Per comprendere molti dei contesti geopolitici odierni, ove il confine tra democrazia e regime autoritario risulta essere realmente labile, è opportuno fare un approfondimento su come effettivamente le istituzioni di un paese “democratico” possano essere ridisegnate, pur senza stravolgimenti, per perseguire una traiettoria strategica globalizzante sotto guida cosiddetta “dittatoriale”. Lente d’ingrandimento sull’imperatore Augusto, che, senza troppi giri di parole, potremmo denotare come il “padre” dei passaggi da strutture più “democratiche” a sistemi autoritari. Questo passaggio durò più di trent’anni e fu curato in ogni minimo dettaglio, dalla preservazione delle magistrature esistenti alla fagocitazione delle più importanti famiglie patrizie all’interno della gens Giulio-Claudia, sino al sistema pubblicitario-propagandistico messo in piedi mediante l’amico Mecenate. Insomma, Augusto fu un vero e proprio maestro di tirannia, nell’accezione greca del termine e non in quella dispregiativa contemporanea. Ma prima di addentrarsi nel regime augusteo è opportuna una brevissima digressione sulle istituzioni di Roma Antica.

L’assetto istituzionale di Roma Antica

L’assetto istituzionale che si formò nel corso del IV secolo resse, sostanzialmente, sino alla fine della Repubblica e generò strutture politiche (naturalmente in parte trasformate) ancora oggi in uso. Roma, seppur divenuta padrona indiscussa della Penisola, aveva mantenuta intatta la struttura di città-stato. Il suo governo era da anni costituito da un insieme variegato di magistrature, con competenze ben definite ed esercitate in autonomia da ciascuna di esse. Va detto, per fare chiarezza, che esso non si presentava come un governo nell’accezione acquisita oggi dal termine, poiché mancava di unità direzionale e continuità, che invece erano assicurate dal Senato e della omogeneità della classe dirigente. Nell’Antica Roma vi era una gerarchia magistratuale, non sempre rigidamente rispettata, e un cursus honorum conseguente, che raramente portava realmente al consolato. Alcune di queste magistrature sopravvissero alla fine della Repubblica, in ordine di importanza nel cursus honorum: il consolato, la pretura, il tribunato plebeo, l’edilità, la questura e il tribunato militare[1].

Il cursus honorum era ben strutturato e organizzato, al suo interno conteneva un insieme di cariche sia politiche che militari. Va detto, infatti, che nel mondo romano non vi era il distinguo, oggi palese, tra un senatore e un generale, solo per fare un esempio, poiché si tratta di una civiltà che nasce e si sviluppa come militarizzata, costantemente in guerra[2]. Ogni ufficio del cursus honorum aveva un’età ben stabilita per accedervi, ed un intervallo minimo di tempo da trascorrervi per passare alla carica successiva leggi specifiche, inoltre, proibivano di reiterare l’esperienza in un qualsiasi ufficio. Questo secolare assetto iniziò a disgregarsi con l’inizio delle Guerre Civili e ancor prima con l’entrata sulla scena politica di Gaio Mario. Nel quadro storico che si andava formando era diventata sempre più importante nell’opinione pubblica la figura dell’homo novus che emerse con prepotenza proprio negli ultimi due secoli di vita della Repubblica. Per definizione, l’homo novus era colui che proveniva da una famiglia in cui nessuno mai aveva rivestito alcuna carica pubblica. L’incorporazione delle istituzioni plebee nelle istituzioni originarie della Repubblica generò un singolare sistema di governo. Vi erano magistrature dotate dell’imperium, cioè il comando militare, ed erano la pretura e il consolato. Tali magistrature, inoltre, avevano il potere di proporre leggi e di convocare i comizi centuriati. Poi, come tutte le altre magistrature, anche queste avevano poteri di loro competenza, come ad esempio potevano applicare sanzioni ai renitenti alla leva. L’imperium era un potere enorme, teoricamente senza limiti. Nella riforma del 366 a.C. il pretore assunse compiti più legati alla vigilanza urbana che al vero e proprio potere militare. Mentre il consolato andò accrescendo il suo potere. Le magistrature minori, prive di imperium, assolvevano a funzioni più burocratiche a livello cittadino. Avevano competenze giudiziarie e finanziarie i questori, ai quali spettava il controllo del tesoro pubblico e l’amministrazione della giustizia penale.

