Non sollevare il velo dipinto che coloro che vivono
chiamano Vita: sebbene forme irreali siano raffigurate lì,
e non faccia che imitare tutto ciò che vorremmo credere
con colori sparsi oziosamente, dietro, si nascondono Paura
e Speranza, destini gemelli; che tessono sempre
le loro ombre, sull’abisso, cieco e tetro.
Conobbi uno che l’aveva sollevato: cercò,
poiché il suo cuore perduto era tenero, cose da amare,
ma non le trovò, ahimè! Né c’era nulla che
il mondo contenesse, che potesse approvare.
Attraverso i molti incuranti si mosse,
uno splendore tra le ombre, una macchia luminosa
su questa scena cupa, uno Spirito che si sforzò
per la verità, e come il Predicatore non la trovò.

Nel celebre sonetto di Percy Bysshe Shelley, poeta capostipite del romanticismo inglese, si trova il turbamento di chi, ignaro del mondo fuori, si avventura nella realtà all’improvviso, senza riguardi né lenti protettive. Di chi ingoia la pillola antibiotica senza la consueta zolletta di zucchero, come si confaceva al Pinocchio di Collodi. Di chi, d’un tratto, riscopre la storia, con il suo inesorabile, circolare moto perpetuo; e risvegliandosi bruscamente dal più dolce dei sogni infantili, vi si ritrova fiondato dentro senza difese, senza sapere dove andare, senza riuscire a mettere le mani avanti per attutire il brusco tonfo sul quotidiano.

Eppure quella storia la Germania l’ha scritta di propria sponte fino a poco tempo tempo fa. E i germanici, secolari ma tutt’altro che secolaristi, ancor prima di chiamarsi tedeschi avevano impresso la propria memoria nel mondo conosciuto con le armi, con il sangue.

Anestetizzati per oltre mezzo secolo da una pax imperiale che è (o fu?) appannaggio dei propri consanguinei d’oltreoceano, ancora principale componente etnica dell’amato e odiato supervisore americano, i tedeschi avvertono forte la pressione della storia, ora che il patronus sembra volerli affrancare. Come i prigionieri del Mito della caverna di Platone, rimangono accecati dalla luce dirompente sprigionata dal mondo reale. Una luce che arriva dall’Est del paese, che mette in evidenza vecchi e latenti malumori, antiche ossessioni, ferite mai curate, oscuri stati d’animo ricorrenti almeno da quella squilibrata e umiliante pace di Versailles, che aveva condannato la Germania alla sottomissione e alla recessione.

E così la “natura“, come recita un efficace proverbio latino, seppur scacciata col forcone, alla fine torna a palesarsi nella sua forma più sincera, dura, attraverso gli istinti più primordiali che caratterizzano tutte le grandi masse inquadrate nelle nazioni compiute. Pulsioni vendicative di consapevolezza e rivalsa riaffiorano nel complesso mosaico germanico. I tedeschi, ora, sono al bivio decisivo tra la crepuscolare allucinazione collettiva e l’amara, complicata riscoperta di sé stessi.

Alternative fur Deütschland: l’elefante nella stanza

Il partito di estrema destra guidato da Alice Weidel ha raggiunto il risultato monstre del 20,8% dei voti, raddoppiando i propri consensi dalle ultime elezioni del 2021. La prima della classe è CDU-CSU, l’Unione dei partiti cristiano-democratici afferenti all’area del centrodestra tedesco. Surclassato SPD, il partito socialdemocratico tedesco, che ha perso quasi il 10% dei voti fermandosi al 16,4%, il peggior risultato del partito dalla seconda guerra mondiale in poi. Chiudono la fila i verdi con l’11,6% dei voti e Die Linke, con l’8,8%, lasciando clamorosamente fuori FDP, il partito liberale democratico di Christian Lindner, che con il 4,3% dei voti subisce una sconfitta storica e non supera la soglia di sbarramento.

Alternative fur Deutschland non è più un isolato outsider: l’ondata di elettori da Sassonia, Turingia, Brandeburgo, Pomerania tedesca pone la questione delle due Germanie in maniera inedita dalla caduta del muro: esse non solo esistono, ma sono in profondo conflitto tra di loro.

La Germania Est: più povera, vecchia e incazzata

A seguito della caduta del muro di Berlino, la Germania dell’est ha subito una pesante perdita di popolazione, soprattutto tra i giovani, che si sono trasferiti ad ovest in cerca di un migliore futuro. Nei trent’anni intercorsi tra il 1991 e il 2021 circa 4 milioni di tedeschi dall’est hanno fatto le valigie alla volta dell’ovest, mentre solo in 2,8 milioni hanno fatto il percorso inverso(1). Motivo per cui la popolazione della Germania Est è sensibilmente più vecchia (2) rispetto a quella della Germania Ovest.

