Il battibecco tra Donald Trump e Volodymyr Zelens’kyj, clamoroso poiché avvenuto in favore di telecamere, è il punto apicale delle variegate declinazioni della tattica comunicativa e diplomatica trumpiana: imprevedibilità, dimostrazione di forza, (apparente) mancanza di scrupoli. Ma nient’altro.

Ciò che “The Don” mira a trasmettere non è solo un senso di sicurezza (da capire quanto reale) sulle dinamiche di subalternità dei clientes americani, ma anche un chiaro messaggio a tutti gli attori internazionali che vedono Washington vulnerabile in virtù del mantenimento delle sue posizioni oltranziste: gli Stati Uniti sono tutt’altro che una superpotenza cieca, che non coglie gli sviluppi di ciò che succede al di fuori del proprio continente. Ciò significa che se apparati e Stati maggiori avvertono la necessità di rivedere le proprie posizioni di tutela militare ed economica su determinati attori internazionali (anche se cruciali per collocazione geografica e tattica), allora non c’è davvero solidarietà internazionale che tenga. Ammesso che esista.

Il tutto in virtù di una distensione verso Mosca atta a salvaguardarsi, nella complessa competizione di potere con Pechino, da un asse euro-asiatico che offrirebbe ai cinesi reali prospettive di scontro su tutti i fronti al colosso americano.

L’inesperienza di Zelens’kyj, l’aggressività trumpiana

La potenza comunicativa di uno scontro frontale trasmesso in diretta televisiva dallo Studio ovale non ha precedenti storici nell’ambito delle trattative tra leader internazionalmente riconosciuti. Specie considerata l’aggressività sfrontata con la quale il presidente americano ed il suo vice hanno tartassato il malcapitato leader ucraino, reo di essere stato tanto ingenuo quanto, effettivamente, sprovveduto di vero savoir faire tattico.

Presentarsi ad un incontro istituzionale, in diretta mondiale, mostrando un raffazzonato catalogo fotografico con l’idea di muovere la “coscienza” americana per paura dell’abbandono (e con la pretesa di dettare condizioni alla superpotenza che garantisce la sopravvivenza del paese in tutti i sensi) è una mossa più cinematografica e ridicola (non a caso) che non utile, figlia dell’inesperienza e della scarsa attitudine di un capo di Stato che è effettivamente alla sua prima esperienza politica in assoluto. Per una semplice considerazione: i vertici strategici della maggiore potenza imperiale del mondo non possono logicamente avere “compassione”, “solidarietà” e “benevolenza” nel proprio vocabolario geopolitico.

La prima matrice che “move il sole e l’altre stelle” è la traiettoria strategica, che va tutelata e supportata con accortezza, cinismo e determinazione. In generale, nella logica dei rapporti di potere internazionali l’iniziativa di Zelens’kyj è una dimostrazione di sostanziale immaturità politica ed istituzionale, che avrebbe potuto soltanto portare a spiacevoli (ma certamente non definitivi o tragici) effetti collaterali.

Una sceneggiata che è conseguenza, non causa

La lavata di capo che Trump e Vance hanno riservato all’omologo ucraino, con modalità che certamente rimandano al bullismo adolescenziale, non è di certo la causa dello stallo dei rapporti tra Washington e Kyïv. Ne è piuttosto un sintomo. Inutile rimarcare quanto sia sciocco supporre che i protettorati imperiali si basino sull’arroganza dei presidenti, sul caratteraccio dei leader, sulle ambizioni grottesche dei singoli.

Allentare la presa sull’Ucraina è prerogativa che rientra nella logica del dialogo con la Russia, e che dunque avrebbe dovuto rispettare anche un’eventuale amministrazione Harris. Di certo non avremmo assistito a due spacconi che maltrattano un presidente invaso, ma la pura e sostanziale realtà dei fatti sarebbe stata la stessa.

Oltre il sensazionalismo televisivo, di notevole impatto, dietro questo combattimento verbale non c’è niente di più e niente di meno della già arcinota situazione geopolitica attuale: l’Ucraina inizia a pesare troppo, e determinate dinamiche vanno ridisegnate.

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