Il Prof. Paolo Sabbatini Rancidoro, nato a Porto Sant’Elpidio nel 1955, è una figura di rilievo nel panorama internazionale della diplomazia culturale e della cooperazione. Con una formazione multidisciplinare e una carriera che si estende su oltre quattro decenni, ha operato in contesti geopolitici complessi, distinguendosi per l’efficacia nella negoziazione multilaterale, nella promozione culturale e nella progettazione di interventi strategici a livello globale.
Dal 1988 al 1992, in qualità di esperto per la Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo del Ministero degli Affari Esteri italiano, ha negoziato con il governo peruviano un ambizioso piano quinquennale di cooperazione economica in un contesto di grave crisi finanziaria (il cosiddetto “Fujishock”), coordinando circa 20 progetti per un valore complessivo di 180 milioni di dollari. Per questo impegno è stato insignito dell’onorificenza di Grande Ufficiale al Merito della Repubblica del Perù.
Tra il 1993 e il 1997, come Capo delle Operazioni UNICEF in Pakistan, ha guidato la definizione e l’implementazione di programmi di sviluppo in collaborazione con il governo locale. Successivamente, ha ricoperto il ruolo di Direttore per le Relazioni Governative di World Vision International, ottenendo l’autorizzazione dai governi di Pakistan e Afghanistan a operare in aree colpite dal conflitto afghano tra il 2000 e il 2001.
Dal 2003, Sabbatini è entrato in servizio presso il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, assumendo incarichi di crescente responsabilità nel campo della promozione culturale. Dal 2012 è Dirigente dell’Area Promozione Culturale presso la sede centrale del MAECI a Roma, dove coordina iniziative culturali bilaterali e multilaterali. Nel corso della sua carriera ha diretto numerosi Istituti Italiani di Cultura all’estero, nello specifico a Shanghai, Praga, Il Cairo e Bruxelles.
Dal 1° agosto 2022, ricopre l’incarico di Dirigente dell’Area Promozione Culturale del MAECI a Roma. È inoltre Ambasciatore per i rapporti culturali italo-cinesi presso l’Istituto Mondiale per la Sinologia, consolidando il suo ruolo di ponte tra le culture attraverso iniziative strategiche nel campo delle relazioni culturali internazionali.
1. Durante la sua lunga esperienza in Cina, ha osservato un’evoluzione nei modelli di cooperazione culturale tra Italia e Cina?
Inizialmente la cooperazione culturale tra Italia e Cina era caratterizzata da eventi simbolici, esibizioni temporanee, concerti e mostre. Con il tempo, si è trasformata in una collaborazione strutturata, fondata su programmi di lungo termine, gemellaggi istituzionali e scambi accademici. L’Italia ha imparato a parlare con la Cina non solo attraverso il linguaggio dell’arte, ma anche attraverso il linguaggio della diplomazia strategica, della formazione e della scienza. Oggi la cooperazione culturale è un pilastro del dialogo bilaterale, e rappresenta una delle forme più raffinate di soft power reciproco.
2. Quali sfide specifiche ha dovuto affrontare nell’adattare i programmi culturali italiani a una realtà così complessa come quella cinese?
La sfida principale è costruire ponti, non esportare modelli. In Cina ho imparato che la sensibilità culturale è la chiave: bisogna rispettare profondamente il contesto locale, comprendere le dinamiche della società cinese contemporanea e allo stesso tempo valorizzare l’autenticità della proposta culturale italiana. Tradurre la “bellezza italiana” in un linguaggio interculturale è un esercizio sofisticato che richiede umiltà, empatia e pazienza.
3. La Cina ha un ruolo sempre più centrale nelle dinamiche geopolitiche globali. Secondo la sua esperienza, come l’Italia può navigare in modo efficace questo scenario, promuovendo i propri interessi economici, culturali e politici, senza compromettere la propria identità?
L’Italia deve puntare su ciò che la rende unica: la sua storia, la sua cultura, la sua capacità di mediazione. Non si tratta di scegliere tra Est e Ovest, ma di saper parlare a entrambi. La cultura italiana è una piattaforma diplomatica: ci consente di essere interlocutori credibili, rispettati e autonomi. Per promuovere i nostri interessi dobbiamo investire nella formazione, nella conoscenza delle lingue asiatiche e nella costruzione di una diplomazia culturale moderna, agile, creativa.
4. Nel suo ruolo di Ambasciatore per i rapporti italo-cinesi all’Istituto Mondiale di Sinologia, quali sono le principali aree di collaborazione che considera strategiche per il futuro delle relazioni bilaterali tra i due Paesi, soprattutto nel contesto della Belt and Road Initiative?
La formazione e la ricerca congiunta sono centrali. Penso a progetti editoriali congiunti, corsi di diplomazia culturale italo-cinese, piattaforme per giovani talenti. La Belt and Road Initiative, se interpretata correttamente, non è solo infrastrutture ma anche connessioni umane e culturali. E su questo terreno, Italia e Cina possono fare molto insieme: dalla valorizzazione dei reciproci patrimoni UNESCO, alla promozione dell’arte contemporanea, fino alla creazione di network universitari tra le grandi città della Via della Seta.
5. In qualità di esperto in progetti di sviluppo e cooperazione, come valuta l’approccio della Cina verso gli investimenti in Africa e America Latina? Cosa può imparare l’Italia da questo modello di sviluppo, e quali rischi potrebbero derivare da una crescente influenza cinese in queste regioni?
La Cina ha saputo proporre una visione coerente e a lungo termine, con strumenti finanziari rapidi ed efficaci. Tuttavia, questo modello è spesso percepito come troppo centrato su interessi unilaterali. L’Italia può offrire un approccio complementare, più attento alla sostenibilità sociale, alla cultura locale, alla formazione. Il rischio è che si affermi un sistema unidirezionale. Il nostro compito è proporre un’alternativa europea fatta di rispetto, ascolto e co-progettazione. La cultura può diventare un elemento di riequilibrio.
6. La sua esperienza nell’ambito delle relazioni governative internazionali la porta a gestire questioni di alto livello. Come vede l’evoluzione delle relazioni tra l’Italia e le potenze asiatiche emergenti, come l’India e la Corea del Sud, e quale ruolo può giocare l’Italia in queste nuove dinamiche regionali?
L’Asia non è un blocco monolitico. India, Corea del Sud, Giappone, Vietnam… ognuno di questi Paesi ha esigenze, visioni e priorità diverse. L’Italia deve muoversi con intelligenza, evitando visioni semplificate. Con l’India possiamo collaborare nel campo della scienza e della tecnologia; con la Corea del Sud nella creatività digitale e nella sostenibilità urbana. In tutti i casi, la nostra forza sta nella qualità delle nostre relazioni umane, nella credibilità accademica e nella profondità storica del nostro messaggio culturale.
7. Infine, dopo aver lavorato in contesti molto diversi, da Shanghai al Cairo, passando per Bruxelles, come definirebbe la diplomazia del futuro? Che competenze ritiene fondamentali per i giovani diplomatici italiani che si affacciano ora sulla scena globale, soprattutto nell’ambito asiatico?
La diplomazia del futuro sarà empatica, digitale e culturale. I giovani diplomatici devono saper leggere i contesti complessi, essere capaci di ascoltare prima ancora di parlare, conoscere le dinamiche sociali e le narrative simboliche dei Paesi in cui operano. Devono studiare l’Asia non solo dal punto di vista economico, ma anche attraverso la sua letteratura, la sua filosofia, la sua musica. La competenza tecnica è necessaria, ma è la competenza umana che farà la differenza.






Lascia un commento