Parlare di Russia e di cultura russa in questo momento storico tanto avverso è sempre “pericoloso”, ma ritengo essenziale una riflessione storiografica sulla cultura e la formazione della Rus’ di Kiev. Il presente lavoro origina dalla lettura di un contributo di Vladimir Pachkov, L’Occidente e la Russia. Radici culturali di un confronto, pubblicato in “tempi non sospetti” (2019) nel fascicolo 4056 di Civiltà Cattolica[1]. Questo l’esordio dell’articolo: «Dopo la fine dell’Unione Sovietica, non solo l’élite filo-occidentale russa, ma anche la grande maggioranza della popolazione nutriva la speranza di diventare parte della comunità occidentale, o meglio, di diventare di nuovo parte dell’Europa…»[2]. Tali parole non possono non spingerci a riflettere sulla vicinanza culturale tra Europa e Russia, ricordando che quest’ultima, proprio per suo volere, si è sempre posta come erede del mondo romano-bizantino. Per comprendere però tutto ciò bisogna far originare il lavoro dalla Rus’ di Kiev.
Il concetto di nazione, così come lo intendiamo oggi, è strettamente legato alla percezione che un popolo ha di sé stesso e alla costruzione della sua identità storica, culturale e politica. Quando però questa percezione viene strumentalizzata per fini politici, si finisce per semplificare la complessità di eventi storici e processi di lunga durata. Questo è esattamente ciò che accade quando si affronta la questione della Rus’ di Kiev, spesso descritta come la culla delle attuali nazioni slavo-orientali.
Di fatto, la Rus’ di Kiev fu uno dei primi stati organizzati dell’Europa orientale, considerato il precursore storico di Russia, Ucraina e Bielorussia. Essa era un’entità politica e culturale che si sviluppò nell’area compresa tra gli attuali territori di Ucraina, Russia occidentale e Bielorussia, con la città di Kiev come centro nevralgico. Per comprendere meglio le implicazioni storiche di tale rivendicazione, è fondamentale esaminare la nascita e lo sviluppo della Rus’ di Kiev, analizzando le diverse interpretazioni storiografiche che sono emerse nel corso dei secoli, influenzate dalle necessità politiche e strategiche dei vari periodi storici[3]. La Rus’ di Kiev rappresenta, infatti, un elemento cruciale per la costruzione della coscienza nazionale di Russia, Ucraina e Bielorussia, e per questo motivo la sua storia è stata oggetto di numerose interpretazioni che talvolta hanno cercato di legittimare o giustificare specifici disegni politici.
Slavi e Variaghi: un incontro di culture
Nel contesto della storia della Rus’, l’Alto Medioevo è un periodo di grande fermento etnico e culturale. Le steppe eurasiatiche erano popolate da numerosi gruppi, tra cui le tribù slave che completano il loro processo di etnogenesi tra il V e il VI secolo d.C[4]. La regione era caratterizzata da un mosaico tribale estremamente frammentato, che favoriva le incursioni di popolazioni esterne, come i vichinghi. Questi ultimi, noti anche come variaghi, si insediarono nella pianura sarmatica verso la fine dell’VIII secolo, stabilendosi in zone strategiche come Novgorod e Kiev. Il termine “Rus’” non ha origine slava, ma deriva dal balto-finnico, e indica un gruppo di persone provenienti dalle coste della Svezia, chiamate “rematori” in riferimento al loro mestiere di navigare con le lunghe imbarcazioni[5]. Questo incontro di vichinghi e slavi ha portato alla formazione della Rus’ di Kiev, una fusione che è alla base dell’identità dei popoli che vi abitavano.
