Con un annuncio che ha scosso i mercati globali e riacceso il dibattito sul protezionismo, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha svelato una nuova politica di dazi che colpisce duramente il commercio internazionale. Tariffe fino al 49% saranno imposte su una lista di Paesi ritenuti “sleali” dalla Casa Bianca, con la Cina in testa al 34%, seguita dall’Unione Europea al 20%, dal Giappone al 24% e da realtà meno prevedibili come la Cambogia al 49%. Canada e Messico, per ora, restano esenti dai dazi “reciproci”, pur soggetti a tariffe selettive del 25% su alcuni beni. La misura, che entrerà in vigore in due fasi a partire dal 5 aprile, è stata giustificata come una risposta a un deficit commerciale definito “emergenza nazionale”. Ma dietro questa mossa si cela una strategia geopolitica complessa, con implicazioni che potrebbero ridefinire gli equilibri globali.

La struttura in due fasi dei dazi

La politica tariffaria si articola in due momenti distinti. A partire dalle 12:01 (ora di Washington, le 6:01 in Italia) di venerdì 5 aprile, un dazio “di base” del 10% sarà applicato a tutte le importazioni, un segnale chiaro della volontà di Trump di proteggere l’economia americana a tutto campo. Da martedì 9 aprile, sempre alle 12:01, scatteranno aliquote più punitive per i Paesi accusati di pratiche commerciali scorrette: Cina (34%), Svizzera (31%), Indonesia (32%), Thailandia (36%) e Cambogia (49%) sono tra i più colpiti. L’Unione Europea si attesta al 20%, il Giappone al 24%, mentre la Gran Bretagna beneficia di un trattamento più leggero al 10%. India (26%), Corea del Sud (25%) e Taiwan (32%) completano un quadro che sembra disegnato per punire sia rivali strategici che partner storici.

L’esenzione di Canada e Messico dai dazi reciproci riflette la loro integrazione nell’USMCA e la necessità di preservare la stabilità economica nordamericana. Tuttavia, le tariffe selettive del 25% su alcuni beni – come acciaio e autoveicoli – indicano che anche questi alleati non sono del tutto al riparo dalla linea dura di Trump.

Le ragioni di Trump

Nel suo discorso al Rose Garden, Trump ha parlato di “liberation day” e ha dipinto i dazi come una crociata per salvare l’America da decenni di “saccheggio economico”. “Abbiamo lasciato che Cina, Europa e altri ci derubassero di posti di lavoro e ricchezza. Il deficit commerciale è un buco nero che succhia la nostra prosperità: ora lo fermeremo”, ha dichiarato. Il deficit commerciale Usa, che nel 2024 ha toccato i 1.237 miliardi di dollari, è al centro della narrazione. La Casa Bianca lo considera una minaccia alla sicurezza nazionale, un drenaggio di risorse che indebolisce la capacità degli Stati Uniti di competere con potenze emergenti.

Ma le motivazioni vanno oltre i numeri. Trump punta a un “rinascimento manifatturiero” che riporti la produzione di beni strategici – dall’elettronica ai farmaci – entro i confini nazionali, riducendo la dipendenza da supply chain globali vulnerabili. La Cina è accusata di manipolazione valutaria e sussidi statali, l’Ue di barriere non tariffarie come standard ambientali stringenti, e Paesi asiatici come la Cambogia di dumping sociale. L’approccio riflette un’ideologia nazionalista che vede nella globalizzazione una perdita di sovranità, un tema caro alla base elettorale di Trump: operai, agricoltori e piccola borghesia colpiti dalla deindustrializzazione.

Sul piano politico, i dazi sono una mossa per consolidare il consenso interno in vista delle midterm del 2026, capitalizzando sul messaggio “America First”. Tuttavia, il rischio è che l’aumento dei costi delle importazioni alimenti l’inflazione – già al 3,8% nel 2024 – erodendo il potere d’acquisto delle famiglie americane e vanificando i benefici promessi.

