Quando nel 1933 Edgar Sampson compose la sua più rinomata “hit”, resa celebre dal “Re dello swing” Benny Goodman, lo fece con il proposito di rendere omaggio ad uno dei luoghi simbolo della jazz culture americana dell’epoca, che diventerà poi un’icona nell’immaginario popolare degli amanti del genere: il Savoy Ballroom.

La leggendaria balera newyorkese, situata nel quartiere di Harlem, fu teatro di alcune tra le più grandi “Battle of the Bands” dell’epoca, contest semi-clandestini in cui i gruppi jazz dei partecipanti si sfidavano a colpi di sfrenate jam sessions. Il ballo forsennato, il frenetico movimento degli strumenti musicali, le giurie popolari, il confluire di ogni tipo di persona senza distinzione all’interno della pista generavano un ambiente unico, spettacolare, pregno di rivalità, di pretese di primato, di aspirazioni, sogni, gioie, delusioni. Al Savoy Ballroom tutto nasceva e finiva nel caos. Un caos che trovava un parziale ordine solo nelle note scandite furiosamente dai suoi protagonisti, che si contendevano riflettori e prestigio sotto l’attenta supervisione di chi chiedeva un infinito, indimenticabile show.

Dopo una carriera passata a fare a spallate tra contendenti rumorosi e ingombranti, tanto da senatore quanto da membro e speaker della camera, Marco Rubio sta cercando di prendersi le luci del suo Savoy. Il gran ballo inizia ora, dal Dipartimento di Stato, uno dei fortini del “deep state” in cui si giocano le grandi partite strategiche del paese. E in anni di leggi, dossier gestiti, papers redatti e mediazioni bipartisan condotte in maniera notevole, il nuovo vertice della Harry S. Truman Federal Building ha dimostrato di saper giocare con accortezza e pragmatismo i propri assi nella manica. Ne uscirà da re della pista o da partecipante dimenticato?

Introduzione a cura di Filippo Alzani

Una preannunciata corsa a ostacoli

La nomina di Marco Rubio a Segretario di Stato da parte del Presidente Donald Trump segna un momento importante per la politica estera statunitense, ma anche l’inizio di un percorso potenzialmente tortuoso. Rubio si trova ora dentro la tana del leone: può uscirne come un eroe o soccombervi divorato dalle fiere che, in questo caso, come spesso accade in politica, sono i membri del suo stesso partito, che in più occasioni lo avevano rimproverato di uno scomodo moderatismo.

Il nuovo Segretario di Stato, infatti, non dovrà soltanto dimostrare di essere all’altezza del ruolo, ma soprattutto di sapersi destreggiare in un contesto politico e istituzionale complesso, in cui il ruolo del Dipartimento di Stato è stato ridimensionato e l’influenza personale di Trump nelle decisioni di politica estera rischia di essere un ostacolo per la corretta assoluzione delle sue missioni (così come successe a Blinken, suo predecessore, a tratti troppo più impegnato a mascherare gli sfondoni dell’ex presidente Biden che non a gestire in toto i numerosi tavoli in cui Wahsington gioca da protagonista).

America latina: una priorità

Rubio è una figura politica di rilievo e un veterano della politica estera americana, specialmente per quanto riguarda l’America Latina, sua terra d’origine familiare. Senatore della Florida dal 2011, è stato un critico vocale dei regimi autoritari di Cuba, Venezuela e Nicaragua, nonché un sostenitore di politiche dure contro la crescente influenza della Cina nella regione. La sua esperienza e le sue posizioni lo rendono un interlocutore credibile e di grande esperienza su questi temi, qualità che hanno alimentato le speranze di alcuni partner internazionali, soprattutto in Sud America, di un maggiore impegno statunitense nella regione.

Tuttavia, le dichiarazioni di Trump rischiano di complicare questo quadro. Quando il Presidente ha affermato che “gli Stati Uniti non hanno bisogno dell’America Latina, mentre la regione ha bisogno di loro”, ha lanciato un messaggio che potrebbe alienare ulteriormente quei paesi che già guardano a Cina e Russia come alternative strategiche e, paradossalmente, più affidabili. I due grandi rivali hanno infatti investito pesantemente nella regione, finanziando infrastrutture e stringendo partnership con stati chiave, come successo di recente in Perù, rappresentando una sfida diretta all’influenza americana.