La nascita della Rus’ di Kiev
La fondazione della Rus’ di Kiev, secondo la Cronaca degli anni passati, è datata intorno all’862 d.C., quando un gruppo di vichinghi, capeggiati da Rurik e dai suoi fratelli Sineus e Truvor, si insediò nella zona e unificò le tribù slave e finniche del territorio sotto la propria guida. Il processo non fu tanto un’azione di federazione quanto una conquista di territori che si trovavano in uno stato di instabilità politica. Il regno di Kiev, tuttavia, iniziò davvero a consolidarsi sotto il regno di Oleg, che nell’882 trasferì la capitale a Kiev e aprì la via variago-greca, che avrebbe favorito il commercio con l’Impero Bizantino[6]. Le successive generazioni, come quella di Igor di Kiev e Olga, vedono il consolidamento del potere e l’espansione territoriale, ma anche l’inizio di un processo di “slavizzazione” della classe dirigente, fino ad arrivare al regno di Vladimir il Grande, che nel 988 adottò il cristianesimo ortodosso, consolidando le relazioni con Costantinopoli e dando una direzione religiosa e culturale all’intero stato.
Unificazione e tramonto
Il periodo di massimo splendore della Rus’ di Kiev si colloca tra l’X e l’XI secolo, durante il regno di Vladimir e successivamente di Jaroslav il Saggio. Questo periodo segnò l’apice dell’influenza politica, culturale ed economica della Rus’, ma la divisione interna, la lotta per il potere e le crescenti difficoltà di gestione del vasto territorio portarono a un lento declino. Nel 1054, dopo la morte di Jaroslav, la Rus’ di Kiev iniziò a frammentarsi in principati sempre più indipendenti. La mancanza di un governo centrale forte e le frequenti guerre civili minarono la stabilità dell’area. A ciò si aggiunse la crescente pressione esterna, tra cui le invasioni mongole nel XIII secolo, che portarono alla definitiva caduta di Kiev nel 1240[7].
L’eredità della Rus’ di Kiev
Con la fine della Rus’ di Kiev, si assiste alla frammentazione dei territori in vari principati, da cui si sviluppano le future nazioni di Russia, Ucraina e Bielorussia. L’eredità della Rus’ di Kiev, tuttavia, è oggetto di rivalità tra questi stati, ciascuno dei quali rivendica un legame diretto con la grande civiltà medievale. In Russia, la tradizione storica ha enfatizzato il ruolo della Rus’ di Kiev come precursore dell’impero russo, mentre in Ucraina è vista come l’origine della nazione ucraina[8]. In Bielorussia, infine, la Rus’ di Kiev è celebrata come un fondamento della sua identità storica. Questa disputa storica è particolarmente rilevante nel contesto della geopolitica contemporanea, dove le rivendicazioni identitarie e le visioni della storia vengono utilizzate per giustificare posizioni politiche e territoriali, come nel caso dell’attuale conflitto tra Russia e Ucraina[9]. La Rus’ di Kiev non è solo un’entità storica, ma un simbolo delle complesse dinamiche di identità, sovranità e memoria storica che continuano a influenzare la politica dell’Europa orientale.
Una riflessione sul Medioevo russo
Prima di passare all’aspetto linguistico è opportuna una digressione sul Medioevo russo. La storia della Russia è spesso raccontata attraverso il prisma della grande letteratura romantica, della musica russa e degli eventi dei periodi sovietico e post-sovietico. Tuttavia, ben prima che Dostoevskii, Čaikovskii o Lenin diventassero figure di riferimento, esiste un lungo e affascinante passato che merita di essere esplorato. La domanda che sorge spontanea, per chi è curioso di comprendere le origini di questa vasta nazione, è: chi c’era prima della Russia imperiale? Quali erano le radici culturali e storiche di un paese che, sebbene oggi sia uno degli stati più influenti al mondo, ha attraversato millenni di evoluzione, cambiamenti e mescolanze di etnie? La storia russa non inizia con l’era di Pietro I, il fondatore di San Pietroburgo e il padre della modernizzazione del paese nel XVIII secolo. Esiste infatti una storia remota che affonda le sue radici molto prima di lui, in un periodo che risale all’epoca medievale, quando la regione conosciuta come la Pianura Sarmatica (l’odierna Pianura Boreale Europea) era abitata da una vasta gamma di popoli. Questi territori erano teatro di incontri tra diversi gruppi etnici, tra cui Slavi, Germani, Balti, Ugro-Finni, Turchi e Iranici, che si mescolavano e influenzavano reciprocamente. Uno degli stati più rilevanti che sorse in questa regione fu la Rus’ di Kiev, un’entità politica che, tra il IX e il X secolo d.C., dominava gran parte dell’odierna Ucraina, Bielorussia e Russia occidentale. La sua capitale, Kiev, è ancora oggi considerata la “Madre delle città russe”, ma non senza una complessità etnica e culturale che merita attenzione[10]. La Rus’ di Kiev non era una nazione omogenea, ma piuttosto un amalgama di popoli e culture, e la sua politica fu sempre orientata a “slavizzare” i gruppi non slavi che vi abitavano, al fine di creare una coesione politica e culturale. Questo processo di “slavizzazione” fu uno dei principali motori della nascita di una nuova identità russa, che si sarebbe evoluta nei secoli successivi.