La nascita del Regime

Cessate le guerre civili[3] con la battaglia di Azio[4] e il conseguente suicidio di Marco Antonio ad Alessandria d’Egitto nell’estate del 30 a.C.[5], l’élite culturale romana, da Attico[6] a Cornelio Nepote[7] allo stesso Varrone[8], fatta eccezione per Cicerone che aveva pagato a caro prezzo il suo “troppo esporsi”, si apprestava a riconciliarsi con il nuovo ordine augusteo. Di tale “ordine” fanno parte un’attenta politica culturale che non si esaurisce nel promuovere la più grande ondata di arte politicizzata che il mondo antico abbia mai visto, ma anche una costante e perpetua ricerca e riproposizione delle tradizioni e dei costumi legati alle origini dell’Urbe.

Prima di entrare nel focus del funzionamento propagandistico del Regime è opportuno spiegare come Augusto sia intervenuto sulle magistrature. L’ottima strategia di Augusto risiede nel fatto che egli non stravolse ciò che era già esistente, piuttosto andò a generare una sovrastruttura, cioè quella imperiale. Sostanzialmente le magistrature rimasero le stesse, ma avendo assunto varie cariche nella sua persona[9] e votando per primo in Senato poteva influenzare qualsiasi tipo di decisione. Quello ideato da Augusto fu un passaggio “morbido” ad un regime autoritario, cercò di ingannare il patriziato e di accontentare la plebe. Tale sistema, però, resse grazie ad un’articolata politica culturale-propagandistica

La strategia comunicativa di Ottaviano: dalla Vittoria di Azio alla fondazione di Roma Augustea

La battaglia di Azio (31 a.C.), che vide la decisiva vittoria di Ottaviano contro Marco Antonio e Cleopatra, non fu solo un successo militare, ma rappresentò un momento cruciale nella costruzione del potere e dell’immagine politica del futuro imperatore Augusto[10]. La vittoria, infatti, gli permise di consolidare la sua posizione di leader indiscusso e lo obbligò a sviluppare una strategia comunicativa in grado di trasformare il suo ruolo di “capoparte” in quello di una figura politica che incarnava l’unità e la stabilità di una Roma pacificata. Come ha sottolineato Pollini (2012, 162-203), l’esito della battaglia non solo conferì a Ottaviano un potere assoluto, ma lo costrinse a elaborare un discorso simbolico che legasse la sua immagine a quella della Roma restaurata[11].

I Denari di Ottaviano: La “Teologia della Vittoria”

Un esempio chiaro di questa strategia comunicativa può essere osservato nei denari emessi da Ottaviano subito dopo la vittoria. Un denario battuto tra il 31 e il 29 a.C. lo rappresenta come “portatore di Vittoria” (Koortbojian, 2006), un’icona che rimanda alla sacralità e all’onnipotenza della vittoria. Un altro denario, coniato nel 29 a.C.[12], mostra Ottaviano con aplustre e scettro, poggiando il piede su un globo (Cadario, 2013)[13]. Queste immagini non solo celebrano la vittoria militare, ma sono anche un chiaro segno di come Ottaviano cominciasse a costruire una legittimazione del suo potere, in grado di trascendere la dimensione strettamente militare per stabilire un dominio politico stabile e pacifico.

Tuttavia, questa “teologia della Vittoria” dovette evolversi. La nuova sfida di Ottaviano era quella di trasformare la vittoria militare in un potere politico stabile e rispettato. Come osservato da Koortbojian (2006), le iconografie iniziali, pur confermando la consapevolezza della vittoria militare, dovettero lasciare il posto a nuovi simboli e miti che potessero connotare la sua autorità politica a lungo termine.

