In maniera più o meno casuale, il gran guazzabuglio globale ha prodotto un papa americano. Il primo nella storia, il secondo (consecutivo) dall’altro lato del Pacifico e, soprattutto, legato in maniera covalente all’America latina. Di fatto, non esiste il caso in certe dinamiche e se esiste non ha un’incidenza tale da uscire dalle previsioni controllate di chi dà le carte. Nella fitta coltre di analisti simil-bookmakers che si sono già sbizzarriti con previsioni e scommesse (gli stessi, per intenderci, che davano per certo un totonomi da Parolin a Zuppi, Pizzaballa e Tagle, insomma, tutti meno che Prevost), cerchiamo di dare un contorno reale ad una figura che si conosce poco, ma che negli anni ha maturato una discreta influenza nelle alte gerarchie ecclesiastiche.

Un erudito agostiniano del South Side

Nato e cresciuto nella periferia di Chicago, il giovane Robert si dedica pressoché da subito agli studi negli istituti religiosi. Frequenta il St. Augustine Seminary High School a Holland, in Michigan, dove si distingue per eccellenza accademica, partecipando a dibattiti e ricoprendo ruoli come caporedattore dell’annuario scolastico. La passione per le scienze “complicate” lo porta a conseguire una laurea in matematica presso la Villanova University, un’istituzione agostiniana in cui studia anche filosofia.

A stretto giro inizia ad insegnare fisica e matematica alla St. Rita of Cascia High School di Chicago. Poi, completa la sua formazione teologica con un Master of Divinity presso la Catholic Theological Union di Chicago nel 1982 e ottiene una licenza e un dottorato in diritto canonico presso la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino a Roma (1984 e 1987). Nel 2014, la Villanova University gli conferisce un dottorato onorario in scienze umane. La vocazione ecclesiastica di Prevost vede definitivamente la luce quando, appena 22enne, entra nell’Ordine di Sant’Agostino nel 1977 e viene ordinato prete il 19 giugno 1982 presso il Collegio di Santa Monica a Roma, nel cuore di San Pietro, a pochi passi da quella che da ora alla fine dei suoi giorni sarà la sua dimora.

Un pastore errante…

…non dell’Asia (parentesi abbastanza superflua, utile solo a sottointendere con vanagloria che gli analisti delle “cose strategiche” leggono Leopardi). Piuttosto dell’America Latina. A 30 anni, il giovane padre Prevost si ritrova missionario in Perù, lavorando a Trujillo e in altre aree sparse per tutto il paese. Ricopre ruoli come parroco, funzionario diocesano, insegnante di seminario e amministratore.

Durante questo periodo, si impegna con comunità emarginate, promuovendo iniziative come mense popolari, assistenza all’infanzia e progetti abitativi. Nel 2015 ottiene la cittadinanza peruviana, un segno del suo legame con il Paese, e tenta di imparare il quechua, una lingua indigena, per avvicinarsi alla cultura locale. Il legame covalente con le comunità latine sarà qualcosa che segnerà profondamente tutta la vita di Prevost, e che contribuirà alla sua elezione a guida della chiesa cattolica mondiale.

Dalla leadership agostiniana all’episcopato

Nel 2001, Prevost fa il grande salto: viene eletto priore generale dell’Ordine di Sant’Agostino, un ruolo che ricopre per due mandati consecutivi fino al 2013. In questo periodo, guida l’ordine a livello globale, rafforzando la sua missione e promuovendo l’unità tra i membri. Ma soprattutto, maturando un’esperienza internazionale che lo rende una figura estremamente rispettata tra i cardinali.

Nel 2015, Prevost torna in Perù come vescovo di Chiclayo, un ruolo che mantiene fino al 2023. Durante il suo episcopato, si distingue per il lavoro con i poveri e per il suo ruolo nella Conferenza Episcopale Peruviana, dove contribuisce alla stabilità istituzionale durante crisi politiche (2018-2023). È il primo presidente della Commissione Episcopale per la Protezione dei Minori e degli Adulti Vulnerabili, incarico che onora organizzando incontri con vittime di abusi e contribuendo alla redazione delle “Linee guida” per la risposta agli abusi.

Di fatto, Robert Francis Prevost entra di diritto nell’anticamera delle alte sfere ecclesiastiche, pronto allo slancio definitivo verso i corridoi di San Pietro.