La Pianura Russa, ovvero il vasto territorio che oggi corrisponde alla Federazione Russa, ha sempre avuto una caratteristica multietnica che risale a secoli prima della nascita dell’odierna Russia. Le Invasioni Barbariche, o meglio chiamate “Trasmigrazioni dei Popoli” dalla storiografia tedesca, furono il principale fattore di questo afflusso di nuove etnie e culture. Popoli come i Goti, gli Unni, gli Avari e, successivamente, i Mongoli e i Tatari, interagirono con le popolazioni locali, creando una miscela di tradizioni, lingue e credenze che segnò profondamente la storia di questa regione. Nonostante il tentativo della Rus’ di Kiev di costruire una propria identità slava, non si può ignorare il fatto che la regione fosse abitata da una vasta gamma di gruppi etnici, ciascuno con la propria lingua, religione e cultura. Questi gruppi, purtroppo, sono stati spesso ignorati o volutamente cancellati dalla narrazione storica tradizionale, che tendeva a enfatizzare una visione unificata e slava della storia russa[11]. Il termine “slavo-russo” è particolarmente interessante, poiché rappresenta una fusione di due concetti che, nel corso dei secoli, si sono intrecciati e sovrapposti. In effetti, la storia della Russia non può essere ridotta a un’unica identità “russa” omogenea, ma piuttosto deve essere vista come un processo complesso di fusione di diverse tradizioni e popoli. La creazione di una “civiltà slavo-russa” non fu un processo semplice né privo di conflitti, e il tentativo di rendere “russi” tutti gli altri popoli della regione ha avuto effetti sia culturali che politici di lungo periodo. Le élites al potere nella Rus’ di Kiev, e successivamente nella Moscovia, cercarono di consolidare il loro dominio e la loro identità attraverso un forte legame con l’ortodossia cristiana e un progetto di “europeizzazione” che si scontrava con la realtà di un’area fortemente influenzata da culture “asiatiche”. Questo dualismo tra identità “europea” e “asiatica” è una costante nella storia russa, che continua a riverberarsi fino ai giorni nostri[12].
La questione linguistica e identitaria nella Rus’ di Kiev
Nel cuore della storia della Rus’ di Kiev, una delle questioni più significative riguardava la scelta di una lingua comune che potesse servire da strumento di comunicazione per un popolo altamente eterogeneo, situato in una zona che era già un crocevia di numerosi gruppi etnici e linguistici. Quando Vladimiro, nel X secolo, si trovò a governare le terre che componevano l’antico stato di Kiev, egli dovette confrontarsi con una realtà linguistica complessa. La regione della Pianura Russa, ricca di influenze diverse, aveva una popolazione che parlava una molteplicità di lingue, ognuna con la propria storicità e tradizione[13]. Era evidente che la scelta della lingua veicolare per il nuovo stato cristiano sarebbe stata cruciale.
