Nelle prime ore del 13 giugno 2025, Israele ha dato avvio a una delle operazioni militari più strategicamente rilevanti della sua storia recente: l’operazione “Rising Lion”. L’intervento ha avuto come obiettivo dichiarato la distruzione o almeno la significativa compromissione del programma nucleare iraniano, ma ha incluso anche una serie di attacchi mirati contro i vertici militari e scientifici della Repubblica Islamica.
Il raid ha innescato un’immediata risposta da parte di Teheran, aprendo uno scenario di escalation la cui portata, durata e natura potrebbero ridefinire gli equilibri del Medio Oriente per anni a venire. La contro offensiva iraniana ha visto il lancio di oltre 100 missili in direzione di Tel Aviv e Gerusalemme, solo parzialmente intercettati dai sistemi d’arma Iron Dome, David’s Sling, Arrow e Thaad.

Nelle ultime 24 ore gli attacchi da entrambe le parti sono continuati, con un bilancio di 13 morti in Israele più approssimativamente 300 feriti nelle aree urbane di Tel Aviv, Haifa e Gerusalemme, e di 80 vittime e circa 800 feriti in Iran.
Questi eventi rappresentano un punto di svolta non solo per il conflitto latente tra Israele e Iran, ma anche per le dinamiche strategiche dell’intera regione. Per la prima volta, lo scontro tra i due Paesi ha assunto una forma di guerra semi-aperta, rompendo il paradigma della “guerra ombra” condotta attraverso sabotaggi, cyber-attacchi e operazioni clandestine. L’intervento militare israeliano non ha rappresentato solo un’espressione di superiorità tattica, ma una dichiarazione strategica tesa a ridefinire unilateralmente il perimetro della deterrenza nucleare nel Medio Oriente.
La risposta iraniana rappresenta invece una mossa quasi obbligata di Teheran che deve dimostrare la resilienza del proprio comparto militare e la capacità di colpire Israele anche ora che gli alleati dell’Asse della Resistenza sono incapacitati dall’intervenire.
Simbolicamente, il nome in codice attribuito all’operazione, “Rising Lion“, allude al leone impresso nelle bandiere dei dissidenti monarchici iraniani. Questa allusione, oltre che provocatoria, lascia trapelare l’ambizione di Tel Aviv per un nuovo Medio Oriente, e che fa seguito all’operazione “New Order“ che ha effettivamente ridimensionato in maniera significativa Hezbollah e la presenza del gruppo in Libano e in Siria.
L’analisi che segue intende offrire una lettura approfondita e sistematica dell’operazione, delle sue premesse, degli obiettivi dichiarati e impliciti, delle risposte immediate e delle implicazioni di lungo termine.
L’architettura dell’operazione “Rising Lion”: obiettivi, modalità e strumenti
L’operazione è stata condotta con una sorprendente sincronia e complessità tecnico-militare, segno tangibile della superiorità strategica e dell’elevato livello di integrazione tra intelligence, forze armate e capacità tecnologiche di Israele. Secondo fonti ufficiali, oltre 200 caccia da combattimento – in particolare F-35 di quinta generazione – hanno partecipato all’offensiva, colpendo simultaneamente più di 100 obiettivi ad alta priorità nel cuore del territorio iraniano. Allo stesso tempo, sono stati impiegati missili cruise lanciati da sottomarini, bombe guidate di penetrazione, droni d’attacco avanzati e, verosimilmente, armi elettroniche per la soppressione delle difese aeree (SEAD). Un ruolo chiave è stato svolto da una base remota di droni situata in prossimità di Teheran, che ha consentito la penetrazione in profondità e il supporto alle fasi più sensibili della missione, dimostrando una capacità di infiltrazione operativa profonda all’interno del dispositivo di sicurezza iraniano.