Poi, l’ultimo passo: nel 2023, Papa Francesco nomina Prevost prefetto del Dicastero per i Vescovi e presidente della Pontificia Commissione per l’America Latina, elevandolo al rango di cardinale il 30 settembre dello stesso anno. In questo ruolo, supervisiona la selezione dei vescovi a livello globale, un compito che lo rende una figura centrale nella Chiesa.

Un accademico “soft”

Pur essendo a tutti gli effetti un matematico ed accademico di affiliazione agostiniana, Robert Prevost preserva alcune delle caratteristiche che hanno contraddistinto la personalità del suo predecessore, tra cui l’attitudine pastorale, la particolare attenzione al terzo mondo e la sensibilità alla questione climatica.

Durante i suoi anni in Perù, Prevost si è dedicato alle comunità emarginate, promuovendo progetti sociali come mense popolari, assistenza all’infanzia e alloggi. La sua vicinanza ai poveri gli ha guadagnato il rispetto delle comunità locali, che lo ricordano difatti come un costruttore di ponti.

Come vescovo di Chiclayo, Prevost ha contribuito alla stabilità della Chiesa peruviana durante crisi politiche. Ha guidato la redazione delle “Linee guida” per la risposta agli abusi e ha organizzato incontri con vittime di abusi, dimostrando un impegno per la protezione dei vulnerabili.

Infine, il neo-eletto Pontefice è come detto un convinto sostenitore dell’azione contro il cambiamento climatico. Nel 2023, ha chiesto una “relazione di reciprocità” con l’ambiente, promuovendo misure concrete come l’installazione di pannelli solari e l’uso di veicoli elettrici in Vaticano. La sua visione ambientale, di fatto, si allinea con il contenuto dell’enciclica Laudato Si’ di Francesco.

Segue la visione bergogliana anche per quanto riguarda questioni sociali e morali nell’inclusione delle comunità LGBT+: un naturale ed inevitabile conservatorismo cattolico, mascherato talvolta da una benevolenza di facciata che non produce alcun effetto pratico né di riforma.

Il papa americano

L’origine statunitense di Papa Leone XIV rappresenta una svolta senza precedenti, tanto per la distanza da Roma quanto per le variopinte forme che il cristianesimo ha assunto negli Stati Uniti durante tutta la loro (giovane) storia. La sua elezione potrebbe in effetti rafforzare i legami tra il Vaticano e Washington, aprendo canali su molti tavoli complessi. Le sue critiche passate alle politiche migratorie restrittive dell’amministrazione Trump suggeriscono che potrebbe spingere per un approccio più attento alle dinamiche umanitarie, non tanto attraverso l’influenza della Pontefice sulle istituzioni americane quanto piuttosto sulle connotazioni che può assumere il dibattito pubblico negli Stati Uniti.

Tuttavia, questa vicinanza agli USA non è priva di rischi. Alcuni osservatori temono che un papa americano possa alimentare percezioni di un’eccessiva influenza statunitense, riducendo la credibilità del Vaticano in regioni come il Medio Oriente o l’Asia. La sfida per Leone XIV sarà bilanciare la sua identità americana con l’universalità del suo ruolo, mantenendo il Vaticano come attore neutrale e globale per perseguire traguardi come quello dello storico disgelo tra Stati Uniti e Cuba con la mediazione fondamentale di Francesco.

La sfida più grande: i vizi capitali del Vaticano

Un’ombra significativa sul pontificato di Leone XIV sono le accuse di aver gestito in modo inadeguato casi di abusi sessuali a Chicago e Chiclayo, come riportato da NBC News. Sebbene i suoi sostenitori difendano le sue azioni, sottolineando il suo lavoro sulle “Linee guida” per la risposta agli abusi in Perù, queste controversie potrebbero minare la sua autorità morale.

Come il suo predecessore, Leone XIV dovrà affrontare la crisi della Chiesa che allontana sempre più i suoi fedeli, e la causa maggiore sono gli scandali ripetuti che serpeggiano a tutti i livelli delle gerarchie ecclesiastiche.

Il percorso di repulisti iniziato da Francesco è un notevole primo passo, che probabilmente produrrà i suoi risultati nei decenni a venire. Prevost, dal canto suo, dovrà riuscire ad implementare il processo di nobilitazione del Vaticano ma comunque evitando di farsi troppi nemici, per non soffrire dell’isolamento politico che negli ultimi anni aveva minacciato la tenuta delle politiche interne di Bergoglio.

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