Le lingue principali della Rus’ di Kiev
All’epoca, le lingue più diffuse nella regione erano numerose, e per Vladimiro la sfida non era solo quella di trovare una lingua comprensibile per tutti, ma anche quella di evitare conflitti tra i vari gruppi etnici. Il turco-oghuz, nelle sue varie forme (pecenego, càzaro, turco-bulgaro), era la lingua più parlata nella zona, seguita dal magiaro, che si era diffuso attraverso la migrazione degli Ugro-finni nel VIII secolo. Inoltre, i Varjaghi, che avevano avuto un ruolo determinante nella fondazione della Rus’, parlavano il norreno, mentre gli Slavi avevano una lingua che risentiva delle influenze iraniche e turche[14]. La necessità di comunicare con l’Impero Bizantino e con altre potenze del Mediterraneo rendeva altresì fondamentale l’uso del greco, mentre l’ebraico era la lingua della Chiesa e della cultura ebraica, molto influente nelle élite locali, soprattutto tra i mercanti e nei contesti accademici.
La lingua cristiana: il paleobulgaro e la sua influenza
Il periodo in cui Vladimiro decise di adottare il cristianesimo per la Rus’ di Kiev segnò un punto di svolta nella storia linguistica della regione. Con l’imposizione della Chiesa ortodossa, la lingua liturgica divenne il paleobulgaro, una lingua che rappresentava una fusione di varie parlate slave, messa a punto da Cirillo e Metodio[15]. Questi due missionari cristiani furono responsabili non solo di tradurre la Bibbia in una lingua comprensibile, ma anche di sviluppare un alfabeto, il cirillico, per facilitare l’insegnamento della fede ai nuovi cristiani slavi. Il paleobulgaro, quindi, non solo divenne la lingua della liturgia, ma costituì anche il fondamento per la nascita di diverse lingue slave moderne, tra cui l’ucraino, il bielorusso e il russo.
L’influenza delle lingue e delle culture locali nella formazione della Rus’ di Kiev
La pluralità linguistica nella Rus’ di Kiev non si limitava solo alla comunicazione tra i vari gruppi etnici, ma rifletteva anche le profonde divisioni culturali e sociali. In un territorio vasto come quello della Rus’, dove le popolazioni vivevano in una varietà di contesti (urbani e rurali), le tradizioni linguistiche e culturali si mescolavano e talvolta si sovrapponevano. Vladimiro, nel cercare di consolidare il suo potere e formare un’identità statale unificata, dovette fare i conti con queste dinamiche complesse, determinando una politica linguistica che in qualche modo cercava di bilanciare le tradizioni locali con le nuove influenze cristiane[16].
Il ruolo dell’ideologia religiosa e politica nella costruzione della lingua statale
Nel contesto dell’adozione del cristianesimo da parte di Vladimiro, la questione linguistica divenne non solo una questione pratica, ma anche ideologica. La Chiesa ortodossa, infatti, aveva una forte influenza sulla vita politica e culturale, e l’adozione di una lingua comune, il paleobulgaro, rispondeva non solo alla necessità di unificazione, ma anche alla volontà di consolidare il potere del cristianesimo nella regione. Il paleobulgaro, come veicolo di una fede cristiana che si stava diffondendo, rappresentava il “linguaggio della salvezza”, ma anche il linguaggio della politica imperiale bizantina. Con l’espansione della Rus’ di Kiev, la lingua cristiana divenne simbolo di legittimità per la nascente monarchia slava. Tuttavia, la varietà linguistica non scomparve mai del tutto. Le lingue turche, magiare, norrene e iraniche continuarono a essere parlate da vari gruppi, specialmente nelle zone rurali, dove le tradizioni pre-cristiane si mescolavano ancora con quelle cristiane.