Più anziana ma soprattutto largamente più povera, la popolazione della Germania Est soffre un divario che appare incolmabile con quello dei dirimpettai occidentali, tanto per il reddito medio mensile lordo (inferiore di quasi mille euro) quanto per il reddito mediano inferiore addirittura tra il 20% e il 30%, alimentando nei tedeschi orientali la sensazione di essere cittadini di serie B(3). Differenze analoghe si registrano sui salari e sulla disoccupazione (4).

I “mollacciosi” renano-vestfaliani, bavaresi, assiani, palatini hanno beneficiato in primis della ricostruzione americana, godendo di un exploit economico e finanziario notevole anche dopo la caduta del Muro. Tutt’altra musica, invece, per i tedeschi dell’Est: falcidiati dal comunismo sovietico, l’apertura improvvisa al mondo neo-globalizzato è stata un trauma non indifferente, accusato ancora più duramente quando Helmut Kohl decise di pareggiare il marco orientale a quello occidentale, con conseguenti aumenti di disoccupazione, emigrazione e povertà generale.

Il sole non sorgerà più ad Est, ma la rabbia montante di pressoché ogni strato del tessuto sociale germanico orientale è qualcosa di non più trascurabile. Men che meno di fronte ad un arrocco isolazionista americano.

Affluenza record contro il “vecchio” sistema-paese

Con un’affluenza di voto tra le più alte degli ultimi decenni, pari all’83%, il responso delle urne in Germania è stato quanto più chiaro e statuario possibile: non è di una svolta a destra politica in quanto tale che si tratta, ma di una presa di coscienza del fatto che lo stato di quiete perenne, in cui la pax americana aveva lasciato sprofondare i tedeschi, sta volgendo al termine.

Così come accadde nella Repubblica di Weimar poco prima dell’ascesa del nazionalsocialismo, il crollo dei liberali è stato inesorabile. Essi sono visti sempre più come deboli, inconsistenti, incapaci di rispondere a tutte quelle pulsioni di protesta interna e di insoddisfazione che stanno riaccendendo, specialmente nei tedeschi dell’est, un malessere profondo e apparentemente incurabile.

Lungi da noi turarci in fantasiosi paragoni storici, cerchiamo di analizzare nel dettaglio le cause delle vampate roventi che stanno pervadendo la Germania da est da Forst e Francoforte fino alla bassa Sassonia e alla Turingia.

Il “germe interno”: l’immigrazione

Principale indicatore di polarizzazione trasversale e universale del dibattito politico tedesco, l’immigrazione è da sempre una delle più grandi preoccupazioni tanto in maniera di sicurezza quanto di stabilità del tessuto sociale, produttivo e religioso.

Tra le maggiori ansie c’è quella relativa alle minacce terroristiche, amplificata dai sempre più frequenti attentati ai danni della popolazione civile tedesca. Il fatto che la quasi totalità degli attentati in Germania siano stati attribuiti a lupi solitari rappresenta un problema estremamente serio: polizia e servizi di intelligence non riescono ad individuare preventivamente le minacce, rendendo chiunque un possibile obiettivo e aumentando la paura e la diffidenza in tutti gli ambiti della vita sociale.

L’aumento di misure di sicurezza, controlli alle frontiere e alle operazioni di polizia non ha placato gli animi nei confronti delle amministrazioni politiche recenti. Concetti come “überfremdung” e “umvolkung” sono tornati in grande spolvero, sintomo di una paura che trascende la mera sicurezza interna: i tedeschi dell’Est sono tornati a sentirsi profanati nella loro identità profonda e secolare, che percepiscono come aggredita dagli impulsi liberal-globalisti dei ricchi e odiosi cugini dell’Ovest. E l’incubo della recessione prospetta scenari cupi.

Se vacilla anche l’economia

Nulla come l’inflazione ha ha esacerbato di più il popolo tedesco, nulla lo ha reso più rabbioso, nulla lo ha reso più maturo per Hitler“. Parole di Stefan Zweig, scrittore, storico, giornalista e drammaturgo austriaco, sull’efficacia dell’ascesa del nazismo.

Il virtuosismo economico e l’eccellenza industriale, per la Germania, sono da sempre motivo di vanto e di distinzione identitaria. Togli ai tedeschi questo prestigio e tanto basterà a lasciarli sprofondare in un’incertezza che si traduce nella violenta e primordiale ricerca del colpevole, che sia esso rintracciabile nella pavidità liberal-socialista, nell’immigrato o nelle “catene” di forze esterne (Versailles, Washington).

