravamo io, mio padre e il mio parente. Per un quarto d’ora gli giuro di essermi pentito, di essere cambiato, che sono una persona nuova e che la mia vita è nelle sue mani. Lui mi fa una domanda: “ se tornassi indietro nel tempo e ti ritrovassi in quella situazione cosa faresti? Se mi dai la risposta giusta chiudo il fascicolo su di te” Io gli ho risposto “ scapperei senza pensarci due volte”. Lui mi guarda fisso e mi dice “ se mi avessi detto che avresti fatto la stessa cosa ti avrei lasciato andare”. Ci liquida così, pensai di essere spacciato. Il mio parente era allibito almeno quanto me, mio padre era rimasto di pietra. Avevamo appena capito che il mio fascicolo non sarebbe mai stato chiuso, e che l’unica via era la fuga dal paese. Vado dal mio parente a chiedergli se mi facesse incontrare qualcuno dei suoi amici dei pasdaran per chiedergli di poter riavere le mie cose, visto che giravo senza neanche la patente e non riuscivo a far pervenire la mia richiesta da solo. Sapevo solo di dover cercare un uomo di nome Hafez (nome di fantasia), che aveva ordinato il mio arresto. Così mi aveva detto il procuratore. Il mio parente mi dà un numero di telefono dicendomi di andare da un suo conoscente pasdaran in una caserma, situata in un quartiere pieno di militari ad est di Teheran. In quel quartiere, se rimani più di 10 minuti in macchina qualcuno viene sicuramente a chiederti cosa fai e i documenti. Cerco tutto il giorno, ma non riesco a trovare la caserma. Lo chiamo al telefono e lui mi dice di andare in una specifica sezione della polizia segreta dei pasdaran. Continuo a cercare per ore (in un quartiere fortino dei pasdaran), chiedendo informazioni che nessuno chiede mai di solito. Per la strada riconosco un maresciallo dalla sua uniforme, così lo fermo e gli chiedo della sezione che mi aveva detto l’amico di mio zio. Lui mi dice “ vedi questo muro? Prendi questo muro fino a che non arrivi a una porta e citofona a quella porta”. Io citofono, chiedo del signor Hafez. Mi aprono. Entro, c’è un soldato a cui chiedo il mio cellulare e il mio portafogli. Lui mi porta da un segretario a cui chiedo del signor Hafez, che rimane anche abbastanza sorpreso. Lui lo chiama, dicendogli che un ragazzo lo stava cercando. Il segretario me lo passa, e l’uomo dall’altro capo del telefono parla con me. Gli spiego che cercavo le mie cose dicendogli che avevo avuto il suo nome dall’amico del mio parente e lui mi dice che attraverso il segretario mi avrebbero convocato a breve, invitandomi ad aspettare lì. Dopo dieci minuti, il segretario mi chiama e mi passa il telefono. L’uomo al telefono mi dice “ io sono il signor Hafez, ma noi non ti abbiamo mai arrestato. Tu stai cercando un altro Hafez, ti ha arrestato un altro gruppo, ti ha arrestato il Servizio d’Informazione delle Guardie della Rivoluzione, noi siamo il gruppo di Protezione dell’Informazione delle Guardie della Rivoluzione”. Erano sostanzialmente i loro superiori. Gli lascio il mio numero per essere eventualmente richiamato, dopo un po’ che ero uscito dalla caserma mi chiamano con numero nascosto e mi dicono di andare dal responsabile di un tribunale, dicendomi i suoi nome e cognome e raccomandandomi di dire che era il signor Hafez a mandarmi da lui, per fare richiesta e prendere le mie cose. Vado in quel tribunale, vicino al centro di Teheran. Trovo il responsabile e lui mi fa “ perché quel tipo ti ha fatto il mio cognome? Vabbè, scrivi questa richiesta, firma e vattene”. Dopo due mesi mi chiamano con un numero anonimo per andare a prendere le mie cose, e mi dicono di venire ad un indirizzo al centro-ovest di Teheran, in un quartiere vicino a Ferdows boulevard. Non erano tutte perché mancavano computer e hard-disk. Passa un po’ di tempo e mi rendo conto che sul mio telefono c’era qualcosa che non andava: era sparita la mia impronta digitale per il blocco schermo. Mi sono consultato con mio fratello, informatico di ferro. Si mette a trafficare con il mio cellulare e scopre che sul mio telefono era stato installato un trojan. Il software android era stato sostituito da un analogo identico, creato dai pasdaran. I miei dati erano stati trasferiti tramite backup e rimessi sul cellulare una volta installato il trojan. Mio fratello mi disse anche che era stata eliminata una parte del sistema operativo che non poteva essere reinstallata. Sostanzialmente il mio cellulare era diventato un pasdaran in miniatura vestito da android. D’altronde durante gli interrogatori le domande erano mirate a mettermi “ spalle al muro” (anche se ero faccia al muro, divertente) parlando dei miei affari personali con estrema dovizia di particolari. Potevo anche arrivarci da solo, tutto sommato. La seconda volta che vado a prendere il resto delle cose mancanti, allo stesso indirizzo e con la stessa procedura di contatto, tra quelli che mi restituiscono computer e hard-disk, riconosco dalla voce il pasdaran che mi faceva gli interrogatori a Evin, l’Esperto. Lo guardo in faccia, attentamente. Entrambi capiamo. Era una persona normale, anonima. Non di certo il bastardo che mi ero prefigurato in mente. D’altronde era pur sempre un pasdaran, un insospettabile per eccellenza. Tornato bene o male alla vita di casa, faccio domanda per il passaporto per una finta vacanza. Avviso il mio parente, volevo andarmene dall’Iran. Ho passato sei mesi in preda a paranoie, attacchi di panico, sensazione di essere seguito, incubi. Il mio parente, qualche giorno dopo, dandomi la conferma che il mio passaporto era sbloccato mi disse “ vai, e non guardarti mai indietro”. Ancora non capisco come sia stato possibile che in aeroporto nessuno mi abbia fermato. Ero indagato per un processo che poteva concludersi anche con la pena di morte ed ero lì prendere un volo per l’Italia… lì ho capito che avevo il giusto santo in paradiso, che la persona che mi aveva aiutato a fuggire aveva speso tutta la sua influenza per me, con rischi incalcolabili, pur di farmi scappare dall’Iran. In aereo scoppio in un pianto liberatorio. Ce l’avevo fatta. 

