Sempre più spesso, oggi, ci si trova a disquisire dell’inconsistenza effettiva dei leader, dell’irrilevanza del simbolismo che essi adottano come propria grammatica politica, della loro impossibilità di plasmare direttamente le traiettorie dei popoli. Si tratta effettivamente di una tesi veritiera, per la maggiore. La percezione di massa, poi, è tutto un programma: il mondo sembra così maledettamente predeterminato, agonizzante nelle sue convulsioni intestine dettate da spinte invisibili verso il dolce viale dell’autodistruzione.
Talvolta, però, esistono i playmakers. Essi, di norma, a prescindere dal periodo storico che ne vede i natali, hanno in comune un tratto fondamentale: la visione. I playmakers, di fatto, disegnano, con accuratezza, ideale e scientifico pragmatismo, quelle delicate linee di contorno che, nella propria idea delle cose, possano inquadrare realtà estremamente complesse e dargli un impulso vitale, sulla base delle caratteristiche del variopinto microcosmo che le ha generate.
Essi capiscono le necessità dei popoli prima ancora dei popoli stessi. E in un modo o nell’altro finiscono per diventare, chi più e chi meno, demiurghi o addirittura oracoli.
Il playmaker di oggi è una delle personalità che, a mio modesto avviso, hanno avuto l’impatto più profondo sul proprio paese di appartenenza. Oggi raccontiamo la vita e le azioni di un uomo che nel caos primordiale ha immaginato e partorito i fondamenti del Giappone imperiale unito: il principe Umayado, noto come Shōtoku Taishi.
Per parlare della vita leggendaria del “Principe Sacro”, occorre avventurarsi in una disamina storica del Giappone nel momento in cui il paese entra nella sua età classica: il Periodo Asuka.
Il periodo Asuka: i Clan cercano la via per il potere
Negli anni del 500 d.C., l’ultima parte del periodo Kofun, il Giappone è un aspirante impero che cerca ancora di conoscere sé stesso oltre la superficie. La società, organizzata su una rigida struttura di tipo clanico-tribale, è permeata dalla violenza delle continue lotte intestine tra clan, che aspirano al dominio della corte. Il Regno di Yamato, di fatto, era il frutto di un delicato e complesso equilibrio tra clan rivali, fondato su precetti d’onore guerriero proto-militari e non su un vero e proprio disegno imperiale legale-amministrativo. La casa Yamato era la dinastia regnante che vedeva al di sotto di sé un fermento costante di lotte interne, cospirazioni e guerre armate per assicurarsi maggior ruolo nelle gerarchie di corte. Spesso la casa Yamato era direttamente coinvolta come parte interessata o come mediatrice, per dare l’idea del ruolo della violenza nella gestione del potere.
I principali clan in lotta per il potere di corte nel VI secolo d.C. erano tre: il Clan Soga, tra le più potenti famiglie nobiliari del Giappone; il Clan Mononobe, detentore del controllo delle forze armate e delle alte gerarchie militari; il Clan Nakatomi, alleato dei Mononobe, clan dei cerimonieri e degli alti funzionari religiosi shintoisti. Questa particolare faida vedeva il suo catalizzatore nella volontà del Clan Soga di aumentare la propria influenza e il proprio potere attraverso l’importazione del buddhismo dal vicino regno coreano di Baekje.
Nel Giappone di allora, il credo dominante era quello shintoista, una pratica religiosa non ancora formalizzata come sistema dottrinale, ma profondamente radicata nella cultura e nella vita quotidiana delle comunità locali. Lo shintoismo è il nome unitario che gli studiosi hanno adottato per racchiudere il grande insieme delle pratiche religiose locali giapponesi, che di fatto si traduce come “la via degli spiriti” o “degli dèi“: si basava sul culto dei Kami, antiche divinità e spiriti associati alla natura nel suo insieme. Il culto dei Kami era considerato come generativo della vita: essi erano visti come forze demiurghe che sostenevano l’ordine naturale e sociale, e la loro venerazione era considerata essenziale per la prosperità della comunità, dell’agricoltura e della vita stessa, motivo per cui ogni persona aveva, direttamente o indirettamente, un legame con almeno una di queste entità.
Questo legame tra persone e Kami si esplicitava attraverso l’appartenenza ai clan: di fatto, ogni clan discendeva generalmente da un Kami di riferimento. I capoclan erano considerati come mediatori diretti tra l’umano e il divino proprio per la loro posizione al vertice della “discendenza” sacra dal Kami in questione. Associato al loro ruolo politico-militare, l’inquadramento in un’ottica divina conferiva al capoclan un potere di massimo rilievo nella vita giapponese dell’epoca.