Due anni di fila di economia in recessione non si verificavano da quando, per l’appunto, dal tramonto della Repubblica di Weimar. E secondo le stime della Bundesbank, si rischia di vivere un terzo anno all’insegna dello stesso catastrofico trend. La fase di stagnazione che investe i settori metallurgico, chimico e automobilistico non ha precedenti dalla fine della seconda guerra mondiale, e l’aumento del potere d’acquisto di questi ultimi tempi non si è tradotto in consumi ma in risparmi, gettando ulteriori ombre sulla stabilità economica di un paese considerato, fino a poco tempo fa, roccaforte commerciale garante per tutto il continente europeo.

Russia, Cina, Stati Uniti

Se la situazione interna è quantomeno complessa, la politica estera tedesca si trova ad affrontare sfide cruciali e attualmente si trova ad affrontare uno scenario critico.

Sul versante “atlantico”, per così dire, i rapporti con Washington sono divenuti piuttosto tesi. Con l’intenzione trumpiana di perseguire dazi a più non posso nei confronti dell’Europa, secondo quanto affermato da Joachim Nagel, presidente della Bundesbank, il Pil nazionale potrebbe risentirne fino a contrarsi dell’1.5%, uno scenario spaventoso se sommato alla già lampante recessione economica tedesca(5). Lo stesso Friedrich Merz, leader della vincente CDU-CSU, ha dichiarato “Per me l’assoluta priorità sarà rafforzare l’Europa il più velocemente possibile, i modo che, passo dopo passo, noi riusciamo davvero a raggiungere l’indipendenza dagli Usa“, che passerà soprattutto da un immediato riarmo(6). Un segnale fortissimo, spedito direttamente alla Casa Bianca, che sicuramente non rimarrà senza risposta.

Un’altra delle questioni che hanno creato frequentemente attriti tra Washington e Berlino è l’attitudine di quest’ultima ad un fitto e disinvolto dialogo indipendente con Cina e Russia, partner energetici e industriali che hanno sempre fatto gola ai tedeschi. Con Pechino, fino al 2024, ha avuto un rapporto di assoluto privilegio commerciale, con un volume di scambi che solo nel 2021 ha toccato la cifra di 245 miliardi di dollari(7), che hanno coinvolto in gran parte il settore automobilistico. Tuttavia la fortissima dipendenza tedesca dall’import cinese, negli anni, non è andata di pari passo con la richiesta effettiva: la Cina sta diventando sempre più autosufficiente, diminuendo progressivamente la domanda verso la Germania.

A ciò si unisce, logicamente, una situazione simile con la Russia: la dipendenza di gas da Mosca è fortissima, e nonostante un costante impegno tedesco nel diversificare le proprie fonti di approvvigionamento non si profilano, nell’immediato, grandi opportunità che non passino da propri acerrimi rivali europei come la Polonia.

Questa politica del paso doble tra Washington, Pechino e Mosca è stata una costante della Germania contemporanea, seppur con interpreti diversi negli anni. Se fino a qualche tempo fa questa attitudine alle “public relations” sfrenate era tenuta tutto sommato sotto controllo dagli Stati Uniti, adesso per Berlino c’è davvero la possibilità di coltivare una propria sfera d’influenza autonoma. A patto che non tema lo scontro, anche frontale, con i cuginastri americani. Scenario difficile nel breve termine, tutt’altro che impossibile nel medio termine.

Una corsa a due con Varsavia per il primato geopolitico continentale non è da escludersi, specie considerando la velocità con cui la Polonia sta portando avanti la propria corsa alle armi. Se la Germania s’è davvero destata dal suo sonno primordiale, il rilancio industriale attraverso il riarmo (vedasi quella sorta di efficace e fulmineo “New Deal bellico” adottato da Hitler negli anni ’30) potrebbe essere una delle vie fondamentali per un ritorno alle ambizioni di potenza e autodeterminazione che, tra luci e ombre, hanno segnato i tratti più importanti della sua storia.

Note

(1) Destatis (2024) – Migration Flows: East-West migration (Statistisches Bundesamt)

(2) Destatis (2024) – Population by territory and average age (Statistisches Bundesamt)

(3) Destatis (2020) – Statistik Dossier 30 Jahre Deutsche Einheit (Statistisches Bundesamt)

(4) Porzio, T.; Heise, S. – Why East Germans are not taking advantage of the large wage gap between East and West Germany (Center for Economic Policy Research)

(5) Reuters – Germany at particular risk from US tariffs, Bundesbank warns (Reuters)

(6) Redazione ANSA – Le prime dichiarazioni di Merz: ‘Indipendenza dagli Usa sulla difesa e no a soldati tedeschi a Kiev’ (ANSA)

(7) Destatis (2025) – In 2024, United States became Germany’s most important trading partner once again after nine years (Statistisches Bundesamt)

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