In una fresca mattinata di febbraio, l’Europa scopre di non esistere. Non almeno, si intende, per le questioni di vitale importanza per la determinazione degli assetti geopolitici e di potere internazionali. Il vertice d’emergenza, il “summit”, il “tavolo” organizzato a Parigi tra i leader europei più o meno quotati in materia (ammesso che ce ne sia qualcuno davvero quotato nelle dinamiche dell’esistenza e della conformazione del mondo fuori) aveva più l’aspetto di un allegro ritrovo tra anziani buontemponi, vecchi compagni di liceo, di “college” (più cool).
Nel frattempo, i grandi si sono incontrati a Riyadh, alla corte del principe Mohammad Bin Salman, per discutere pragmaticamente della risoluzione del conflitto che sta determinando in tutto e per tutto i nuovi assetti europei. Senza rappresentanti europei né ucraini, chiaro. Perché la prima regola della guerra per procura è che i proxies stiano al posto loro. Senza bislacche ed antistoriche illusioni di grandezza ed importanza, che competono agli imperi che li manovrano.
Il tavolo di Parigi
Per iniziativa francese, si sono riuniti ormai quattro giorni fa i rappresentanti di Germania, Polonia, Regno Unito (sebbene fuori dall’Unione), Spagna, Olanda, Danimarca e Italia, insieme alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e al Segretario generale della Nato Mark Rutte. L’obiettivo: indefinito. Divisa in tutto, la delegazione in questione non è neanche riuscita a delineare una strategia di comunicazione univoca che non andasse per semplici, blandi slogan come “garantiremo la sicurezza” o “aiuteremo l’Ucraina”. Senza sparare un colpo, ci mancherebbe.

Abituati all’ebbrezza collettiva di questo secolo, che ha convinto sempre più i leader nostrani che per negoziare su questioni vitali siano sufficienti strette di mano, fotografie e brevi meeting interministeriali, nessuno ha più chiaro in testa che cosa sia la guerra, quali siano le sue regole, le sue implicazioni. E di conseguenza, nessuno ha chiaro nemmeno cosa sia la pace: la condizione di non-belligeranza (militare) garantita da un sistema di potere di ampia portata, solitamente monopolistico od oligopolistico, capace di regolare le questioni locali grazie alla propria influenza securitaria e ai propri mezzi di potere, esercitati a garanzia dell’equilibrio internazionale. Insomma, tutto ciò che non pertiene a quell’unione più o meno definita di stati-nazione che ci ostiniamo a considerare come unica entità collettiva, con l’appellativo continentale di “Europa”.
Nel frattempo volgeva al termine un altro simpatico conciliabolo, la Conferenza di Monaco sulla sicurezza, che in sostanza ha visto i suoi momenti salienti solo nel momento in cui Mark Rutte (speaker della Nato) e JD Vance (numero due alla Casa Bianca) hanno sostanzialmente smontato tutte le fantasiose ipotesi poste dagli interlocutori precedenti (come l’idea delle “forze armate europee” buttata lì da Volodymyr Zelens’kyj).

“Concludiamo la Conferenza sulla sicurezza di Monaco con una buona discussione tra i ministri degli esteri dell’Ue ancora a Monaco“, ha scritto su X l’alto rappresentante Ue per la Politica estera, Kaja Kallas. “L’Europa è fortemente unita nel sostenere l’Ucraina e rafforzare la nostra difesa. Presto elaboreremo nuove iniziative per portare avanti questo progetto“, ha aggiunto. Molti massimi sistemi, zero pratica. Come di consueto.
Il summit a Riyadh
Tutt’altra musica a Palazzo Diriyah, durante l’incontro tra vertici russi e americani che ha seguito la telefonata tra Donald Trump e Vladimir Putin. Nello specifico, l’incontro si è svolto tra il Segretario di Stato Marco Rubio e il suo omologo russo, il ministro degli esteri Sergei Lavrov, raggiunti rispettivamente dal Consigliere per la sicurezza nazionale Mike Waltz, dall’Ambasciatore inviato speciale Steve Witkoff e dal Consigliere per gli affari esteri del presidente Vladimir Putin Yuri Ushakov.
I risultati sono stati pressoché immediati: annullata la conferenza stampa congiunta del presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj e il generale Keith Kellogg, l’inviato speciale degli Stati Uniti per l’Ucraina e la Russia, Donald Trump si è lanciato in un’intemerata contro il suo omologo ucraino, definendolo “dittatore non eletto”, e dando indicazioni al proprio entourage di bloccare un comunicato del G7 per il terzo anniversario dell’invasione russa dell’Ucraina, ponendo come causa il rifiuto di chiamare la Russia “stato aggressore”. Con buona pace dei clientes europei, arrovellati nelle proprie irrilevanti faccende, mai stati davvero in grado di combinare granché di diverso dall’attuare le disposizioni americane in termini di invio di armi, aiuti economici, risorse umanitarie. E con lo sconforto di Pechino, che vede il proprio quasi-amico moscovita allontanarsi sempre più dalla propria orbita, prioritario obiettivo della missione americana.