Israele aveva precedentemente predisposto il terreno attraverso una campagna di intelligence estesa e capillare, probabilmente coordinata dal Mossad, che ha infiltrato agenti all’interno dell’apparato militare e scientifico iraniano. Questi hanno fornito informazioni dettagliate e aggiornate su posizioni, orari, abitudini e vulnerabilità di bersagli chiave, consentendo di massimizzare l’efficacia dell’attacco. È emerso con forza l’obiettivo non solo di rallentare il programma nucleare, ma di colpire al cuore l’infrastruttura politico-militare della Repubblica Islamica, generando shock verticale nella leadership, parziale paralisi decisionale e un segnale di vulnerabilità strategica percepita.


Tra i primi obiettivi colpiti figurano siti simbolici e sensibili come il complesso nucleare di Natanz, il centro di ricerca di Isfahan e l’area industriale di Parchin, associati alla produzione di uranio arricchito, componenti per test esplosivi avanzati e, secondo fonti israeliane, anche allo sviluppo di vettori balistici. Sono state inoltre distrutte numerose installazioni radar, sistemi antiaerei, centri di comando e controllo, e le residenze private di alti ufficiali dei Pasdaran, tra cui quelle riconducibili ai vertici dell’IRGC e al network scientifico-militare che sostiene il programma atomico.
L’espansione della campagna si è manifestata con ulteriore evidenza nella notte tra il 14 e il 15 giugno, quando l’IDF ha rivendicato una nuova ondata di attacchi diretti contro obiettivi ad altissimo valore strategico: tra questi il quartier generale del Ministero della Difesa iraniano, il centro di ricerca nucleare SPND (nucleo operativo del programma militare), e l’archivio segreto contenente dati e documentazione del programma nucleare clandestino. Fonti aperte e media statali iraniani hanno confermato contestualmente l’estensione dei bombardamenti a infrastrutture energetiche critiche: un deposito petrolifero nel quartiere di Shahran, a Teheran, è stato incendiato, e una raffineria adiacente ha subito danni rilevanti. Inoltre, il gigantesco complesso gasifero di South Pars ha visto sospendere parte delle sue attività a causa dei danni subiti (una produzione di circa 12 milioni di metri cubi di gas al giorno).

Questa escalation evidenzia un’evoluzione ulteriore dell’obiettivo israeliano: colpire non solo il potenziale militare e scientifico dell’Iran, ma anche il suo tessuto energetico-industriale, nel tentativo di erodere le capacità economiche e logistiche del regime, e di creare discontinuità nei flussi strategici interni. È, a tutti gli effetti, una manovra combinata di degradazione delle capacità di hard power e di pressione indiretta sulla coesione politico-istituzionale del Paese.
L’intervento israeliano risponde quindi a una logica di “shock and awe” non solo militare ma sistemica, mirando a paralizzare la capacità di reazione dell’Iran e a delegittimare la sua postura di potenza regionale. Per portare a termine un’operazione di questa portata, è stato necessario un livello di coordinamento interforze senza precedenti, che ha coinvolto probabilmente anche componenti cyber e operazioni di guerra elettronica, al fine di accecare le difese iraniane, confondere i comandi e amplificare l’effetto sorpresa. L’integrazione tra assetti convenzionali, tecnologie stealth, operazioni clandestine e strumenti non cinetici rappresenta un’evoluzione sostanziale nella dottrina operativa israeliana e riafferma la sua capacità di proiettare potenza in profondità, in piena autonomia e con una precisione chirurgica che trascende il concetto di deterrenza classica.
Impatti operativi: decapitazione e compromissione strategica
Uno degli aspetti più significativi dell’intera campagna israeliana è la sua dimensione di “decapitazione” strategica, concepita per colpire simultaneamente i vertici militari, scientifici e decisionali del regime iraniano. Le autorità israeliane hanno confermato la morte, avvenuta in attacchi mirati, di figure di primissimo piano dell’apparato di sicurezza nazionale: il comandante dei Guardiani della Rivoluzione (IRGC) Hossein Salami, il capo di stato maggiore delle forze armate iraniane Mohammad Bagheri, e il generale Gholam Ali Rashid, responsabile della pianificazione operativa del Khatam al-Anbiya HQ. Si tratta di personalità che non solo incarnavano il potere militare della Repubblica Islamica, ma ne rappresentavano anche la resilienza simbolica e ideologica. La loro eliminazione simultanea costituisce un risultato eccezionale sul piano operativo e un durissimo colpo alla continuità funzionale delle strutture di comando iraniane.