Perché hai scelto di raccontare tutto ora?
La vicenda di Cecilia Sala mi ha riportato con la mente a vivere gli incubi, le paure e il malessere del mio periodo a Evin. Un periodo del quale nessuno sa niente fino in fondo, poiché nessun all’epoca aveva capito perché fossi sparito fino a molti mesi dopo dalla mia detenzione, esclusa la mia famiglia e pochissimi amici. La maggior parte dei ragazzi in Iran, che non possono lasciare il paese, sono indifesi davanti ai pasdaran, di cui spesso non conoscono nemmeno bene i tratti distintivi. Il motivo per cui dopo anni ho trovato le forze per parlare con qualcuno è che nessuno, nell’arco del tempo, ha mai scoperto niente di tutto ciò. Io sono semplicemente stato eliminato dalla vita di amici e conoscenti, oscurato. Ora, se non altro, dopo anni che vivo in Italia da rifugiato politico mi sento sufficientemente al sicuro per parlare di ciò che mi è successo senza temere un’irruzione dei pasdaran dentro casa mia. Per quelli come me nessuno ha mai pianto, nemmeno per i condannati a morte. Nella società iraniana la maggioranza delle persone vede nella militarizzazione politica della società un motivo di vanto, i generali sono spesso eroi nella nostra narrativa comune. Chi fa sensibilizzazione per le cose “ rumorose” non si è mai curato di noi, persone comuni, che non fanno parte di alcun movimento né producono musica o film. Ci guardano tutti come se non fosse successo niente, siamo semplicemente estromessi da ogni riflessione. Nessuno ha mai visto il nostro dolore.

Che cosa intendi per “cose rumorose”?
Questa sorta di insurrezionalismo sociale che farebbe parte dell’Iran spesso ha la conseguenza di creare hype attorno a personaggi che dopo l’arresto diventano più ricchi e famosi. Non fa davvero informazione perché non tocca la storia delle persone comuni, quelle anonime come me. Questo avviene per dei semplici motivi: i personaggi famosi che vengono arrestati, quando sono dentro, hanno la possibilità di diventare proxies dei pasdaran una volta fuori dal carcere. Se i pasdaran capiscono che tu, che magari sei un rapper anche molto controverso, non hai commesso reati di natura politica o comunque non rappresenti un pericolo per l’ordine sociale delle cose puoi uscire dopo mesi o anni, accettando di non continuare a fare attività “immorali e corrotte” e talvolta riferendo ai pasdaran cosa accade negli ambienti di cui fai parte. Diventi più ricco e famoso, vendi più musica, ma o vai all’estero e fuggi da qui oppure devi essere pronto (se non vuoi essere arrestato di nuovo) ad essere sotto la lente d’ingrandimento. Può capitare che ti liberino, ma devi sapere che da lì in avanti sei sotto controllo: loro potranno chiamarti, ricattarti, arrestarti di nuovo se commetterai altre infrazioni o farlo con pretesti futili. Alcune volte in tempi recenti ho anche pensato che il Falco fosse un agente pasdaran, perché è riuscito a convogliare moltissimi artisti che poi sono stati arrestati nell’inchiesta. Parliamo di 300 persone, un’inchiesta enorme. I pasdaran sono moltissimi, ma non possono di certo condannare a morte tutti, le carceri non hanno capienza infinita, quindi se capiscono di poter avere qualcosa da te ti rilasciano, oppure fanno in modo che la tua condanna sia più lieve sia in termini di tempo che in termini di durezza del carcere. Sono furbi, ovviamente. Molto. Nessuno capisce cosa accada nella vita delle persone comuni, nessuno si occupa della nostra storia. Il nostro hashtag su twitter non esce, quindi non meritiamo attenzione. Per noi non è cambiato niente. Su 300 persone coinvolte nell’inchiesta, persone normali, ne sono state giustiziate probabilmente molte. Noi venivamo arrestati prima, durante e dopo queste pseudo-manifestazioni per artisti famosi.

