George Kennan nasce a Milwaukee, nel Wisconsin, il 16 febbraio 1904, da una famiglia di di umili origini “scotch-irish”. Cresciuto senza la madre, venuta a mancare poco dopo la sua nascita, Kennan conduce una gioventù difficile e solitaria. Dopo aver frequentato l’Accademia Militare St. John a Delafield, essersi laureato in storia e aver accantonato la scelta di iscriversi alla facoltà di giurisprudenza della Princeton University, egli entrò quasi immediatamente nello United States Foreign Service, l’allora neonato sistema di gestione del personale diplomatico subalterno al Dipartimento di Stato.
L’incarico di vice-console a Ginevra nel 1927 sarà solo l’inizio di una carriera illuminata nei vertici strategici degli Stati Uniti, dal ruolo di Direttore dello staff di pianificazione politica presso il Dipartimento di Stato americano fino a quello di Ambasciatore in Unione Sovietica, di delegato alla Commissione Consultiva Europea e di Consigliere diretto del Segretario di Stato George Marshall. Una storia di alti e bassi, che lo ha visto più volte in netta contrapposizione con l’applicazione errata ed ideologica del suo visionario pensiero strategico. Quello che nella storia delle relazioni internazionali è noto come “dottrina del contenimento sovietico“, di cui Kennan fu assoluto pioniere e creatore.
George Kennan fu uomo estremamente sapiente, aperto e malleabile, e fu soprattutto un grande ascoltatore. Caratteristica, quest’ultima, che lo pone in chiaroscuro rispetto ai principali componenti degli apparati americani dell’epoca, perlopiù falchi bellicisti e privi di una visione strategica della diplomazia a 360 gradi. Negli anni trascorsi a Berlino Est, egli si soffermò sullo studio della storia, della politica, della cultura e della lingua russa. Ebbe sicuramente influenza dal nonno paterno, un celebre esploratore esperto di Russia imperiale che aveva anche pubblicato un accurato libro sul sistema carcerario zarista in Siberia. Imparò anche il tedesco, il polacco, il francese, il portoghese, il ceco e il norvegese.
Lo studio russo di Kennan lo portò ad analizzare la struttura politica e sociale della Russia con un profondo rispetto, caratteristica oggi assente anche nel temperamento di analisti tra i più blasonati. Egli fu sempre un convinto anticomunista, ma fu anche affascinato dalla complessa storia di quel paese-impero così grande, vuoto ma incandescente, soggetto a continui sconquassamenti interni eppure sempre in grado di trovare nuova pelle per le proprie stagioni imperiali.
Kennan riteneva l’Unione Sovietica una minaccia reale, estremamente pericolosa e potenzialmente fatale, ma evitò sempre soluzioni ideologiche, retoriche o strettamente militariste. Per la prima volta nella storia recente, uno dei più autorevoli esperti nel panorama strategico statunitense proponeva un approccio di lungo termine, fermo e deciso ma lento e paziente, di natura prettamente economico-politica.
Il 1945 aveva segnato uno spartiacque storico nel computo dei conflitti armati tra potenze: gli Stati Uniti avevano ufficialmente rotto gli indugi sulle armi atomiche, polverizzando in maniera folle e scriteriata Hiroshima e Nagasaki, originando un precedente storico che avrebbe messo sull’attenti tutto il mondo conosciuto di lì in avanti. In quel momento furono chiari i risultati di una possibile escalation tra potenze, e queste corsero al riarmo nucleare inaugurando la Guerra Fredda. Una guerra più o meno silente che, senza timore di smentita, priva dell’apporto strategico del pensiero di Kennan sarebbe quasi sicuramente divenuta effettiva e totale.
Il pensiero russo di Kennan trovò la sua più brillante rappresentazione nel celebre “long telegram” che egli inviò da Mosca all’allora Segretario di Stato James Byrnes, allo scopo di delineare nuove linee di contrasto all’espansionismo sovietico. Nel telegramma era riportato che “alla base della visione nevrotica del Cremlino sugli affari mondiali c’è il tradizionale e istintivo senso di insicurezza russo. […] Dopo la Rivoluzione russa, questo senso di insicurezza si mescolò all’ideologia comunista e alla segretezza e cospirazione orientale. […] Stalin necessita del marxismo-leninismo come giustificazione per la paura istintiva dell’Unione Sovietica del mondo esterno, per la dittatura senza la quale non sapevano come governare, per le crudeltà che non osavano infliggere, per i sacrifici che si sentivano obbligati a chiedere … Oggi non possono farne a meno. È la foglia di fico della loro rispettabilità morale e intellettuale“. Il principio del contenimento nasce nel momento in cui Kennan scrive, in un articolo pubblicato a nome “X” su Foreign Affairs, che “l’Unione Sovietica deve essere contenuta dall’applicazione abile e vigile di una controforza in una serie di punti geografici e politici in continuo cambiamento“.
Kennan aveva inteso, nei suoi innumerevoli anni di studio, che a prescindere dall’impostazione reale-aristocratica o soviet-comunista, il popolo russo era votato all’espansionismo imperiale per propria morfologia interna. Egli, tuttavia, comprese anche che il comunismo sovietico contenesse in sé i semi della propria autodistruzione e che fosse necessario adottare una strategia di lungo termine piuttosto che affidarsi a soluzioni immediate e drastiche, potenzialmente catastrofiche. Per questo indirizzò l’amministrazione Truman ad una serie di politiche volte al rafforzamento di un asse statunitense di soft-power che creasse le condizioni per l’inizio del declino sovietico. Una su tutte fu il Piano Marshall, atto alla ricostruzione economica dei paesi europei e del supporto infrastrutturale per la loro stabilizzazione interna, così come la strategia del ponte aereo per i rifornimenti di Berlino Ovest per evitare schermaglie e scontri armati con le forze sovietiche. Su iniziativa di George Kennan fu creato inoltre l’Ufficio di Pianificazione Politica, il principale organo di pianificazione strategica della politica estera americana nel Dipartimento di Stato.