Ambizioni che pesano?

Rubio, tra le altre cose, si trova in una posizione delicata a causa del suo trascorso politico. Ex rivale di Trump nelle primarie presidenziali repubblicane del 2016, ha criticato apertamente in passato alcune posizioni del Presidente, in particolare per quanto riguarda i diritti umani e la necessità di un approccio più tradizionale e multilaterale alla diplomazia. Nonostante queste divergenze, Rubio negli anni ha saputo “ripulire” il suo curriculum accettando un ruolo subordinato, ma nulla si dimentica a Washington.

La politica estera del 47° Presidente è caratterizzata da un forte accentramento decisionale, con un ruolo spesso marginale assegnato ai diplomatici di carriera e al Dipartimento di Stato. Strutture come il Consiglio di Sicurezza Nazionale e il Pentagono hanno spesso avuto la precedenza, lasciando il Dipartimento in secondo piano. Rubio, quindi, dovrà navigare in un ambiente in cui molte decisioni chiave vengono prese al di fuori del suo controllo diretto, con inviati speciali e consiglieri come Mike Waltz che godono di un accesso privilegiato al presidente.

La relazione tra Rubio e Waltz, entrambi esponenti di spicco della Florida, sarà un elemento imprescindibile. Sebbene condividano molte posizioni politiche, la competizione per l’attenzione di Trump potrebbe creare attriti, limitando ulteriormente lo spazio di manovra di Rubio, che si troverà spesso a dover bilanciare le proprie priorità con le aspettative di un futuro alla Casa Bianca, e con il bisogno di preservare il morale e la fiducia del personale del Dipartimento di Stato. Quest’ultimo, ormai percepito dal presidente come parte del “deep state” avverso alle sue politiche, ha visto montare una crescente sfiducia nei propri confronti.

Nonostante ciò, Marco Rubio porta con sé una visione chiara su alcuni dossier prioritari, specie in chiave di bilateralismo e di rapporti con la Cina. La gestione della politica estera sotto l’amministrazione Trump è stata spesso segnata da un approccio transazionale, dove alleanze e valori vengono subordinati agli interessi immediati, creando un ambiente poco favorevole per il Segretario di Stato, che per avere successo dovrà accettare compromessi significativi e rinunciare a una parte della sua autonomia.

Ad oggi, Marco Rubio si trova a ricoprire uno dei ruoli più prestigiosi della politica americana, ma anche uno dei più complessi nell’attuale contesto mondiale. La sua capacità di navigare tra le esigenze della Casa Bianca, le aspettative del Dipartimento di Stato e le pressioni internazionali sarà determinante non solo per il suo successo personale, ma anche per il ruolo che gli Stati Uniti giocheranno nei prossimi anni sulla scena globale. Tuttavia, il rischio di vedere le sue competenze e ambizioni soffocate da un’amministrazione che marginalizza le istituzioni tradizionali della diplomazia è concreto, e il suo mandato potrebbe trasformarsi più in una prova di sopravvivenza politica che in un’opportunità per lasciare un segno duraturo.

Il Rubio-paper: “The World China made

Rubio si è sempre espresso nei rapporti tra USA e Cina, identificando il Dragone come il più grande avversario strategico che gli Stati Uniti abbiano mai affrontato, paragonandola, per scala e ambizioni, a sfide storiche come la Germania nazista e l’Unione Sovietica. Egli sottolinea che la Cina rappresenta una minaccia più insidiosa e sofisticata rispetto a quelle del passato, grazie al controllo della più grande base industriale mondiale, al massiccio uso di sussidi governativi e al sistematico furto di tecnologie avanzate. A differenza degli avversari storici, che avevano economie più deboli e meno diversificate rispetto a quella americana, il Partito Comunista Cinese (PCC) ha costruito un sistema economico e tecnologico capace di competere direttamente con gli Stati Uniti su più fronti.

