Il 15 agosto 2025, nelle sale della base militare di Elmendorf-Richardson ad Anchorage, si è consumato uno di quegli incontri che ridefiniscono la grammatica del potere globale. Non per quello che è stato deciso – praticamente nulla – ma per quello che ha rivelato sui rapporti di forza nel mondo post-occidentale. Donald Trump e Vladimir Putin, faccia a faccia per quasi tre ore in un formato ristretto “tre contro tre”, hanno dimostrato, per quanto ci fosse davvero ulteriore bisogno, che la guerra in Ucraina è ormai diventata una variabile di una partita molto più grande: il riordino dell’architettura geopolitica mondiale.

Quello che doveva essere un “esercizio di ascolto”, come l’ha definito la Casa Bianca, si è trasformato in un test di forza tra due leader teoricamente agli antipodi nello scacchiere internazionale. Da una parte Trump, convinto che il pragmatismo americano possa risolvere qualsiasi crisi attraverso quel “the art of the deal” di cui si reputa maestro; dall’altra Putin, determinato a dimostrare che la Russia rimane una potenza globale capace di dettare condizioni, non solo di subirle. Ne è venuto fuori un pareggio tattico, che nasconde però una vittoria strategica netta del Cremlino.

L’Alaska come teatro della storia

La scelta della location non è stata casuale. L’Alaska – terra custode di un passato condiviso tra America e Russia, ma soprattutto situata fuori dalla giurisdizione della Corte penale internazionale che ha spiccato un mandato di arresto contro Putin – ha offerto il palcoscenico perfetto per un incontro che doveva essere simbolico prima che sostanziale. La geografia ha fatto il resto: Anchorage dista 3.400 chilometri da Mosca e 5.500 da Washington, ma soprattutto si trova a migliaia di chilometri dall’Europa, messaggio non troppo subliminale sulla marginalizzazione del Vecchio Continente.

Trump ha potuto presentarsi come l’unico leader occidentale capace di dialogare con il presidente russo, rompendo un tabù che durava dal febbraio 2022. Per Putin, l’invito su suolo americano ha rappresentato il coronamento di una strategia paziente: trasformare la propria posizione da paria internazionale a interlocutore indispensabile, non solo per la fine del conflitto ucraino. Il fatto che sia stato Trump a fare il primo passo – non formalmente, ma sostanzialmente – ha rafforzato la narrativa russa secondo cui l’Occidente ha bisogno di Mosca più di quanto Mosca abbia bisogno dell’Occidente.

Il protocollo ha parlato chiaro: tappeto rosso, strette di mano studiate, linguaggio del corpo calibrato. Nelle foto dell’incontro, Putin appare dominante, Trump disponibile, tanto da riservargli anche un applauso alla sua discesa dall’aereo. Un messaggio ai rispettivi pubblici interni e al mondo: la Russia non è isolata, l’America è pragmatica. Ma soprattutto, un segnale agli alleati europei che gli Stati Uniti sono pronti a negoziare sopra le loro teste.

La vittoria di Putin senza sparare un colpo

Per il Cremlino, Anchorage è stata una vittoria strategica totale. Putin ha infranto il cordone sanitario occidentale che lo circondava dal febbraio 2022, ottenendo legittimazione senza concedere nulla in cambio. Il presidente russo ha dimostrato che il tempo gioca a suo favore: mentre l’Occidente si logora nel sostenere Kiev, Mosca consolida le sue posizioni militari e diplomatiche.

Ma il vero colpo messo a segno da Putin è stato trasformare la propria debolezza in forza. Sottoposto a mandato di arresto internazionale, isolato diplomaticamente dall’Occidente, colpito da sanzioni senza precedenti, il presidente russo ha saputo aspettare che fosse l’America a fare il primo passo. Quando Trump ha proposto l’incontro, Putin ha potuto dettare le condizioni: territorio di confine, formato bilaterale, agenda aperta. Ha ottenuto tutto quello che voleva senza muovere un dito.

La portavoce del ministero della Difesa russo Maria Zakharova ha potuto schernire “l’isteria” occidentale sull’isolamento russo, mentre i media di Stato celebravano il “fallimento” delle sanzioni. Ma oltre alla propaganda, c’è una realtà geopolitica incontrovertibile: Putin ha trasformato un incontro esplorativo in una rivincita storica, dimostrando che la Russia rimane una potenza con cui fare i conti. Il messaggio è arrivato forte e chiaro a Pechino, dove Xi Jinping ha seguito con interesse il riavvicinamento russo-americano senza mostrare particolare preoccupazione: sa che Putin non abbandonerà “l’amicizia senza limiti” sino-russa per una vaga promessa americana. Il presidente russo ha anche dimostrato di aver imparato la lezione degli anni Novanta, quando la Russia si fidò delle promesse occidentali e si ritrovò accerchiata dalla NATO. Questa volta ha preferito incassare il prestigio diplomatico senza impegnarsi su nulla di concreto.