Alla luce di ciò, dove pensi che possa essere Il Falco ora? Credi che sia ancora vivo?
Falco probabilmente è morto, insieme a molte altre persone che sono state condannate a morte con lui, tra cui una delle donne della villa. Hanno eliminato tutte le sue interviste da ogni canale pubblico, ne hanno quasi cancellato l’esistenza. Ci sono dei suoi video musicali su YouTube, ma solo in collaborazione sui canali di altri rapper. Le altre donne probabilmente sono in galera per venti o trent’anni. Gli altri rapper non li ho più visti, non li ho neanche cercati per paura dei pasdaran, non so quanti anni di galera hanno preso o se sono usciti.

Hai detto che non saresti stato più lo stesso di prima: quali sono state le conseguenze della tua carcerazione sul piano della tua vita personale?
La mia vita fu rovinata, una volta fuori. La prima sera fu infernale, sebbene fossi appena tornato. Credevo mi sarei risvegliato in cella, chiudevo gli occhi e per i primi secondi prima del sonno con la mente mi teletrasportavo in cella, per terra, con quelle cazzo di ventole rumorosissime e lo scatolone con il telefono fisso da cui arrivavano solo brutte notizie o chiamate per gli interrogatori. Lo stress divenne insostenibile, passavo le giornate in una totale chiusura. Da che ero vivace e intraprendente sono diventato introverso, paranoico, chiuso in me stesso, anche se nella vita di tutti i giorni indosso una maschera che nasconde ciò che vivo. Il sorriso che Cecilia Sala mostrava durante l’intervista è un sorriso nervoso e di autodifesa che conosco bene, perché è il sorriso che compare anche sulla mia faccia quando racconto cose che mi sono sembrate assurde per essere vissute. È il sorriso che hai visto anche tu, durante la nostra intervista. Col tempo le mie emozioni sono state quasi neutralizzate, la vita è diventata banale e piatta. Poche cose mi suscitano divertimento, gioia, dolore. L’unica costante era la paranoia del ritorno ad Evin. Appena uscito riuscivo soltanto a godere delle piccole cose fuori dal carcere, come acqua, cibo, aria aperta. I miei pensieri andavano verso un futuro in cui non vedevo niente. Ero ancora indagato, mi avrebbero sicuramente condannato come infatti successe, ora sono latitante a tutti gli effetti e quella paranoia non è svanita. I miei genitori, mia sorella e mio fratello non hanno mai capito fino in fondo quello che mi era successo. Probabilmente non potevano vederlo, non volevano, forse speravano fosse tutto riconducibile ad una brutta parentesi da dimenticare in fretta. Sono rimasto in stretti rapporti con due sole persone, una ragazza e un ragazzo. La ragazza fu l’unica persona che si preoccupò davvero di me, di come ero uscito dal carcere, mi chiese cosa fossi diventato perché non mi riconosceva più. Era preoccupata, addolorata. Il ragazzo aveva sentito che qualcuno fosse stato arrestato, aveva capito che fossi stato arrestato anch’io ma più che altro aveva paura di essere arrestato in quanto mio amico (sebbene non fosse in alcun rapporto con il Falco). I miei genitori erano terrorizzati da un mio arresto durante la fuga. Non accadde, come spiegato prima grazie ai miei “ santi in paradiso”. Partì con me un’amica, che venne a vivere in Italia, ma non con me. Mentre eravamo in fila per i controlli all’aeroporto di Teheran le lasciai un numero su un foglio, il numero di mio padre. Le dissi che qualora mi avessero preso e portato via durante i controlli, lei avrebbe dovuto chiamarlo senza fare alcuna domanda. L’unico momento in cui le mie fobie e le mie paure sono sparite è stato quando ho messo i piedi per terra fuori dall’aeroporto di Malpensa. Tutt’ora io vivo con più attenzione alle precauzioni per non essere beccato che non ai piaceri che un ragazzo della mia età dovrebbe inseguire. Magari un giorno ci rideremo su. Non in Iran, sicuramente. Quantomeno non a breve.

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