L’eredità linguistica della Rus’ di Kiev
L’eredità linguistica della Rus’ di Kiev è complessa e affascinante. Con la diffusione del cristianesimo e l’adozione del paleobulgaro, le lingue slave cominciarono a prendere piede, ma non senza conflitti e adattamenti. La creazione di uno stato unificato, basato in parte sulla lingua e sulla religione, non riuscì a cancellare la ricchezza etnica e linguistica che caratterizzava la regione. Inoltre, le scelte politiche e religiose dei governanti di Kiev ebbero ripercussioni durature nella storia linguistica e culturale dell’Europa orientale, dalle lingue slave moderne fino alle complesse interazioni tra oriente e occidente. La storia linguistica della Rus’ di Kiev, dunque, non solo ci offre uno spunto per comprendere la formazione del primo stato russo, ma ci invita anche a riflettere sul ruolo che la lingua gioca nel plasmare identità culturali e politiche, un tema che ancora oggi, a più di mille anni di distanza, continua a suscitare dibattiti e ricerche.
I Russi della Rus’ di Kiev sfidano Costantinopoli
Nel 1043, un episodio significativo dei conflitti tra la Rus’ di Kiev e l’Impero Bizantino ha trovato testimonianza nelle parole di Michele Psello, storico e segretario del basileus Costantino IX Monomaco. La guerra tra le due potenze rivaleggianti, raccontata da Psello, si sviluppò nel Mar di Marmara, vicino a Costantinopoli, e segnò l’ennesima incursione dei russi nei territori bizantini. Una vicenda che, come altre, svelava la determinazione della Rus’ di Kiev nel tentare di forzare i confini del grande impero, facendo uso della sua flotta leggera e veloce, i temibili drakkar[17]. Ma chi erano questi russi, che Psello definiva “barbari”? La risposta risiede nei testi di Liutprando da Cremona, che nel X secolo descrive la Rus’ come un popolo di variaghi, discendenti dai Normanni della Scandinavia, che nel corso dei secoli si erano stabiliti nel territorio dell’attuale Ucraina e Russia. Liutprando, nel suo “Antapodosis”, fa un’interessante distinzione, spiegando che i greci chiamavano questi uomini “russi” per la loro peculiarità fisica e per la loro provenienza dal nord, mentre per i Teutoni erano i “Normanni”, uomini del settentrione[18]. La Rus’ di Kiev, così come la conosciamo, nacque ufficialmente nel 882 con la conquista di Kiev da parte di Oleg I di Novgorod, che trasferì la capitale del suo principato da Novgorod a Kiev. Da quel momento, il Principato della Rus’ divenne un importante conglomerato di tribù slave, finniche e baltiche, governato dall’élite dei variaghi[19]. La figura di Oleg e la sua abilità strategica sono cruciali, poiché consolidò il potere sulla vasta regione, unendo popoli etnicamente diversi sotto un’unica bandiera. Una delle principali realizzazioni di Oleg fu la creazione della Strada dei Variaghi, una via commerciale che univa la Scandinavia a Bisanzio, facilitando non solo gli scambi economici, ma anche le incursioni e le spedizioni belliche contro l’Impero Romano d’Oriente. Questa rotta commerciale, che attraversava il territorio della Rus’ e si estendeva fino al Mar Nero, divenne una via privilegiata per le future campagne militari di Kiev, tra cui quelle contro Costantinopoli[20].
Il primo tentativo di attacco a Costantinopoli risale all’860, quando il Kaganato di Kiev, senza ancora un’unione territoriale forte come quella che si sarebbe sviluppata più tardi, lanciò una razzia sulle coste bizantine. La causa dell’incursione fu il progetto di fortificazione dei Cazari, che, con l’aiuto dei bizantini, costruirono la fortificazione di Sarkel. Sebbene l’assalto iniziale non sia stato sufficiente a determinare una vera e propria guerra, segnò un primo avvertimento per Bisanzio, che già allora stava cercando di controllare le rotte commerciali strategiche del sud-est europeo. Il secondo tentativo avvenne nel 907 sotto il principe Oleg, che guidò una flotta numerosa fino alle mura di Costantinopoli. La Cronaca dei tempi passati, scritta nel XI secolo, narra un episodio che ha sfumato il confine tra leggenda e storia: Oleg avrebbe inchiodato il proprio scudo alla porta di Costantinopoli come segno di vittoria. Nonostante ciò, Oleg non riuscì a espugnare la capitale, ma costrinse l’imperatore Leone VI a negoziare un trattato che garantiva vantaggi commerciali reciproci. Questo trattato segnò il primo riconoscimento ufficiale delle relazioni diplomatiche tra Bisanzio e la Rus’, pur mantenendo i russi in una posizione di superiorità militare[21]. Nel 941, sotto il principe Igor di Kiev, la Rus’ tentò nuovamente di invadere Bisanzio. Il tentativo, purtroppo per i russi, si concluse con un disastro. La flotta di Kiev, numerosa e temibile, venne messa in scacco dalle armi bizantine, tra cui il famoso fuoco greco, che distrusse le navi russe in un catastrofico incendio. Solo pochi russi riuscirono a sfuggire, ma l’esito della battaglia segnò una grave sconfitta per la Rus’.