Il nuovo Romolo e il Divi Filius: la costruzione dell’immagine di Augusto

Il cuore di questa trasformazione risiedeva nella costruzione di un’immagine che fosse tanto sacra quanto politica. Ottaviano iniziò a presentarsi come Divi Filius (figlio del Divino), un titolo che lo legava direttamente a Cesare, il cui status divino venne sancito dopo la sua morte. Ma, come sottolinea Guarisco (2016), questa divinità filiale non si limitava a rendere omaggio a Cesare; Ottaviano mirava a rinnovare il mito fondativo di Roma, prendendo il posto di Romolo, il fondatore di Roma, come nuovo custode dell’ordine e della pace.

L’idea di Ottaviano come nuovo Romolo è stata ben documentata nel ciclo monumentale che cominciò a prendere forma nella città di Roma. Questo progetto culminò nell’inaugurazione del tempio dedicato al Divo Giulio, inaugurato nel 29 a.C., che segnava simbolicamente la relazione di Ottaviano con la divinità paterna. Il tempio era stato progettato già precedentemente, come testimonia una moneta del 36 a.C. che lo raffigura, e il suo sito scelto non era casuale: sorgeva nel luogo in cui Cesare era stato cremato, nel Foro Romano (Coarelli, 1985)[14]. L’elemento simbolico del tempio divenne ancora più rilevante in quanto accanto a esso sorgeva il monumento a Romolo, segnando l’unione tra il fondatore mitico della città e il suo successore divino[15].

L’assunzione del titolo di Augustus e la consacrazione del potere

L’atto finale di questa strategia simbolica si verificò nel 27 a.C., quando Ottaviano assunse il titolo di Augustus, un termine che significava “il venerabile” e che suggellava definitivamente il suo ruolo di capo indiscusso di Roma. Le fonti, tra cui Dione Cassio (53.16.6)[16], documentano che questa scelta fu discussa, poiché Ottaviano avrebbe preferito assumere il nome di Romolo, ma la decisione finale di non farlo rispecchiò la necessità di consolidare il potere attraverso il simbolismo di una continuità divina e politica, piuttosto che fondare il suo potere su un singolo nome mitico.

Il titolo di Augustus rappresentava un passo fondamentale nella legittimazione del potere di Ottaviano, segnando il passaggio da una monarchia mascherata da repubblica a una forma di governo imperiale, ma pur sempre ancorata alla tradizione e alle radici della città[17].

Politiche culturali

Questa è l’epoca in cui gli intellettuali greci trasferitisi a Roma si mettono a studiare le origini della Capitale, mentre un intellettuale come Igino[18], di probabile origine iberica, ma di formazione alessandrina, si impegna a commentare l’opera virgiliana[19]. L’età augustea[20] fu una delle epoche letterarie per le quali si è conservato più materiale. Quella augustea è in primo luogo un’epoca che mitizza sé stessa, prima di creare il mito delle origini. Tale mitizzazione si evince in primis da un dato letterario, le opere prodotte in quest’epoca sono immediatamente messe sotto la “tutela” degli eruditi[21]. L’esempio più evidente di tale dinamica fu quello dell’Eneide fin da subito studiata dai grammatici e commentata da Igino[22].

Allo stesso tempo in quest’epoca vennero sottratte alla tradizione incontrollata e messe sotto “tutela” opere di IV e III secolo a.C., come le commedie plautine[23].

Il processo di accentramento di età augustea funzionò così bene, poiché alla centralità politica, in quanto inizio di un nuovo ordine, si sommò una centralità culturale, artistica, letteraria, nel momento di massima unificazione del mondo ellenistico-romano[24], centralità questa, «esaltata dall’efficace intreccio tra ricerca sul passato e prepotente interesse attuale, che ha finito col fissare per una lunga fase le categorie con cui interpretare il passato, attraverso opere capitali quali i Fasti di Ovidio, l’Eneide di Virgilio, l’opera storica di Livio, la lirica civile di Orazio»[25].

