Il peso strategico degli stretti nella storia e nella contemporaneità
Gli stretti marittimi rappresentano da sempre snodi vitali nella circolazione delle merci, delle persone e dell’influenza geopolitica. La loro rilevanza strategica è legata alla loro natura fisica: sono punti di passaggio obbligati, veri e propri “choke points”, che mettono in comunicazione oceani e mari interni, generalmente in prossimità di aree ad alta densità di traffico e tensione. Il controllo di questi Stretti ha sempre comportato un vasto potere politico, militare ed economico, e non a caso, questi sono stati al centro della passata politica imperiale del Regno Unito, vera e propria talassocrazia dell’epoca moderna.

Oggi, nel contesto di una globalizzazione vulnerabile, minata da crisi energetiche imprevedibili, e crescenti tensioni regionali, il ruolo di questi passaggi è più che mai cruciale. In questo primo contributo sugli Stretti, l’analisi si concentra su due tra gli stretti più critici del nostro tempo: Bab al-Mandeb e Hormuz. Due snodi fortemente connessi nella direttrice indo-mediterranea e regolano buona parte dei flussi commerciali e petroliferi globali. La loro sicurezza, stabilità e accessibilità ha un impatto diretto sul sistema internazionale e, indirettamente, anche sulla funzionalità del Canale di Suez, snodo commerciale globale di primo piano, la cui importanza economica e strategica dipende strettamente da quanto accade a Bab al-Mandeb.
Bab al-Mandeb: la “Porta delle Lacrime” tra commercio globale e fuochi regionali
Lo stretto di Bab al-Mandeb – il cui nome arabo significa emblematicamente “porta delle lacrime” – si estende per circa 115 chilometri tra il Corno d’Africa e la Penisola Arabica, con Gibuti ed Eritrea a ovest, e lo Yemen a est. Largo circa 35 chilometri, è il collegamento naturale tra il Mar Rosso e il Golfo di Aden ed è una tappa obbligata per tutte le navi in transito tra l’Oceano Indiano e il Canale di Suez. Si stima che ogni giorno transitino da qui tra i 6 e i 6,5 milioni di barili di greggio e prodotti raffinati, con punte superiori in alcuni periodi.

La sua centralità non si limita al traffico energetico. Circa il 12% del commercio marittimo mondiale passa attraverso la direttrice Bab al-Mandeb – Mar Rosso – Canale di Suez, coinvolgendo oltre 50 navi al giorno e una moltitudine di portacontainer, petroliere, navi cargo e carichi speciali. La navigazione è resa complessa dalla geografia del tratto, in particolare per la presenza dell’isola yemenita di Perim, che divide il canale in due corsie principali: il canale occidentale, più profondo e adatto alle grandi navi, e quello orientale, più stretto.
L’interdipendenza tra Bab al-Mandeb e il Canale di Suez è evidente: qualunque minaccia al primo ha ripercussioni dirette sul secondo. La recente campagna di attacchi Houthi contro navi commerciali nel Mar Rosso ha causato un calo del traffico nel canale egiziano di oltre il 40% nei primi mesi del 2024, con perdite stimate in miliardi di dollari. Diverse compagnie di navigazione hanno scelto di deviare le proprie rotte lungo la costa occidentale africana, aggirando il continente, con tempi di percorrenza aumentati fino a due settimane. Di fatto, l’instabilità di Bab al-Mandeb può compromettere l’intera direttrice indo-mediterranea e colpire duramente, tra l’altro, l’economia egiziana in particolare, che dipende dal Canale di Suez per oltre il 2% del proprio PIL.
Dal 2015, con la guerra in Yemen, i ribelli di Ansar Allah (gli Houthi) – appoggiati dall’Iran – hanno trasformato lo stretto in un campo di battaglia asimmetrico. Gli attacchi contro navi civili e militari si sono intensificati con lo scoppio della guerra a Gaza a ottobre 2023: i missili e droni lanciati dagli Houthi, in sostegno a Hamas e alla causa palestinese, hanno coinvolto centinaia di navi commerciali nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden, colpendo unità legate a Israele, USA e Regno Unito.