Il trattato successivo tra i due stati venne siglato nel 945, quando il principe Igor accettò le condizioni offerte dall’imperatore Costantino VII Porfirogenito. Questo accordo stabiliva regolamenti commerciali e di soggiorno a Costantinopoli per i mercanti russi e fissava le condizioni per una pace durevole tra le due potenze. I russi, che avevano cercato ripetutamente di ottenere accesso ai mercati bizantini, ottennero il permesso di acquistare tessuti pregiati come la seta, in cambio delle loro risorse naturali come legname, miele e ambra. Nel 1043[22], la Rus’ tentò ancora una volta di invadere Costantinopoli sotto la guida del principe Jaroslav il Grande, ma ancora una volta, la superiorità della flotta bizantina, unita alle armi letali del fuoco greco, trionfò. Questo fu l’ultimo tentativo di Kiev di sfidare Costantinopoli. Successivamente, i legami tra le due potenze cambiarono drasticamente: la Rus’ si avvicinò sempre di più alla cultura bizantina, con l’adozione del cristianesimo ortodosso da parte della sua élite e la creazione di una nuova alleanza tra i due imperi. Questa evoluzione segnò l’inizio della fine per la Rus’ di Kiev come potenza militare autonoma[23]. Nonostante le conquiste iniziali, l’impero mongolo che invase Kiev nel 1267 contribuì al suo declino, dando il via alla frammentazione del principato in vari stati più piccoli. Tuttavia, l’eredità culturale e storica della Rus’ di Kiev continua a influenzare la Russia, l’Ucraina e la Bielorussia[24]. La Rus’ non fu mai una monarchia esclusivamente slava, ma una fusione di influenze variaghe e slave, che oggi continua a essere un patrimonio condiviso delle nazioni che si trovano sui suoi antichi territori. La vicenda della Rus’ di Kiev, da stato guerriero e mercantile a culla della cristianità ortodossa nel nord, è un capitolo fondamentale nella storia dell’Europa orientale, i cui strascichi continuano a caratterizzare le identità moderne di queste nazioni.
Conclusioni
La storia della Rus’ di Kiev ci insegna che il concetto di nazione è in gran parte costruito attraverso la narrazione storica. La strumentalizzazione del passato per fini politici non è una novità, ma una pratica che ha radici profonde e che continua a determinare le dinamiche politiche e identitarie. Le differenti interpretazioni storiche della Rus’ di Kiev, da parte di Russia, Ucraina e Bielorussia, sono una testimonianza di come la storia possa essere utilizzata per legittimare differenti visioni della realtà e per influenzare il presente. In un’epoca di globalizzazione e di crescenti conflitti, comprendere la complessità storica e le sue implicazioni è essenziale per affrontare le sfide geopolitiche del XXI secolo.
[1] V. Pachkov, L’Occidente e la Russia. Radici culturali di un confronto, in Civiltà Cattolica, fasc. 4056, 2019, pp. 528-539.
[2] V. Pachkov, L’Occidente e la Russia. Radici culturali di un confronto, in Civiltà Cattolica, fasc. 4056, 2019, p. 528.