Le inquietudini degli intellettuali: l’esempio di Orazio

Come in ogni epoca, coloro che meno digerirono tale transizione, furono gli intellettuali, soprattutto quelli di “regime”, quelli più vicini ad Augusto. Le inquietudini e i malumori di questi continuarono a manifestarsi anche dopo che gli equilibri politici si consolidarono, arrivando a creare grande «imbarazzo alla politica culturale»[26]. Molti di essi cercarono di autoconvincersi della spontaneità delle proprie scelte, anche quando così non fu, arrivando davvero al fondamento non pragmatico delle proprie decisioni[27]. Ci furono poi coloro che scivolarono nel dissenso o per una serie di involontari passi falsi[28], o perché confidano che il potere a cui avevano aderito ancora poteva comportare dei margini di manovra[29].

Mentre l’altro grande intellettuale di quel tempo, Virgilio, seppe sempre stare al suo posto, Orazio[30] non fu dello stesso avviso, e proprio per tale motivo egli costituisce un esempio di scaltra opposizione al Regime. Il poeta fu scovato dal coltissimo e acuto Mecenate, e Augusto fu sempre invidioso del loro rapporto, come testimoniato da una lettera rinvenuta da Svetonio: «Prima bastavo a me stesso per scrivere lettere agli amici; ora, occupatissimo come sono e per giunta malato, vorrei portarti via il nostro Orazio. Si trasferisca dunque da codesta tua mensa, dove sta come semplice parassita, alla mia mensa reale; e mi sarà di aiuto per la mia corrispondenza»[31]. In questa maniera il principe stava offrendo al poeta il posto di ab epistulis[32], che però egli declinò per motivi di salute. Augusto, quale grande politico cui era, non se la prese, ma qualche tempo più tardi tornò a scrivergli: «Prenditi pure con me qualche libertà come se fossi mio commensale, perché così avrei voluto se la tua salute te lo avesse consentito»[33].

Quando Ottaviano era ormai divenuto l’indiscusso princeps di Roma pretese che il Poeta gli dedicasse un’opera: «Sappi che sono in collera con te perché non parli soprattutto con me, temi forse di essere infamato presso i posteri ove risultasse un domani che eri stato mio famigliare[34][35]. L’imperatore rammenta ad Orazio con feroce ironia la sua posizione di familiaris nei confronti del princeps, posizione questa che non può e non deve essere celata ai posteri. Orazio fu costretto ad una rapida risposta: la riapertura delle Epistole[36]. Il libro già concluso e perfetto si riapre, nascono nuove epistole ove rimbomba il ricordo di Filippi. Il Poeta, ex repubblicano che a Filippi aveva combattuto al fianco dei “liberatori”, ora doveva pagare a caro prezzo di non essere morto sul campo di battaglia e di essersi dovuto genuflettere al cospetto del princeps. Augusto, da vero tiranno, gli impone di non poter salvare l’anima agli occhi dei posteri.

Nell’ode per la vittoria di Azio, il giovane poeta se l’era cavata molto bene, era riuscito agevolmente a prendere sul serio la propaganda contro Marco Antonio e Cleopatra che minacciavano la stabilità dell’impero[37]. La situazione, ora, era però del tutto diversa, bisogna esaltare l’imperatore in quanto tale, proprio in questo momento iniziarono le prime frizioni che lo porteranno poi all’esilio.


[1] C. A. Murero, Le magistrature di Roma antica, Roma, Forzani e C., 1888, p. 4.

[2] G. Clemente, Guida alla storia romana, Milano, Mondadori, 2011, p. 117.

[3] La guerra civile romana fu il complesso e confuso periodo storico della Repubblica romana compreso tra il 44 a.C. e il 31 a.C. che ebbe inizio con l’assassinio di Cesare e terminò con la battaglia di Azio, l’assedio di Alessandria d’Egitto e il suicidio di Cleopatra e Marco Antonio.