In questa complessa cornice, si sviluppavano le vicende storiche di un Giappone in profondo mutamento: la grande influenza generata dal profondo legame con il regno coreano di Baekje aveva favorito un interscambio commerciale e culturale estremamente denso, che aveva dato i natali alle prime avvisaglie di pratiche religiose buddhiste in Giappone. Incontrando, in prima battuta, la netta contrarietà di quei clan, come i Mononobe e i Nakatomi, che affondavano le proprie radici in un sistema di potere rigorosamente incentrato sullo shintoismo identitario. Il clan Soga, di antica origine coreana, era tra i principali sostenitori dell’afflato buddhista nel paese, tanto come credo religioso quanto come elemento politico-culturale per aumentare la propria influenza nelle gerarchie di potere.
La guerra che ne derivò fu sanguinosa, e vide vincere i Soga contro ogni pronostico: la tradizione narra che un appena tredicenne principe Shōtoku, nel momento più critico della leggendaria battaglia del Monte Shigi, riuscì a rinvigorire le truppe stremate intagliando un’effige nel legno e pronunciando una solenne preghiera alle divinità buddhiste, propiziando la vittoria finale. La freccia del misterioso guerriero Tomi no Obito Ichii trafisse Mononobe no Moriya, capo del clan rivale, ponendo fine ad uno dei conflitti più significativi della storia del Giappone.
La prima curiosità di questo racconto risiede nel fatto che Shōtoku Taishi trasformò radicalmente il Giappone senza mai esserne imperatore. Egli fu nominato ad appena diciannove anni reggente dell’imperatrice Suiko, controllando di fatto il governo e le istituzioni del paese. Il suo impatto avvolse l’intera struttura portante del paese, conciliando profonda innovazione e pluralismo culturale pur senza stravolgere l’anima tradizionale giapponese. Il suo lavoro riformatore fu possibile grazie all’unione di visione e intenti tra lui, l’imperatrice e Soga no Umako, potente capo del clan Soga.
Tra le prime iniziative del principe, l’invio di emissari in Cina. Lo scopo era quello di studiare l’architettura istituzionale, amministrativa e culturale della dinastia Sui, verso la quale Shōtoku nutriva una profonda e rispettosa curiosità. Al ritorno di questi, il principe poté disporre di un tesoro culturale di natura inestimabile, tra cui nuovo materiale per la diffusione del buddhismo insieme a studi letterari e grammaticali che porteranno all’adozione dei caratteri cinesi nella scrittura di corte.
Le riforme di Shōtoku Taishi nel periodo Asuka furono un vero preludio alle trasformazioni del Giappone. Dalla Cina Sui furono importati princìpi di politica, gestione terriera e amministrazione, che si consolidarono fino alle riforme Taika (645 d.C.) e al periodo Nara. Innanzitutto, Shōtoku avviò la centralizzazione del potere imperiale, limitando l’influenza dei clan attraverso la Costituzione dei 17 articoli (604 d.C.), che pose le basi per uno stato unificato. Questa non era una costituzione moderna, ma un insieme di precetti morali e amministrativi per funzionari e nobili, basato su ideali confuciani, buddhisti e shintoisti. Al centro vi erano l’obbedienza all’imperatore, l’armonia sociale e la promozione del buddhismo, pur senza eliminare il peso dei clan, che rimase significativo.
In seguito, egli introdusse il Sistema dei 12 Ranghi di Corte. Una riforma storica e sostanziale, che ridisegnava il modello di gestione e valutazione della pubblica amministrazione e delle cariche governative sulla base del merito anziché sulla nascita. Questo nuovo assetto generò una proto-burocrazia specializzata, inquadrata in un sistema denominato Kan’i juunikaisō. Ad ogni funzionario viene associato un rango, sulla base delle capacità dimostrate nello svolgimento delle sue mansioni. Ad ogni avanzamento di rango, di norma, corrisponde un avanzamento di grado nella macchina amministrativa. All’avanzare dei ranghi e delle cariche, di conseguenza, cresceva il prestigio dei funzionari, che diventavano apprezzati e gratificati. Ma ognuno, per demeriti, così come poteva avanzare, poteva retrocedere. I ranghi di corte esistono ancora, ma non sono più la base di valutazione della classe amministrativa. Essi sono serviti come catalizzatore di un processo che ha conosciuto ulteriori cambiamenti nei periodi successivi, specialmente durante la Restaurazione Meiji. I ranghi oggi sono rare e prestigiose onorificenze conferite a personalità di governo che si sono distinte per i risultati ottenuti dalla propria virtuosa gestione politica. L’ultimo ad ottenerne una fu il defunto Primo Ministro Shinzō Abe, insignito del ranfo “Ju ichi-i” (primo rango subordinato, il secondo per importanza nella scala gerarchica).