[3] A. Basso, Cos’è la Rus’ di Kiev? L’origine del conflitto tra Russia e Ucraina affonda le radici nel Medioevo, in Geopop, 24/02/2024, https://www.geopop.it/rus-di-kiev-cose-origine-russia-ucraina-medioevo/
[4] M. Cartechini, La Rus’ di Kiev, l’origine di Russia e Ucraina, in Storica, National Geographic, 10/05/2022, https://www.storicang.it/a/rus-di-kiev-lorigine-di-russia-e-ucraina_15544
[5] A. Basso, Cos’è la Rus’ di Kiev? L’origine del conflitto tra Russia e Ucraina affonda le radici nel Medioevo, in Geopop, 24/02/2024, https://www.geopop.it/rus-di-kiev-cose-origine-russia-ucraina-medioevo/
[6] J. J. Mark, La Rus’ di Kiev, tradotto da A. Balielo, in World History Enciclopedia, 3/12/2018, https://www.worldhistory.org/trans/it/1-16603/la-rus-di-kiev/
[7] A. Basso, Cos’è la Rus’ di Kiev? L’origine del conflitto tra Russia e Ucraina affonda le radici nel Medioevo, in Geopop, 24/02/2024, https://www.geopop.it/rus-di-kiev-cose-origine-russia-ucraina-medioevo/
[8] J. J. Mark, La Rus’ di Kiev, tradotto da A. Balielo, in World History Enciclopedia, 3/12/2018, https://www.worldhistory.org/trans/it/1-16603/la-rus-di-kiev/
[9] A. C. Marturano, Rus di Kiev? La favola delle mafie varjaghe X-XIII sec. CE, Lulu Press, 2022, pp. 17-22.
[10] A. C. Marturano, Rus di Kiev? La favola delle mafie varjaghe X-XIII sec. CE, Lulu Press, 2022, pp. 17-22.
[11] M. Cartechini, La Rus’ di Kiev, l’origine di Russia e Ucraina, in Storica, National Geographic, 10/05/2022, https://www.storicang.it/a/rus-di-kiev-lorigine-di-russia-e-ucraina_15544
[12] V. Pachkov, L’Occidente e la Russia. Radici culturali di un confronto, in Civiltà Cattolica, fasc. 4056, 2019, pp. 528-539.
[13] A. C. Marturano, L’ultima erede indoeuropea? La Rus’ di Kiev!, in Academia, 2017, p. 1.
[14] A. C. Marturano, Rus di Kiev? La favola delle mafie varjaghe X-XIII sec. CE, Lulu Press, 2022, pp. 27-32.
[15] A. C. Marturano, L’ultima erede indoeuropea? La Rus’ di Kiev!, in Academia, 2017, p. 3.
[16] A. C. Marturano, L’ultima erede indoeuropea? La Rus’ di Kiev!, in Academia, 2017, p. 3.
[17] V. Pachkov, L’Occidente e la Russia. Radici culturali di un confronto, in Civiltà Cattolica, fasc. 4056, 2019, pp. 528-539.
[18] A. C. Marturano, L’ultima erede indoeuropea? La Rus’ di Kiev!, in Academia, 2017, p. 3.
[19] A. C. Marturano, Rus di Kiev? La favola delle mafie varjaghe X-XIII sec. CE, Lulu Press, 2022, p. 37.
[20] V. Pachkov, L’Occidente e la Russia. Radici culturali di un confronto, in Civiltà Cattolica, fasc. 4056, 2019, pp. 528-539.
[21] A. C. Marturano, Rus di Kiev? La favola delle mafie varjaghe X-XIII sec. CE, Lulu Press, 2022, p. 39.
[22] A. C. Marturano, Rus di Kiev? La favola delle mafie varjaghe X-XIII sec. CE, Lulu Press, 2022, p. 42.
[23] V. Pachkov, L’Occidente e la Russia. Radici culturali di un confronto, in Civiltà Cattolica, fasc. 4056, 2019, pp. 528-539.
[24] A. C. Marturano, Rus di Kiev? La favola delle mafie varjaghe X-XIII sec. CE, Lulu Press, 2022, p. 41.






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