Il costante impegno politico e di ricerca di Rubio sul dossier anti-Cina ha influito in grandissima parte alla sua nomina a Segretario di Stato: per gestire la rivalità cinese con efficienza e preparazione, la figura di Marco Rubio è quanto di più indicato all’interno dell’agone politico americano, con un apprezzamento bipartisan molto ampio per quanto riguarda il da farsi con l’avversario cinese. Nel rapporto “The World China Made”, che Rubio ha redatto lo scorso anno mediante la task-force del centro studi del proprio ufficio al Senato, si trova una dettagliata analisi dello sviluppo della industria manifatturiera interna cinese. Un paper fondamentale per capire come Washington s’interfaccerà alla guerra di mercato con Pechino.

Rubio inquadra questa sfida nella strategia “Made in China 2025”, un piano lanciato dal PCC per trasformare la Cina in una superpotenza industriale e tecnologica. Il programma mira a conquistare il primato in dieci settori strategici, come i veicoli elettrici, le energie rinnovabili, i semiconduttori e la robotica. Secondo Rubio, questa strategia non solo ha consolidato la posizione della Cina come leader globale in diversi ambiti, soprattutto in quello chiave dell’approvvigionamento energetico, ma ha anche creato un ecosistema economico che rafforza la sua influenza geopolitica. Attraverso l’espansione delle catene di approvvigionamento, soprattutto minerario, e l’esportazione di tecnologie chiave, la Cina sta imponendo standard globali che, se non contrastati, potrebbero rendere il suo modello autoritario dominante nel XXI secolo.

Il neo Segretario di Stato attribuisce parte della responsabilità di questa ascesa cinese alle politiche economiche degli Stati Uniti negli ultimi decenni: la combinazione di deregolamentazione, delocalizzazione industriale e accordi di libero scambio con economie non democratiche ha indebolito l’industria manifatturiera americana, lasciando molte comunità statunitensi in difficoltà economica. Inoltre, l’incapacità di proteggere le tecnologie strategiche dal furto ha dato alla Cina un vantaggio competitivo che minaccia di compromettere ulteriormente la supremazia economica e tecnologica degli Stati Uniti, portando ad esempio strumenti chiave come l’IA.

Nello scorso anno, Rubio ha criticato aspramente l’approccio del governo Biden, considerato attendista e troppo timido di fronte alla sfida cinese, specificando che sebbene le tensioni commerciali abbiano portato a tariffe e restrizioni mirate, queste misure non sono bastate a contrastare un avversario che agisce su scala così vasta. Egli ha richiamato l’attenzione sulla necessità di un piano più ambizioso e integrato, che comprenda la ricostruzione della base industriale americana, investimenti massicci in innovazione e misure per proteggere le tecnologie sensibili; da un certo punto di vista, con il Presidente Trump che appena insediato ha annunciato un investimento di 500 miliardi di dollari in IA per “ottenere il monopolio tecnologico sulle altre superpotenze”, le parole di Rubio si sono dimostrate profetiche.

La visione dell’ex Senatore della Florida, si concentra su un rinnovamento sistemico degli Stati Uniti, che vada oltre una semplice strategia difensiva. Rubio propone politiche che incentivino la competitività delle aziende americane, la creazione di posti di lavoro ad alta qualificazione e il rafforzamento dell’autonomia economica e tecnologica del Paese. Secondo Rubio, la sfida con la Cina non riguarda solo la supremazia economica, ma anche una competizione di valori: se gli Stati Uniti non agiscono con decisione, il modello autoritario e repressivo del PCC potrebbe diventare la norma globale, mettendo in pericolo la libertà e la democrazia nel mondo. Per quanto queste parole siano molto più un proclama di propaganda, il concetto di fondo racchiude la ratio della più grande sfida di Marco Rubio al Dipartimento di Stato. Quella che, con tutta probabilità, determinerà la sua sopravvivenza nella scena dell’alta politica statunitense. La permanenza, e forse la scalata, nelle gerarchie del grande, prestigioso Savoy di Washington.

Una risposta a “Marco Rubio, “stompin’ at the Savoy””

  1. Avatar Simona De Donno
    Simona De Donno

    Articolo molto interessante, ricco di informazioni e di spunti di riflessione. Complimenti a Marco Eusebio per la meticolosità con cui ha descritto la figura di Rubio.

    "Mi piace"

Lascia un commento

In voga