Le Reazioni globali

L’annuncio ha scatenato un coro di reazioni, tra condanne e appelli al dialogo. Il presidente cinese Xi Jinping ha definito i dazi “un atto di guerra economica” e ha ordinato al Ministero del Commercio di preparare contromisure. Pechino potrebbe colpire esportazioni Usa come soia (30 miliardi di dollari annui), automobili e aerei Boeing, o limitare l’export di terre rare, di cui controlla l’80% del mercato globale. Un’escalation che rischierebbe di accelerare il decoupling tra le due superpotenze.

La presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha denunciato l’impatto dei dazi del 20% sull’export Ue, che nel 2023 valeva 1.600 miliardi di dollari verso gli Usa. “Questa decisione è un errore strategico che danneggerà entrambe le sponde dell’Atlantico. Siamo pronti a rispondere, ma preferiamo negoziare”, ha detto, ventilando tariffe su beni americani come Harley-Davidson e bourbon. Il premier britannico Keir Starmer, pur sollevato dal 10%, ha avvertito: “Un’ulteriore stretta commerciale sarebbe un disastro per la nostra ripresa economica”.

Il primo ministro giapponese Fumio Kishida ha definito i dazi del 24% “un duro colpo” alla partnership Usa-Giappone, annunciando consultazioni urgenti. In Asia, la Corea del Sud (25%) e Taiwan (32%) temono ripercussioni sulle loro industrie tecnologiche, mentre Paesi come Cambogia e Thailandia, colpiti rispettivamente al 49% e 36%, denunciano un “attacco sproporzionato” alle loro economie in via di sviluppo.

In Italia, la premier Giorgia Meloni ha preso una posizione ferma ma pragmatica. “I dazi di Trump sono una scelta miope che rischia di frammentare l’Occidente in un momento in cui dovremmo essere uniti contro altre minacce globali. L’Italia non starà a guardare: lavoreremo con l’Ue per una risposta coordinata e cercheremo un dialogo diretto con Washington per tutelare le nostre imprese”, ha dichiarato in un’intervista a Rai 1. Meloni ha citato l’export italiano verso gli Usa – 60 miliardi di euro nel 2024, tra moda, macchinari e agroalimentare – come un settore a rischio, promettendo misure di sostegno alle aziende colpite.

Possibili scenari

I dazi di Trump non sono solo una questione economica, ma un’arma geopolitica che ridefinisce alleanze e rivalità. La Cina potrebbe sfruttare la situazione per rafforzare la Belt and Road Initiative, consolidando il suo ruolo di leader alternativo in Asia e Africa. L’Ue, già alle prese con la transizione verde e la dipendenza energetica, rischia di perdere competitività, spingendo alcuni Stati membri a cercare accordi bilaterali con gli Usa o con Pechino.

Il Giappone e la Corea del Sud, pilastri dell’ordine americano in Asia, potrebbero riconsiderare la loro fedeltà strategica se i costi economici diventassero insostenibili. Canada e Messico, pur favoriti, restano vulnerabili a future pressioni, data la loro dipendenza dal mercato Usa. Nel frattempo, Paesi come Russia e India – quest’ultima colpita al 26% – potrebbero trarre vantaggio dal caos, ampliando i loro spazi di manovra.

Sul piano interno, Trump scommette su un rilancio industriale che potrebbe creare 500.000 posti di lavoro nei prossimi cinque anni, secondo stime della Heritage Foundation. Ma il prezzo potrebbe essere alto: un aumento medio del 15% sui beni di consumo, da abbigliamento a elettronica, e una possibile recessione globale se le ritorsioni si moltiplicassero. I dazi entreranno in vigore tra pochi giorni, ma i loro effetti si misureranno nei mesi e negli anni a venire. Se Trump vincerà la scommessa, gli Usa potranno emergere come una potenza economica più autonoma e resiliente. In caso contrario, il protezionismo potrebbe isolare Washington, rafforzando i suoi rivali e indebolendo l’Occidente. Per leader come Meloni, von der Leyen e Xi, la sfida è trovare un equilibrio tra difesa degli interessi nazionali e contenimento di un conflitto commerciale che nessuno sembra poter vincere del tutto. Il 5 e il 9 aprile saranno solo l’inizio di una partita dagli esiti incerti.

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