Queste le parole ufficiali della portavoce del Dipartimento di Stato Tammy Bruce:
Il Segretario di Stato Marco Rubio ha incontrato oggi il Ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, a seguito della conversazione del Presidente Donald Trump con il Presidente russo Vladimir Putin del 12 febbraio. Il Segretario Rubio è stato raggiunto dal Consigliere per la Sicurezza Nazionale Mike Waltz e dall’Inviato Speciale Ambasciatore Steve Witkoff, il team scelto dal Presidente Trump per ristabilire le relazioni bilaterali. Il Ministro degli Esteri Lavrov è stato raggiunto dall’Assistente russo del Presidente Yuri Ushakov.
Il presidente Trump vuole fermare le uccisioni; gli Stati Uniti vogliono la pace e stanno usando la loro forza nel mondo per unire i paesi. Il presidente Trump è l’unico leader al mondo che può convincere l’Ucraina e la Russia ad accettare.
Abbiamo concordato di:
- Istituire un meccanismo di consultazione per affrontare gli elementi irritanti nelle nostre relazioni bilaterali, con l’obiettivo di adottare le misure necessarie per normalizzare il funzionamento delle nostre rispettive missioni diplomatiche.
- Nominare rispettivi team di alto livello per iniziare a lavorare su un percorso che consenta di porre fine al conflitto in Ucraina il prima possibile, in un modo che sia duraturo, sostenibile e accettabile per tutte le parti.
- Gettare le basi per una futura cooperazione su questioni di reciproco interesse geopolitico e sulle opportunità storiche economiche e di investimento che emergeranno da una conclusione positiva del conflitto in Ucraina.
- Le parti interessate agli incontri odierni si impegnano a continuare a collaborare per garantire che il processo proceda in modo tempestivo e produttivo.
Una telefonata seguita da un incontro non è sufficiente per stabilire una pace duratura. Dobbiamo agire, e oggi abbiamo fatto un importante passo avanti.
Vorremmo ringraziare il Regno dell’Arabia Saudita per averci ospitato sotto la guida del principe ereditario Mohammed bin Salman Al Saud.
Le bastonate di Rutte, Vance, Kellogg
Ad infierire sul già tragicomico indice di credibilità dei leader europei, in ordine sparso, arrivano sostanzialmente tutti gli emissari dei veri playmaker del conflitto in corso. A partire da Mark Rutte, che più volte ha ribadito che l’ingresso ucraino nella Nato è tassativamente “fuori discussione”.
Intervenuto alla Conferenza di Monaco, anche il vicepresidente americano Vance non si è risparmiato in termini di durezza nei confronti dei paesi europei, che ha dichiarato “[…] la minaccia che mi preoccupa di più nei confronti dell’Europa non è la Russia, non è la Cina, non è nessun altro attore esterno. Ciò che mi preoccupa è la minaccia dall’interno. Il ritiro dell’Europa da alcuni dei suoi valori più fondamentali: valori condivisi con gli Stati Uniti d’America“.

A mettere la pietra tombale su ogni speranza di rilevanza europea nella pacificazione russo-ucraina è il generale Keith Kellogg, soprammenzionato inviato speciale per l’Ucraina e la Russia, che a chiare lettere ha detto “l’Europa non avrà un posto al tavolo delle trattative di pace con la Russia”.
Chi si accontenta di che cosa gode?
Verrebbe istintivo rispondere “gode della pax americana”, almeno per un altro po’. In fin dei conti, addirittura i francesi hanno mollato ogni ambizione imperiale. Turbati da profonde sobillazioni interne, i maggiori stati europei (Francia e Germania) temono il declino per il “germe interno”, che trova le proprie declinazioni in qualsivoglia questione sia abbastanza divisiva da spaccare opinione pubblica, società civile e politica locale e nazionale. Economia, lavoro, immigrazione, religione e chi più ne ha più ne metta.
Tuttavia, la progressiva stagnazione è da considerarsi tra le cause principali di quegli stessi malori intestini per cui si persegue la via dell’immobilismo. Ciò che ha reso grande l’America, tra le altre cose, è stata la possibilità di poter scaricare all’esterno la violenza montante in tutti i rami della vita del paese, traducendola in propaganda militarista, messianica e imperiale.
Di sicuro, chi gode del sonno profondo di tutti i paesi europei è la Polonia: riarmo impressionante, crescita spedita, ora nuovo playmaker europeo nel mercato del gas e delle materie prime, Varsavia sta coltivando efficacemente la propria ambizione di potenza, e verosimilmente diventerà tra gli emissari favoriti dell’impero americano, a scapito di tutti gli altri. Probabilmente la Polonia, per gli apparati russi, fa più paura dell’Ucraina. E il confronto militare non darebbe esiti scontati come è stato per quello che stiamo raccontando.
Radosław Sikorski, ministro degli Esteri polacco, ha chiara la via che l’ensemble europeo dovrebbe battere: un riarmo generale, incondizionato, anche attraverso istituzioni finanziarie specificatamente istituite per la spesa militare (“banca per il riarmo europeo”). La postura istituzionale di chi sa che per contare qualcosa bisogna perseguire potenza, deterrenza, sviluppo e non economia finanziaria, welfare, timori.
All’Italia, come sempre, restano le briciole. Ci si accontenta di essere i primi invitati alle cene di compleanno di Trump, che vuol dire avere molti commenti sotto le foto su Instagram. Per il resto, l’espressione facciale tra l’imbarazzo e l’autoflagellazione della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, immortalata nel breve video dello sventurato tavolo di Parigi, è eloquente abbastanza da rendere l’idea di quanto almeno la consapevolezza di essere poco più che accompagnatori cerimoniali stia attraversando la mente degli ormai disillusi personaggi in copertina.






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