Sulle guerre civili si veda R. Syme, La rivoluzione romana, introduzione di A. Momigliano, Torino, Einaudi, 1974, 236-242.

[4] M. A. Levi, La battaglia d’Azio, in Athenaeum, n.s., anno 10, fasc. 1, gennaio 1932, Pavia, Regia Università, 1932.

[5] F. Sampoli, Marco Antonio, Milano, Fabbri, 2004. Lo scontro che avrebbe dovuto decidere le sorti di Roma in sostanza non fu mai combattuto: chiuso ad Azio, situata sulla costa meridionale dell’Epiro, Antonio decise di seguire Cleopatra che era sfuggita al blocco dirigendosi verso l’Egitto; qui, nell’estate del 30, dopo una strenue resistenza a Ottaviano, i due si suicidarono ad Alessandria. Ottaviano era l’unico padrone dell’impero, più grande di quello che aveva governato Cesare, ma con una sostanziale differenza: quella di dare al suo potere personale una veste legale.

[6] La maggior parte delle notizie su Tito Pomponio Attico sono state ricavate dalla Vita di Attico di Cornelio Nepote e dalle Lettere ad Attico di Cicerone. Si veda: A. Materia, Tito Pomponio Attico: profilo storico-critico, Messina, Tip. IROR, 1962.

[7] Poco sappiamo della vita di Cornelio Nepote. Nacque nel 100 a.C. circa a Hostilia, all’epoca un piccolo villaggio della Gallia Cisalpina vicino al Po e non lontano da Verona, oggi situato nella provincia di Mantova. Le sue origini cisalpine sono testimoniate da Plinio il Vecchio, che lo definì Padi accola, ovvero abitante delle rive del Po.

Si veda G. Solaro, Cornelio Nepote cronista universale, in Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia; Università degli studi, Bari, XLIX 2006, Bari, Cacucci, 2007, pp. 153-161.

[8] B. Riposati, M. Terenzio Varrone: l’uomo e lo scrittore, Roma, Itituto di studi romani, 1975.

[9] Augustus nel 27 a.C., Pontifex maximus (dopo la morte di Marco Emilio Lepido nel 13 a.C.), Pater Patriae nel 2 a.C.e praefectus moribus (nel 19 a.C. e rinnovatagli nel 12 a.C.).

[10] J. Pollini, Augustus and the Politics of Power, Cambridge, University Press, 2012, p. 34.

[11] Ibidem.

[12] M. Koortbojian, Monetary Iconography and Augustus’ Image, Oxford, University Press, 2006, pp. 112-116.

[13] G. Cadario, Denarius of Augustus: Iconographic Analysis, Milano, University of Milan, 2013, p. 67.

[14] F. Coarelli, Il Foro Romano e il Foro di Cesare, Roma, La Nuova Italia, 1983.

[15] M. Menichetti, La “colonizzazione” dell’immaginario.  Augusto e la memoria di Roma, in Dialoghi sull’archeologia della Magna Grecia e del Mediterraneo, Atti del II Convegno Internazionale di Studi, Paestum, 28-30 giugno 2017, pp. 65-84.

[16] Dione Cassio, Storia romana, 53.16.6.

[17] A. Carandini, Roma quadrata: Archeologia e mito della fondazione. Bari-Roma, Laterza, 2006, p.34.

[18] Gaio Giulio Igino nacque in Hispania e fu allievo dell’erudito Alessandro Poliistore, intorno al 9 a.C.. Di nascita servile, era un liberto di Ottaviano Augusto, come provano il nomen ed il praenomen. Dall’imperatore fu nominato direttore della biblioteca del tempio di Apollo, posta sul colle Palatino, distinguendosi per la sua cultura in vari campi e fu molto amico, tra l’altro, di Ovidio. Egli scrisse numerose opere di filologia, di geografia, di storia, di agricoltura e di critica, di cui ci sono giunti solamente i titoli o pochi frammenti. Tra le opere storiche, compose De vita rebusque illustrium virorum, in almeno 6 libri; De familiis Troianis; Exempla; di carattere geografico era il De origine urbium Italicarum in almeno 2, forse 3 libri, mentre antiquarie erano il De Dis Penatibus e il De proprietatibus deorum, probabilmente composti sulla scia delle Antiquitates di Varrone.