A questo si aggiunge il colpo sferrato all’infrastruttura scientifica e tecnologica del programma nucleare. Sei scienziati di spicco legati all’Organizzazione per l’Energia Atomica dell’Iran e al centro di ricerca SPND risultano eliminati: tra essi, nomi noti come Fereydoun Abbasi-Davani e Mohammad Mehdi Tehranchi. La loro morte non solo priva il programma atomico di competenze insostituibili, ma manda anche un segnale netto all’intero ecosistema tecnico-militare iraniano: nemmeno coloro che operano nella sfera accademica, pur strategica, sono al riparo dalle operazioni cinetiche israeliane. Colpire questi individui nei luoghi dove ritenevano di essere più protetti – talvolta le loro stesse abitazioni – ha avuto un impatto psicologico devastante sulla comunità scientifica del regime, mettendo in crisi il senso di invulnerabilità costruito negli anni.

Parallelamente, la distruzione capillare delle infrastrutture radar, delle batterie antiaeree e dei nodi di comunicazione ha ridotto drasticamente la capacità iraniana di osservazione e di difesa reattiva. Il sistema integrato di difesa aerea – già limitato nella sua copertura totale – è stato compromesso in diverse regioni strategiche, specialmente attorno a Teheran, Esfahan e Natanz. A completamento di questo sforzo, l’attacco del 15 giugno ha colpito anche il quartier generale del Ministero della Difesa e, secondo fonti israeliane, l’archivio nucleare custodito presso il centro SPND. Tali obiettivi non erano solamente importanti da un punto di vista militare, ma rivestivano un valore strategico e simbolico nella narrazione della sovranità tecnologica iraniana.
Il danneggiamento e l’interruzione della produzione energetica – come nel caso del giacimento di gas di South Pars e del deposito petrolifero di Shahran – rappresentano inoltre una nuova dimensione dell’operazione israeliana: quella della pressione economica mirata mediante strumenti militari. Se confermato in modo sistemico, questo spostamento operativo segnerebbe una volontà israeliana di colpire trasversalmente tutte le fonti del potere iraniano: non solo la deterrenza nucleare e il controllo militare, ma anche l’autosufficienza energetica e la stabilità interna.
Come riportato da vari esperti, in questo momento Israele ha stabilito in buona parte del paese il completo controllo dello spazio aereo e punta al controllo completo. Questa superiorità area consente all’esercito israeliano di indentificare in sicurezza i bersagli e colpire con precisione, limitando al minimo il margine di errore (strategico e tattico) e operando in sicurezza. Ciò comporta anche la riduzione progressiva della capacità iraniana di difendere i propri asset sul terreno e di lanciare ulteriori controffensive.
In sintesi, l’impatto strategico dell’operazione è triplice: disarticolazione del vertice decisionale, paralisi operativa delle difese reattive, e degradazione dei pilastri tecnico-industriali della potenza iraniana. Israele ha mostrato di saper colpire in profondità con precisione chirurgica, ma soprattutto di saper combinare in un’unica offensiva elementi tattici, psicologici e infrastrutturali, con l’obiettivo di indebolire l’Iran in ogni sua manifestazione di potenza.