Tra novembre 2023 e marzo 2025 si contano oltre 100 attacchi diretti a più di 60 navi, con almeno quattro persone uccise, decine di feriti e gravi danni economici. La compagnia Maersk, colosso della logistica mondiale, ha temporaneamente sospeso le operazioni nella zona, e molte rotte sono state deviate verso il Capo di Buona Speranza, con costi aumentati fino a 1 milione di dollari per viaggio.
In risposta, sono state attivate due operazioni internazionali: Prosperity Guardian, su impulso angloamericano, con compiti di scorta e difesa attiva delle navi mercantili; e Aspides, lanciata dall’Unione Europea nel febbraio 2024, focalizzata sulla protezione del traffico civile con regole d’ingaggio difensive. Entrambe operano in coordinamento, ma con posture strategiche distinte: la prima include risposte cinetiche contro obiettivi Houthi; la seconda si limita alla protezione diretta del naviglio, mantenendo un profilo strettamente difensivo.
L’instabilità di Bab al-Mandeb ha radici profonde. Oltre alla guerra in Yemen, permangono minacce legate alla pirateria somala, al contrabbando, e all’attivismo geopolitico di potenze globali. Gibuti ospita numerose basi militari straniere (USA, Cina, Francia, Italia…), che riflettono una competizione multilivello per il controllo della regione. La Cina, ad esempio, ha avviato dal 2017 la sua prima base militare all’estero proprio qui, quale estensione della sua Belt and Road Initiative e a protezione di quelle rotte indispensabili al proprio approvvigionamento energetico e non solo. Lo stesso Gibuti, che, nonostante l’instabilità interna e un indice di corruzione elevato, cerca di porsi come hub marittimo africano attraverso piani come il “Djibouti Vision 2035“. Anche l’Eritrea e lo stesso Oman tentano di giocare un ruolo nella cornice strategica dell’area. Tutto ciò testimonia il grande attivismo degli Stati verso lo Stretto e gli interessi, spesso divergenti o concorrenti, di questi.
Nel medio termine, lo stretto di Bab al-Mandeb resta altamente vulnerabile. Le streategie di bypass via terra (oleodotti sauditi o la ferrovia Etiopia-Gibuti, ad esempio) non possono sostituire, oggi, il traffico via mare dell’area. Solo una stabilizzazione durevole dello Yemen e un equilibrio tra le potenze regionali e globali potranno garantire la sicurezza a lungo termine di questo nodo vitale.

Lo stretto di Hormuz: l’arteria energetica del Golfo Persico tra tensioni e scontri
Lo stretto di Hormuz, largo circa 39 km nel suo punto più stretto, collega il Golfo Persico al Mare di Oman, ponendosi come punto di passaggio obbligato per le esportazioni energetiche dei paesi del Golfo. Più del 20% della produzione mondiale di petrolio e circa un quinto del commercio globale di GNL transita quotidianamente da qui, rendendo Hormuz uno snodo critico della sicurezza energetica globale. L’importanza dello stretto si misura anche in termini comparativi: mentre lo Stretto di Malacca veicola tra i 3,5 e i 4 milioni di barili al giorno, Hormuz ne vede passare oltre 17 milioni, destinati a clienti in Asia orientale, Europa e Nord America.
L’Iran, affacciato sulla riva settentrionale, ha da sempre considerato lo stretto un’estensione della propria sovranità strategica. Dal punto di vista geografico e storico, il controllo di Hormuz è stato percepito come vitale per la sicurezza nazionale iraniana, nonché come leva politica e militare. Teheran esercita la sua influenza diretta soprattutto tramite la Marina dei Guardiani della Rivoluzione (IRGC Navy), che negli ultimi decenni ha operato in modo sempre più autonomo rispetto alla Marina regolare.
Le isole di Qeshm, Larak e le Tunb maggiori e minori, sotto controllo iraniano, sono strategicamente posizionate lungo le rotte di traffico. Il traffico nello stretto è regolato attraverso due “Traffic Separation Schemes (TSS)”, uno sotto “giurisdizione” iraniana e l’altro omanita (entrambi promossi sotto l’egida dell’Organizzazione Marittima Internazionale). Ogni TSS ha tre corsie (una entrante, una uscente e una mediana) e il loro rispetto è fondamentale per evitare collisioni in uno spazio congestionato da oltre 15 superpetroliere al giorno.
Dal punto di vista legale, la Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS) del 1982 stabilisce il diritto di passaggio inoffensivo, ma l’Iran ne contesta l’applicabilità piena nello stretto, richiedendo un controllo rigoroso delle navi, soprattutto militari. Ciò ha generato tensioni ricorrenti con Stati Uniti e Regno Unito, che invocano la libertà di navigazione.
Nel tempo, le frizioni tra Iran e Stati Uniti si sono acuite. Durante la guerra tra Iran e Iraq (1979 – 1989), l’operazione Earnest Will (1987) vide gli USA intervenire a protezione delle petroliere kuwaitiane, mentre nell’aprile 1988 l’Operazione Praying Mantis portò all’affondamento di metà della flotta iraniana dopo che una fregata americana fu colpita da una mina. In anni più recenti, il numero di incidenti “non sicuri” è salito: nel 2015 se ne contarono 23, nel 2016 addirittura 35. In totale, tra il 2015 e il primo semestre 2016 si sono verificati circa 550 contatti tra le due marine.