Si veda: Svetonio, De gramaticis, 20, 1; Girolamo, Chronicon, 167; Svetonio, De gramaticis, 20, 2; Svetonio, Vita di Augusto, XXIX, 3; Columella, I 1, 13; Carisio, 171; J. C. Bramble, Figure minori, in Letteratura Latina, Cambridge, Milano, Mondadori, 2007, vol. 2, p. 122; A. Le Boeuffle, Hyginus. L’Astronomie, Paris, Les Belles Lettres, 1965, pp. 287-288. Per una collocazione temporale di Igino si veda anche Aulo Gellio, Notti attiche, introduzione di Cesare Marco Calcante, traduzione e note di Luigi Rusca, Milano, Rizzoli, 1992.

[19] Igino era contemporaneo di Virgilio.

[20] Sotto il nome di «età augustea» gli storici della letteratura inseriscono tutti quei testi prodotti nel periodo che va dalla morte di Cesare a quella di Augusto. Però saltano subito all’occhio una serie di imprecisioni. L’appellativo di Augustus, da cui prende il nome tutto il periodo, fu in realtà assunto da Ottaviano solo nel 27 a.C.; ma soprattutto su un piano meno formale, è pur sempre vero che nel primo decennio del periodo preso in esame, il potere del giovane Ottaviano non è certo assoluto.

[21] U. von Wilamowitz-Moellendorff, Storia della filologia classica, Torino, Einaudi, 1976, p. 38.

[22] Virgilio, Eneide, introduzione traduzione di A. Bacchielli, Torino, Paravia, 1963, p. prefazione; B. Otis, Virgil. A Study in Civilized Poetry, Oxford, 1963. A. Brachiesi, La traccia del modello. Effetti omerici nella narrazione virgiliana, Pisa, 1985, p. 11.

[23] C. Questa, Il ratto dal serraglio (Euripide, Plauto, Mozart, Rossini), Bologna, 1979. arie fonti antiche chiariscono che Plauto era nativo di Sàrsina, cittadina appenninica dell’Umbria romana (oggi in Romagna): il dato è confermato da un bisticcio allusivo in Mostellaria 769-70. Plauto, come del resto quasi tutti i letterati latini di età repubblicana su cui abbiamo notizia, non era dunque di origine romana: non apparteneva però, diversamente da Livio Andronico ed Ennio, a un’area culturale italica già sotto influenza e dominio greco. Si noti anche che Plauto era con certezza un cittadino libero, non uno schiavo o un liberto: la notizia che svolgesse lavori servili presso un mulino è un’invenzione biografica, basata su un’assimilazione tra Plauto e i servi bricconi delle sue commedie, che spesso vengono minacciati di questa destinazione. La data di morte, il 184 a.C., è sicura; la data di nascita si ricava indirettamente da una notizia di Cicerone (Cato maior 14,50), secondo cui Plauto scrisse da senex la sua commedia Pseudolus. Lo Pseudolus risulta rappresentato nel 191, e la senectus per i Romani cominciava a 60 anni. Probabile quindi una nascita fra il 255 e il 250 a.C. Le notizie che fissano la fioritura letteraria del poeta intorno al 200 quadrano bene con queste indicazioni. Dobbiamo immaginarci un’attività letteraria compresa fra il periodo della seconda guerra punica (218-201 a.C.) e gli ultimi anni di vita del poeta: la Casina allude chiaramente alla repressione dei Baccanali del 186 a.C..

Sulle vicende dell’opera plautina si veda A. Ronconi, Sulla fortuna di Plauto e di Terenzio nel mondo romano, in Maia, Nuova serie, fasc. 1., A. 22., gennaio-marzo 1970, Rocca San Casciano, L. Cappelli, 1970, pp. 20-37. A tal proposito si veda anche il primo capitolo delle Plautinische Forschungen di Friedrich Leo.

