L’8 dicembre 2024 entravano trionfanti a Damasco le forze rivoluzionarie siriane, ponendo fine al regime di Bashar al-Assad, al potere da quasi 25 anni. Gli undici giorni che hanno preceduto la presa della capitale del paese hanno visto i miliziani, primi tra tutti quelli appartenenti alla formazione Hayʼat Taḥrīr al-Shām, partire dalla provincia di Idlib (nord-ovest) per poi convergere sui principali centri abitati della Siria, puntando sempre più a sud verso Damasco.

Proclamata la fine della dittatura di Assad e l’inizio della reggenza ad interim di Abū Muḥammad al-Jawlānī, al secolo Aḥmad Ḥusayn al-Sharaʿ, la Siria entra in una nuova fase della propria storia. Una transizione pacifica ed efficace è la priorità del nuovo esecutivo, che intende porsi in discontinuità con la precedente amministrazione e avviare una stagione all’insegna della tolleranza e l’inclusività, data la grande frammentazione e varietà propria della Siria e dei suoi abitanti. Tuttavia, il ruolo preponderante delle milizie islamiste nelle dinamiche di potere ha suscitato forti preoccupazioni a livello internazionale, in particolare tra gli alleati occidentali e le Nazioni Unite, che temono una deriva autoritaria e settaria del nuovo governo, anche in virtù del recente passato dei propri membri costituenti.
Questa transizione ha presentato più di una difficoltà, specialmente sul fronte interno. La situazione securitaria resta estremamente volubile e numerosi sono i focolai di scontro tra gruppi armati e forze di sicurezza interne. Parte di queste tensioni interessano le regioni costiere, dove le forze lealiste ad Assad hanno ripiegato e si sono nascoste maggiormente. Proprio in una di queste regioni, la provincia di Latakia (a maggioranza alawita) è teatro da ormai diversi giorni di scontri tra questi gruppi lealisti e Damasco. Gli attacchi contro le postazioni delle forze di sicurezza e del Ministero della Difesa siriano si sono intensificati considerevolmente a partire dal 6 marzo, comportando una massiccia contro-offensiva da parte del Governo. Questa, però, sembra aver assunto i tratti di una repressione feroce ed indiscriminata con conseguenze umanitarie di ampio rilievo. Lunedì, il Ministero della Difesa siriano ha annunciato la conclusione delle operazioni, ma la situazione sul terreno resta poco chiara. È stata, infatti, interdetta ai giornalisti l’intera area e per questo sono limitate le fonti a disposizione.

Secondo quanto riportato dall’Osservatorio siriano per i diritti umani (SOHR), sono quasi 1000 i civili uccisi ad opera anzitutto delle forze di sicurezza siriane. Il massacro dei civili, unitamente alla distruzione di case e edifici privati, sono le violazioni dei diritti umani che l’ONG siriana ha denunciato a gran voce nei giorni scorsi. Sarebbero invece più di 8000 gli sfollati, per lo più alawiti, in fuga verso il Libano a seguito degli scontri di questi giorni. La questione ha catturato anche l’attenzione della più ampia comunità internazionale, portando alla convocazione nella giornata di lunedì di un incontro a porte chiuse del Consiglio di Sicurezza ONU su proposta di Russia e Stati Uniti.

È bene precisare, però, che le ragioni sottese al coinvolgimento indiscriminato della popolazione sono sovente di natura etnica e religiosa piuttosto che di mera complicità con l’ormai deposta dittatura. La provincia ospita una cospicua minoranza di Alawiti, un gruppo religioso di derivazione sciita, al quale appartiene l’11% di tutta la popolazione siriana, compresa la famiglia Assad. Famiglia che, nell’ambito di una strategia ispirata al concetto di dividi et impera, ha sovente sfruttato la frammentazione etnico-religiosa del paese per il mantenimento del potere. All’interno di questa dinamica, la comunità alawita è stata spesso uno strumento di gestione efficace.
Per questo motivo, il massacro che si sta consumando a danno di questa minoranza, che non esaurisce la discriminazione e l’iniquo trattamento a cui sono sottoposti i suoi membri in tutta la Siria dall’8 dicembre scorso, è parte di quella più ampia frammentazione che da sempre consuma la Siria. È concreto il rischio di una vendetta generalizzata contro le comunità alawite, con un possibile effetto destabilizzante anche nei paesi vicini, in particolare in Libano, dove le tensioni settarie sono già elevate. Inoltre, come osservato da alcuni analisti, la scelta di intensificare gli attacchi contro le forze di sicurezza siriane proprio in queste regioni, non è da ricondursi al mero supporto che queste comunità alawite possono aver offerto ai miliziani, bensì alla volontà da parte di quest’ultimi di infiammare gli animi e riaccendere le frizioni settoriali.
In risposta alle notizie dei massacri di Latakia, sono state numerose le proteste di piazza da parte della popolazione in tutto il paese e in modo particolare a Damasco, in nome di una Siria non più divisa e giusta. Anche il governo di al-Shara ha preso le distanze da quanto accaduto e ha promesso di investigare e porre fine agli abusi, lanciando un appello all’unità nazionale. Tuttavia, diversi osservatori internazionali hanno messo in dubbio l’effettiva capacità dell’esecutivo di controllare tutte le fazioni armate coinvolte nella rivoluzione, molte delle quali operano con un alto grado di autonomia e potrebbero non rispondere direttamente agli ordini del nuovo governo.

Appare comunque evidente la volontà della nuova leadership siriana, almeno in superficie, di continuare nel solco di quei principi di tolleranza e inclusività di cui si era proclamata portatrice con il rovesciamento di Assad. In linea con questa impostazione si inseriscono gli accordi appena raggiunti tra Damasco e le fazioni curde che controllano il quadrante nord-orientale della Siria. Gli accordi prevedono una forma di autonomia amministrativa per le regioni a maggioranza curda, in cambio del riconoscimento ufficiale del nuovo governo. Questa intesa rappresenta una svolta storica, ma resta da vedere se verrà accettata da tutte le componenti della resistenza siriana, alcune delle quali sono storicamente ostili ai curdi.

Ad ogni modo, però, la prova con la Storia restano proprio gli episodi come questi, che rivelano i più ampi umori della popolazione e le direttrici della politica dell’esecutivo. Se il governo non riuscirà a consolidare la propria autorità su tutto il territorio nazionale, il rischio di una nuova fase di instabilità e frammentazione del potere rimane elevato, alimentando le incertezze sul futuro della Siria post-Assad. Sarà importante osservare i prossimi sviluppi, cercando di capire se le tensioni generate nell’ultima settimana saranno destinate a propagarsi per tutto il paese, riaccendendo focolai di scontro mai davvero spenti, come dimostrato anche dalle più recenti attività dell’ISIS nel quadrante centro-orientale del paese.






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