Kennan, tuttavia, visse sufficientemente a lungo da assistere alla distorsione del suo pensiero, che portò le amministrazioni successive ad interpretarlo nella maniera più sbagliata possibile. Egli vedeva come princìpi inderogabili per il mantenimento della potenza la pazienza, l’uso strategico della diplomazia e l’autocontrollo. Fu sempre un aspro critico della corsa agli armamenti, sostenitore in prima istanza della via del negoziato e della gestione politica delle controversie internazionali. Ma all’inizio degli anni Cinquanta, dopo la vittoria del Generale Dwight Eisenhower alle elezioni presidenziali, fu immediatamente chiara la spiccata piega militarista che la politica estera americana avrebbe assunto.
Gli Stati Uniti, presto, furono accecati dalla follia allucinogena del maccartismo, una delirante tendenza alla caccia alle streghe che aveva portato ad una vera e propria purga anticomunista e antiomosessuale dalla vita pubblica, politica e militare americana, con l’ossessione per il “germe sovietico” che il senatore Joseph McCarthy (da cui il nome del fenomeno) aveva instillato con dovizia scientifica anche nelle menti dei più ragionevoli. Secondo questa visione, gli apparati americani sarebbero stati costantemente e profondamente penetrati da un vero e proprio esercito-loggia di spie sovietiche, corrotte, addirittura moralmente e sessualmente depravate, incaricate di scardinare la democrazia americana dall’interno con propaganda e complotti. Quasi tutte queste accuse risultarono infondate o estremamente distorte, ed ebbero effetti tragici sulla vita di moltissimi fedeli servitori americani. Basti pensare al senatore Lester C. Hunt, morto suicida poiché ricattato dallo stesso McCarthy riguardo uno scandalo sessuale che coinvolse il figlio ed un agente di polizia sotto copertura, che sarebbe stato usato contro di lui se non avesse rinunciato alla ricandidatura al Senato per lo Stato del Wyoming. La sua morte fu tra i fattori che spinsero alla censura di McCarthy dal Senato americano, giudicato ormai cospiratore delirante.
In questo clima di oppressione ideologica totale, l’amministrazione Eisenhower intraprese la via che portò alla più grande disfatta della storia americana: la Guerra del Vietnam. Una carneficina contro la quale Kennan espresse da subito il più totale disappunto, anche nelle fasi primordiali di appoggio alla campagna francese dell’amministrazione Truman: le sue teorie di contenimento strategico attraverso l’influenza sugli stati limitrofi erano diventate la legittimazione di uno slancio messianico e bellicistico, che vedeva nella militarizzazione del mondo la massima garanzia di sicurezza di lungo termine senza curarsi dei costi in termini di vite umane, feriti, fatica della nazione e dell’industria, contrarietà dell’opinione pubblica dinanzi ai fallimenti che ne sarebbero derivati.
Il pericolo dato dalla “fatica imperiale” fu tra quelli che più preoccupavano Kennan, che si oppose anche alla creazione della NATO: in maniera lungimirante, egli aveva immaginato che una presenza militare diretta negli stati europei avrebbe finito per sfiancare gli Stati Uniti e azzerato gli alleati, creando una malsana dipendenza per la quale, in caso di allentamento della presa continentale dato da qualsivoglia necessità del caso, l’Europa si sarebbe trovata spaesata e senza la minima idea di come difendersi in quanto troppo abituata alla tutela diretta americana. Egli sosteneva piuttosto che bisognasse dare un seguito politico al Piano Marshall, rafforzando le reti di scambi commerciali e aiutando con sussidi economici gli stati europei a poter strutturare una propria industria bellica interna, in grado di far fronte alle necessità del caso. Soprattutto, Kennan capiva la necessità di non infilarsi a tutti i costi negli affari interni degli altri paesi, che si trattasse di Europa, Asia o Medio Oriente, per non rimanerne pericolosamente invorticati. Egli, difatti, aveva largamente sconsigliato la presenza militare terrestre in Asia, optando per una cooperazione navale con Giappone e Filippine, anticipando di molti decenni la creazione del cosiddetto Quadrilatero Securitario attuale tra Stati Uniti, Australia, Giappone e India.
Aspramente in conflitto con le amministrazioni successive, in particolare con quella di Lyndon Johnson accusato apertamente di aver distorto le sue idee in una sorta di manifesto ideologico per le nuove crociate, Kennan abbandonò i ruoli istituzionali per dedicarsi all’attività di ricerca e studio per i fatti propri. Quando George Bush gli conferì la Medal of Freedom, la più alta onorificenza civile della nazione, egli lo invitò a a “ritirarsi dalla sua difesa pubblica della democrazia e dei diritti umani”, affermando che la “tendenza a vederci come il centro dell’illuminazione politica e come insegnanti per una gran parte del resto del mondo mi sembra impensata, vanagloriosa e indesiderabile”.
Pensatore, studioso, stratega e acuto politico, George Kennan è il primo playmaker di Rivista Futura.






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