[24] U. von Wilamowitz-Moellendorff, Storia, cit., p. 21.

[25] L. Canfora, Augusto figlio di Dio, Bari, Laterza, 2016, p. 439.

[26] U. von Wilamowitz-Moellendorff, Storia, cit., p. 19.

[27] A. Rostagni, La letteratura di Roma repubblicana ed augustea, Bologna, Cappelli, 1939, pp. 392-412.

[28] Insipienza.

[29] L. Canfora, Augusto, cit., p. 440.

[30] Quinto Orazio Flacco nacque l’8 dicembre del 65 a.C. a Venosa, una colonia militare romana, al confine fra Apulia e Lucania. Veniva da una famiglia modesta di liberti. Nonostante ciò ad Orazio fu garantita la migliore istruzione. Fu allievo di Orbilio. Attorno ai vent’anni si trasferì in Grecia per il perfezionamento degli studi. Ad Atene approfondì le sue conoscenze filosofiche, assistendo alle lezioni di maestri come Cratippo di Pergamo e Teomnesto. Il giovane Orazio, fresco di studi filosofici e attratto dalla libertas repubblicana, non esitò ad arruolarsi tra le schiere di Bruto. Tornato a Roma dopo la catastrofe di Filippi, nel 38 a.C. Virgilio e Vario lo presentano a Mecenate, ministro di Ottaviano. Nel 33 a.C. Mecenate gli dona un grande podere nella campagna Sabina, da questo momento in poi la sua vita scorre tranquilla, intervallata dai successi delle sue pubblicazioni sempre patrocinate da Mecenate. Con Augusto, il poeta, ebbe una relazione assai stretta, fatta di devota cordialità, ma senza superficiali servilismi.

Su Orazio si veda: N. Terzaghi, Orazio, Roma, 1930; W. Y. Sellar, The Roman Poets of the Augustan Age. Horace and the Elegiac Poetry, Oxford, 1899.

[31] La lettera su rinvenuta da Svetonio negli archivi imperiali, si veda Svetonio, De Poetis (Vita di Orazio, II. 18-23 Rostagni).

[32] Segretario personale di Augusto.

[33] Svetonio, De Poetis (Vita di Orazio, II. 26-29 Rostagni).

[34] Familiares meus è stato tradotto come mio famigliare, ma è da intendersi come intimo amico, frequentatore abituale, termini utilizzati soprattutto in riferimento ai liberti.

[35] Svetonio, De Poetis (Vita di Orazio, II. 44-47 Rostagni).

[36] Q. Orazio Flacco, Epistole, scelte e annotate da Nicola Scarano, Milano, Signorelli, 1956.

[37] Orazio, Carmina (Libro 1 – Ode 37): «Nunc est bibendum, nunc pede libero pulsanda tellus, nunc Saliaribus ornare puluinar deorum tempus erat dapibus, sodales. Antehac nefas depromere Caecubum cellis auitis, dum Capitolio regina dementis ruinas funus et imperio parabat contaminato cum grege turpium morbo uirorum, quidlibet impotens sperare fortunaque dulci ebria. Sed minuit furorem uix una sospes nauis ab ignibus, mentemque lymphatam Mareotico redegit in ueros timores Caesar, ab Italia uolantem remis adurgens, accipiter uelut mollis columbas aut leporem citus uenator in campis niualis Haemoniae, daret ut catenis fatale monstrum. Quae generosius perire quaerens nec muliebriter expauit ensem nec latentis classe cita reparauit oras, ausa et iacentem uisere regiam uoltu sereno, fortis et asperas tractare serpentes, ut atrum corpore conbiberet uenenum, deliberata morte ferocior: saeuis Liburnis scilicet inuidens priuata deduci superbo, non humilis mulier, triumpho».

Lascia un commento

In voga