La risposta iraniana: limiti, simbolismi e rischi di escalation
La risposta dell’Iran all’operazione israeliana si è manifestata inizialmente con il lancio di oltre cento droni d’attacco Shahed, diretti contro obiettivi strategici e centri urbani israeliani. Tuttavia, l’efficacia offensiva di questa rappresaglia si è rivelata limitata: la quasi totalità dei droni è stata intercettata prima dell’impatto grazie alla sinergia tra le difese israeliane multilivello (Iron Dome, David’s Sling e Arrow) e il supporto anticipato fornito dagli Stati Uniti, inclusa la dislocazione di assetti aerei (come gli F-15) in Giordania. La capacità di Israele di neutralizzare simultaneamente minacce in arrivo da più fronti ha sottolineato la superiorità tecnologica e la prontezza operativa dello Stato ebraico, minando la credibilità della minaccia convenzionale iraniana.
Ciò nonostante, Teheran ha ordinato un nuovo attacco per la notte stessa con il lancio di oltre 200 missili balistici MRBM (Ballistic Medium Range, alcuni ipersonici, prevalentemente utilizzando missili Haj Qassem (i nuovi missili prodotti dall’Iran con sistemi di guida di precisione per eludere le difese contraeree) e con la probabile inclusione, da confermare, di missili Shahab 3, Ghadr e Emad. L’attacco si è consumato in tre ondate che hanno raggiunto in più punti il bersaglio e contro i quali i sistemi d’arma israeliani si sono dimostrati meno efficaci, sebbene abbiano intercettato la maggior parte delle testate nemiche.

Allo stesso modo, gli attacchi sono continuati in modo sporadico durante la giornata del 14 per poi intensificarsi nella notte tra il 14 e il 15 giungo. Questa nuova offensiva ha visto colpite le città di Tel Aviv, Gerusalemme e Haifa. Anche in questo caso, i sistemi di difesa israeliani si sono rivelati essere meno efficaci del previsto contro i missili impiegati da Teheran, riequilibrando (parzialmente) l’iniziale vantaggio tattico di Israele. Ciononostante, i danni subiti dall’Iran nei propri punti di lancio rendono sempre più difficile effettuare nuovi attacchi e gli stessi missili balistici a disposizione di Teheran non sono illimitati.
Va altresì sottolineato che la dimensione della risposta iraniana non può essere valutata unicamente in termini militari. Il messaggio lanciato da Teheran, per quanto relativamente inefficace sul piano operativo, è stato forte sul piano politico e simbolico. Le dichiarazioni della Guida Suprema Khamenei e dei vertici del Ministero degli Esteri hanno parlato di “un crimine contro la sovranità nazionale”, minacciando una risposta sistemica e facendo appello a tutto l’Asse della Resistenza per una mobilitazione unitaria.
L’attacco israeliano ha anche portato alla temporanea chiusura dello spazio aereo in Iran, Iraq, Israele e Giordania, un indicatore della percezione regionale del rischio. Paesi come la Giordania, l’Iraq e i Paesi del Golfo si trovano oggi in una posizione ambigua: da un lato timorosi di un’estensione del conflitto, dall’altro potenzialmente complici per aver consentito, direttamente o indirettamente, il passaggio di assetti aerei israeliani. Le proteste dell’Iran contro Washington – accusata di complicità tacita – e la minaccia a obiettivi statunitensi in Medio Oriente evidenziano il rischio concreto di un’escalation multilaterale.
Da ultimo, secondo quanto riportano diverse fonti, la leadership iraniana starebbe già negoziando con la Russia ed altri paesi vicini il proprio “safe passage” fuori dall’Iran. La consapevolezza della propria vulnerabilità e della insostenibilità di uno scontro prolungato con Israele (specie in questo momento di estrema debolezza dell’Asse della Resistenza e di indisponibilità della Russia a sganciarsi da altri fronti per assistere l’alleato) starebbe, stando a quanto appreso da fonti iraniane, spingendo il vertice politico e militare di Teheran a predisporre la propria fuga, qualora la situazione dovesse peggiorare. Questa preoccupazione avrebbe una duplice origine, sia esterna legata ai raid israeliani, sia interna con il rischio che un peggioramento della situazione possa portare ad un rovesciamento del regime favorito da Israele e dai suoi alleati.