Uno degli episodi più significativi fu il sequestro di dieci marinai statunitensi nel gennaio 2016, dopo che due imbarcazioni di pattugliamento avevano accidentalmente violato le acque territoriali iraniane attorno all’isola di Farsi. Il successivo rilascio, ottenuto grazie a un dialogo diretto tra John Kerry e Javad Zarif, sottolineò l’assenza di canali strutturati di de-escalation tra Washington e Teheran. Le comunicazioni avvengono ancora oggi solo tramite contatti tattici tra ufficiali locali via radio (“bridge-to-bridge communications”), lasciando ampio margine a errori di valutazione.
L’uscita degli Stati Uniti dal the Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) nel 2018 e la successiva “massima pressione” sulle esportazioni iraniane hanno innalzato il rischio di escalation nello Stretto. Il caso del drone statunitense abbattuto nel giugno 2019 e della risposta americana che venne annullata all’ultimo minuto, mostra quanto un conflitto diretto resti una possibilità concreta. L’abbattimento di droni, il sequestro di petroliere e il sabotaggio reciproco hanno scandito le fasi successive, portando al lancio da parte del CENTCOM dell’operazione Sentinel (luglio 2019), volta a rafforzare la sorveglianza delle acque.
A questo si sono aggiunte missioni europee come la European Maritime Awareness in the Strait of Hormuz (EMASoH), avviata nel 2020 per garantire consapevolezza situazionale nello stretto. Tuttavia, la natura asimmetrica della dottrina navale iraniana – descritta da alcuni analisti come “una guerriglia marittima” – continua a rappresentare una minaccia seria e credibile al commercio marittimo nell’area e al delicato equilibrio che la governa. Anche se l’Iran è consapevole della superiorità tecnologica statunitense, la leadership iraniana non può permettersi di apparire remissiva, secondo la sua logica strategica, specialmente a fronte di un Medio Oriente così “in subbuglio” come negli ultimi due anni.
In conclusione, l’assenza di un vero meccanismo di comunicazione strategica tra USA e Iran, combinata con la densità del traffico civile e militare nello stretto, rende altamente plausibile che un incidente tattico possa innescare una crisi di più ampio respiro. Proposte come la creazione di una hotline o di un accordo sugli incidenti in mare (“Incidents at Sea Agreement”), sostenute anche da Oman, restano al momento sulla carta.
Conclusione: la geografia come costante del potere
Gli stretti marittimi rappresentano uno dei pochi elementi immutabili nell’equilibrio globale. La loro importanza deriva non solo dalla posizione geografica, ma dalla somma di interessi strategici, capacità militari e vulnerabilità economiche che li circondano. Bab al-Mandeb e Hormuz mostrano come il controllo e la protezione di questi passaggi siano essenziali per la stabilità energetica, la fluidità dei commerci e l’equilibrio delle potenze.
Il Canale di Suez, pur non essendo uno stretto in senso proprio, rientra nel discorso strategico proprio perché dipende direttamente dalla sicurezza del Bab al-Mandeb. I recenti attacchi Houthi hanno dimostrato come l’instabilità nello stretto meridionale del Mar Rosso possa causare deviazioni di rotte, aumento dei costi e perdite milionarie per l’Egitto. La centralità economica di Suez è dunque subordinata alla stabilità di contesti geopolitici più ampi.
In un’epoca segnata dalla regionalizzazione delle catene del valore e dalla competizione tra grandi potenze, la sicurezza degli stretti si conferma priorità per attori statali e organizzazioni internazionali. Ma nessuna missione navale o alleanza difensiva potrà compensare la mancanza di stabilità politica nei territori circostanti. L’interconnessione tra geografia, energia e sicurezza continuerà a modellare le crisi del XXI secolo.







Lascia un commento