Le riforme del principe Shōtoku Taishi non si fermarono all’amministrazione imperiale, bensì inclusero importanti innovazioni di natura proto-legale, anch’esse di provenienza cinese. Ispirandosi ai modelli della dinastia Sui, Shotoku e le sue riforme gettarono le fondamenta per il futuro codice Taihō ritsuryō: un sistema legale di due codici, il Ritsu (律) (leggi penali che regolavano i reati e le punizioni) e il Ryō (令) (regolamenti amministrativi che disciplinavano la burocrazia, la tassazione e l’organizzazione dello stato).
La visione di Shōtoku Taishi , di lungo termine e di ampio respiro, trova la sua realizzazione in quella che probabilmente è stata la più importante metamorfosi religiosa del Giappone: il buddhismo. Conscio della necessità di accentrare ed unificare, Umayado era riuscito a comprendere esattamente gli elementi culturali e aggregativi che potevano essere catalizzatori di un Giappone di minor vocazione clanica. L’amalgama di fondamenti di buddhismo, taoismo e confucianesimo con la colonna vertebrale shintoista del paese ha messo al centro dell’immaginario collettivo giapponese armonia, comunione d’intenti e fedeltà ad un’entità centrale che opera al di sopra delle realtà subordinate. Nonostante per tutto il periodo Asuka l’influenza dei clan rimarrà comunque pesante e a tratti preponderante, il segnale lanciato è quello di un Giappone che immagina di potersi asciugare del sangue e del veleno che hanno caratterizzato una storia secolare di lotte intestine senza sosta.
Templi, centri e istituti come Asukadera, Shitennō-ji (costruito da Shōtoku in seguito alla storica vittoria di Shigisan sui Mononobe) e Hōryū-ji (oggi patrimonio UNESCO) fiorirono in tutto il Giappone, e i monaci buddhisti iniziarono gradualmente a diventare vere autorità. Oggi un numero tra il 60% ed il 70% dei Giapponesi si identifica nel buddhismo, spesso combinato in maniera sincretica con shintoismo ed altre religioni, e se non lo pratica direttamente ne riconosce i fondamenti strutturali come dottrina prevalente nella propria visione religiosa. Nello specifico, secondo il rapporto dell’ACA (Agency for Cultural Affairs) del 2015, circa il 69,8% della popolazione giapponese è affiliato al buddhismo, mentre il 70,4% è affiliato allo shintoismo, con molte persone che praticano entrambe le religioni. Nel 2021, l’ACA riporta che gli aderenti al buddhismo sono circa 83,2 milioni (46,4% della popolazione), ma il totale delle affiliazioni religiose (179 milioni) supera la popolazione (circa 125 milioni) a causa del sincretismo, con molti che si identificano con entrambe.
La lungimiranza del principe, in un momento cruciale che vedeva acuirsi i conflitti nella vicina Corea tra Baekje, Silla e Koguryo, lo portò a gestire il delicato momento regionale con freddezza e diplomazia. Evitando conflitti ed escalation, il Giappone di Shōtoku riuscì a coltivare la sua influenza commerciale e politica sulla penisola destreggiandosi nei rapporti di forza interregionali, anche se già dal secolo precedente la presa nipponica sulla Corea si era fatta più debole.
La sostanziale stabilità interna del Giappone si rifletteva in una politica estera di non belligeranza con benefici tangibili ed effettivi in termini di relazioni, commercio, crescita culturale. ll regno di Silla era la principale potenza della penisola, e il principe sapeva che una guerra impulsiva per la difesa dell’alleato Baekje avrebbe avuto esito negativo. Di fatto, quando nel 663 d.C. il Giappone dell’imperatore Tenji si scontrò con il Regno di Silla e la Cina dei Tang nella battaglia di Hakusukinoe, la sconfitta fu fragorosa e ridimensionò di molto le aspirazioni nipponiche in quel delicato spicchio di mare.
Il pacifismo di Shōtoku non era ideologico, ma pragmatico e consapevole: se egli era stato capace di riformare ed innovare il Giappone lo doveva soprattutto alle influenze politiche, culturali e commerciali derivate dai suoi stretti rapporti con il vicinato marittimo. Per vedere un Giappone di temibile prestigio bellico si dovrà attendere il periodo dello shogunato Kamakura, durante il quale riuscì a respingere le invasioni mongole della seconda metà del tredicesimo secolo (al contrario di Cina e Corea, che ne furono inglobate).
Le guerre intestine, dopo Umayado, sarebbero tornate ad insanguinare il Giappone per molto tempo. Ma non è un caso che i periodi di maggior sviluppo e prestigio del Giappone corrispondano, come nella Restaurazione Meiji, alle fasi storiche in cui si è tentato di superare (o mitigare, come nel caso di Shōtoku) la preponderanza dei clan. E questo, probabilmente, è il più grande lascito del Principe al Giappone, che nei secoli ne ha recepito e catalizzato dottrina e insegnamenti evitando di sprofondare definitivamente nell’abisso di violenza cui sembrava essere destinato senza via di scampo.






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