Israele e la strategia della deterrenza attiva
Israele ha adottato una dottrina della deterrenza attiva sin dalla sua fondazione, fondata sull’assunto che la sopravvivenza dello Stato debba essere garantita attraverso l’iniziativa strategica, come avvenuto già nel 1967 con la guerra dei sei giorni. Tuttavia, l’operazione “Rising Lion” ha portato questa dottrina a un nuovo livello, con un attacco che non solo risponde a una minaccia imminente, ma anticipa il rischio, affermando il diritto di Israele a difendersi in modo unilaterale e preventivo.

Il primo ministro Netanyahu ha delineato chiaramente questa visione: l’azione non è solo legittima, ma necessaria per evitare una seconda Shoah, evocando la minaccia esistenziale di un Iran dotato di armi nucleari. Il parallelismo con il fallimento della diplomazia degli anni Trenta è stato esplicitamente citato nei suoi discorsi per giustificare la scelta militare. Questo linguaggio, al tempo stesso evocativo e radicale, segna una discontinuità retorica e strategica con le precedenti operazioni israeliane, collocando l’azione militare in un contesto di sopravvivenza civile e culturale.
Questa scelta riflette anche la volontà di evitare un nuovo 7 ottobre, quando l’intero apparato di intelligence e di sicurezza israeliano si è fatto sorprendere dall’attacco di Hamas. Il confronto mitiga l’impatto psicologico sulla popolazione israeliana provocato dall’offensiva iraniana e incoraggia il governo a proseguire su questa via.
Dal punto di vista del diritto internazionale, l’idea di un diritto all’autodifesa, sancito anche all’articolo 51 della Carta ONU, ma in forma preventiva, è fortemente dibattuta e tendenzialmente rigettata dalla comunità internazionale. L’assenza di un’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza o di altra giusta causa, e la concomitanza con processi diplomatici in corso, indeboliscono la legittimità dell’operazione agli occhi di molti attori internazionali.
La dimensione regionale: proxy, alleanze e spazi aerei
Uno degli effetti più immediati e potenzialmente destabilizzanti dell’operazione “Rising Lion” riguarda il ruolo degli attori non statali nel contesto mediorientale. Hezbollah, Hamas, le milizie sciite in Iraq e gli Houthi nello Yemen costituiscono i principali strumenti con cui Teheran estende la propria influenza e proietta potere nella regione. Sebbene Hezbollah abbia subito gravi perdite nei mesi precedenti, la sua capacità di colpire il territorio israeliano non è del tutto annientata. Gli Houthi, inoltre, rappresentano oggi un attore sempre più autonomo e aggressivo all’interno dell’Asse della Resistenza.

Secondo fonti di intelligence, l’attacco israeliano potrebbe provocare una ripresa delle ostilità da parte dei gruppi armati yemeniti (bersaglio di un attacco israeliano nella notte tra il 14 e il 15 giungo), vanificando la fragile tregua mediata dagli Stati Uniti. Le minacce esplicite rivolte agli interessi americani, francesi e britannici nella regione da parte di miliziani sciiti iracheni e siriani indicano che l’Iran potrebbe optare anche per una risposta a bassa intensità ma ad alta frequenza, mirata a logorare nel tempo Israele e i suoi alleati senza proseguire nella guerra aperta che sta prendendo ora le prime mosse.
L’altro nodo cruciale riguarda il possibile coinvolgimento, attivo o passivo, di alcuni Stati arabi. Il passaggio dello spazio aereo giordano o saudita da parte di assetti israeliani, se confermato, rappresenterebbe un terremoto geopolitico: da una parte indicherebbe un’accettazione implicita dell’azione israeliana; dall’altra costituirebbe un’umiliazione per Teheran e una sfida diretta al suo status regionale. Questo elemento rischia di rafforzare la narrativa iraniana della complicità sunnita con Israele, con conseguenze anche sul piano interno dei regimi arabi.
L’incognita nucleare: escalation tecnica e dottrina della sopravvivenza
Tra le conseguenze più rilevanti dell’operazione “Rising Lion” vi è la possibilità concreta che l’Iran modifichi radicalmente la propria postura strategica rispetto al programma nucleare. Se fino a oggi Teheran aveva adottato una dottrina ambigua, calibrando l’arricchimento dell’uranio al limite delle soglie tecniche senza oltrepassare esplicitamente il confine della militarizzazione, l’attacco israeliano potrebbe aver reso insostenibile questa ambiguità.

Da una parte, l’Iran può interpretare l’azione israeliana come una violazione definitiva del tabù della guerra aperta, un “punto di non ritorno” che giustificherebbe, agli occhi dei vertici politici e militari, la corsa rapida verso un “nuclear breakout”. Tale valutazione poggia su una logica di deterrenza inversa: se Israele ha colpito in assenza di una bomba iraniana, l’unico modo per evitare future aggressioni è dotarsi effettivamente dell’arma nucleare. Questa narrativa, che circola già da anni negli ambienti più radicali del regime, riceve oggi nuova linfa.
L’elemento scatenante può essere anche di natura diplomatica: la recente decisione dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA) di dichiarare Teheran inadempiente rispetto ai suoi obblighi di non proliferazione ha fornito a Israele un pretesto ulteriore per l’attacco. Tuttavia, per l’Iran tale decisione rappresenta una dimostrazione che la via diplomatica è ormai bloccata. I colloqui previsti a Muscat sono stati sospesi, e la prospettiva di un nuovo accordo nucleare multilaterale si allontana drasticamente, nonostante gli appelli di Trump successivi all’attacco.
Inoltre, vi è un rischio concreto che l’Iran scelga di trasferire l’intero ciclo del suo programma nucleare in siti più profondi e protetti, come il complesso sotterraneo di Fordow, dove le capacità convenzionali israeliane potrebbero non essere sufficienti a neutralizzare le operazioni. Ciò aprirebbe un ulteriore capitolo di instabilità strategica, in cui la corsa al nucleare si svolgerebbe lontano dagli occhi della comunità internazionale e fuori dal perimetro delle ispezioni dell’AIEA.
Gli Stati Uniti tra disimpegno strategico e coinvolgimento implicito
Il ruolo degli Stati Uniti in questa crisi appare, per certi versi, paradossale. Ufficialmente, l’amministrazione Trump ha negato ogni coinvolgimento nell’attacco, sottolineando il carattere unilaterale e indipendente dell’azione israeliana. Eppure, fonti diplomatiche e militari confermano che Washington era stata preventivamente informata dell’operazione, che aveva predisposto assetti difensivi in Medio Oriente (tra cui lo schieramento di intercettori in Giordania) e che ha immediatamente attivato un’unità di crisi presso il Consiglio di Sicurezza Nazionale.
Trump ha inoltre sottolineato la contrarietà americana ad un’escalation, specialmente qualora questa coinvolgesse le basi militari statunitensi presenti nella regione. In un post su Truth, il Tycoon ha anche aggiunto “Se dovessimo subire un attacco di qualsiasi tipo da parte dell’Iran, tutta la forza e la potenza delle forze armate statunitensi si abbatteranno su di voi con una violenza senza precedenti” ma ha evidenziato anche che “possiamo facilmente raggiungere un accordo tra Iran e Israele e porre fine a questo sanguinoso conflitto”. Nessun commento è stato fatto sul contenuto di un simile accordo.
Questa ambiguità riflette le contraddizioni interne alla politica estera americana. Da un lato, l’amministrazione intende evitare un coinvolgimento diretto in un nuovo conflitto mediorientale, consapevole dei costi politici e strategici di una guerra lunga e impopolare. Dall’altro, il sostegno incondizionato a Israele, rende difficile per Washington prendere le distanze reali da un’azione che molti alleati considerano provocatoria e destabilizzante.
Inoltre, la dinamica con Israele sta mutando: non è più solo un rapporto di alleanza, ma una relazione asimmetrica dove l’assertività del governo Netanyahu può dettare i tempi e le modalità del confronto, con gli Stati Uniti ridotti a reagire a scelte già compiute. Se si confermasse che Israele ha ignorato le raccomandazioni statunitensi di non colpire mentre erano in corso i colloqui, questo costituirebbe un’ulteriore frattura nella tradizionale coerenza strategica tra i due Paesi, dove le differenze esistenti (passate e presenti) sono invece spesso ridotte a contrasti personali tra la Casa Bianca e Tel aviv (senza quindi nulla togliere alla convergenza di interessi strategici dei due Paesi).

Infine, vi è l’aspetto della percezione regionale. Gli attori statali e non statali del Medio Oriente non distinguono facilmente tra Israele e Stati Uniti: l’uno è visto come l’estensione dell’altro. Questo fa sì che anche un attacco compiuto formalmente da Israele possa generare ritorsioni contro basi americane in Iraq, Siria o nel Golfo. Il rischio di trascinamento involontario (“entrapment”) è dunque elevato e richiede a Washington la ricerca di un delicato equilibrio tra deterrenza, distanziamento e gestione del rischio.
Conclusione: verso una nuova architettura di sicurezza?
L’operazione “Rising Lion” segna un punto di rottura nella geopolitica mediorientale contemporanea. È la manifestazione concreta di una strategia israeliana fondata sull’autonomia decisionale e sull’uso anticipato della forza per disinnescare minacce strategiche percepite. Questa volta Israele sembra determinato a mettere fine alla minaccia iraniana ben oltre la questione prettamente nucleare, ridisegnando gli equilibri regionali.
Dal punto di vista tecnico, Israele ha dimostrato la capacità di colpire contemporaneamente infrastrutture sensibili, leadership politico-militare e assetti di comando. Tale capacità trasmette un messaggio inequivocabile: Israele può condurre un attacco chirurgico, profondo e sistemico, in grado di paralizzare l’avversario in tempi ridotti. Tuttavia, una tale strategia richiede un elevato livello di sostenibilità: economica, diplomatica e psicologica. Israele deve ora gestire le conseguenze, interne e internazionali, di un conflitto potenzialmente decisivo, con la consapevolezza che ogni ulteriore operazione aumenta il rischio di reazioni imprevedibili da parte iraniana e dei suoi alleati.
Il rischio principale è che l’attacco inneschi una spirale di escalation fuori controllo: accelerazione del programma nucleare iraniano, attivazione della galassia dei proxy, fratture all’interno dell’alleanza israelo-americana e polarizzazione delle posizioni internazionali. Inoltre, l’uso della forza come strumento principale di gestione della sicurezza regionale rischia di delegittimare i meccanismi multilaterali e di rafforzare le posizioni più oltranziste in ogni campo.
Al di là del giudizio giuridico o morale, ciò che conta è l’impatto sistemico. L’operazione “Rising Lion” non è solo un attacco: è un messaggio. Israele ha comunicato che non accetterà passivamente l’avvicinarsi dell’Iran alla soglia nucleare, anche a costo di scatenare un conflitto regionale (che intende vincere ed è consapevole di poterlo fare) e in contrasto con la linea dettata dagli Stati Uniti. Da parte di Teheran, la risposta quasi immediata e massiccia dimostra la volontà dell’Iran di non piegarsi sotto i colpi di Israele e di difendere i propri interessi vitali in un momento di grande incertezza e vulnerabilità dell’Asse, ma persistono i dubbi sulla capacità di sostenere il confronto.
I prossimi giorni non plasmeranno soltanto l’esito immediato di questo confronto, ma contribuiranno a definire l’architettura strategica del Medio Oriente per gli anni a venire — una regione che, negli ultimi dodici mesi, ha subito trasformazioni più profonde e rapide di quanto non fosse accaduto nell’intero decennio precedente.






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