Il mediatore Trump e il sogno dell’«America First»

Trump ha giocato la carta del mediatore globale, posizionandosi come l’unico leader capace di parlare a tutti. L’incontro con Putin, seguito dalle telefonate con il presidente ucraino Zelensky e i leader europei – Giorgia Meloni e Ursula von der Leyen in primis – ha rafforzato la sua narrativa di dealmaker internazionale. La lettera della moglie Melania sui bambini ucraini deportati ha aggiunto il tocco umanitario necessario per ammorbidire l’impatto mediatico di un incontro altrimenti ancora più sbilanciato in favore della Russia.

Il presidente americano ha saputo gestire abilmente le critiche interne. Quando il leader democratico Chuck Schumer ha bollato il vertice come “teatro”, Trump ha risposto che “il teatro è meglio della guerra”. Una frase che riassume perfettamente la sua filosofia: preferire il pragmatismo all’ideologia, il dialogo alla confrontazione, anche a costo di apparire cinico. Per Trump, incontrare Putin non significa legittimare la Russia, ma riconoscere che senza Mosca al tavolo non si risolve nulla.

Ma dietro la retorica si nasconde un calcolo più profondo e strategicamente fondato. Trump sa che per contenere la Cina – vera priorità della sua presidenza e ossessione della sua élite di sicurezza nazionale – deve prima chiudere il dossier ucraino. Non può permettersi di combattere su due fronti, soprattutto quando Pechino e Mosca hanno stretto una partnership “senza limiti” che complica qualsiasi strategia di containment.

L’America trumpiana non vuole più essere il poliziotto del mondo, ma nemmeno può permettere che altri diventino egemoni regionali. Il vertice di Anchorage è quindi il primo tassello di una strategia più ampia: dividere l’asse sino-russo per concentrare le risorse americane nell’Indo-Pacifico, dove si gioca davvero il futuro dell’ordine mondiale. Trump sta provando a ripetere la mossa di Nixon e Kissinger negli anni Settanta, quando riuscirono a separare Cina e Unione Sovietica. La differenza è che oggi i rapporti di forza sono invertiti: allora la Cina era lo junior partner, oggi è la Russia ad aver bisogno di alleati.

L’Europa spettatrice della propria storia

Il vero sconfitto di Anchorage è l’Europa. L’assenza di leader europei dal vertice ha certificato il loro ruolo marginale nella risoluzione del conflitto ucraino. Mentre Bruxelles convocava riunioni d’emergenza del Consiglio e del Coreper ed esprimeva “profonda preoccupazione” attraverso sterili comunicati stampa, Washington e Mosca decidevano il futuro del continente senza nemmeno consultarlo.

L’esclusione di Zelensky ha reso ancora più evidente questa emarginazione strutturale.

L’Ucraina, sostenuta finanziariamente e militarmente dall’Europa per decine di miliardi di euro, si trova paradossalmente più vicina agli Stati Uniti che ai suoi vicini continentali. Un paradosso che rivela la debolezza congenita dell’Unione Europea: capace di pagare, incapace di decidere; capace di sanzionare, incapace di negoziare.

Il messaggio implicito del vertice è brutale: l’Europa può essere consultata, non coinvolta. Può finanziare la ricostruzione, non decidere la pace. Giorgia Meloni e Ursula von der Leyen hanno ricevuto una telefonata di cortesia da Trump, non un invito a partecipare ai negoziati. La differenza sembra sottile, ma è abissale.

Questo sviluppo rappresenta il culmine di un processo iniziato con l’amministrazione Obama e accelerato da Trump: la marginalizzazione dell’Europa nelle crisi che la riguardano direttamente. È successo in Medio Oriente, sta succedendo nei Balcani, ora accade anche in Ucraina. L’Europa scopre di essere diventata spettatrice della propria storia, e la cosa più inquietante è che sembra averlo accettato senza troppa resistenza, come dimostra anche il recente accordo sui dazi.

La scelta simbolica dell’Alaska ha un preciso significato geopolitico: un luogo che non appartiene né all’Europa né all’Asia, ma che guarda verso entrambe. Un messaggio chiaro che il futuro si decide altrove, in spazi che l’Europa non controlla e dove la sua influenza è marginale. Il secolo atlantico è finito, e quello pacifico è appena iniziato.

Il triangolo impossible: America, Russia, Cina

Il vertice ha messo in luce la complessità del nuovo ordine mondiale e l’emergere di quello che gli analisti geopolitici chiamano il “triangolo strategico” del XXI secolo. Trump vorrebbe attrarre la Russia in una posizione più neutrale rispetto alla Cina, ripetendo la strategia kissingeriana degli anni Settanta quando Washington riuscì a dividere Mosca e Pechino. Ma Putin non è Mao, e soprattutto la Russia del 2025 non è la Cina del 1972.

Il presidente russo ha costruito con Xi Jinping un’alleanza che va ben oltre la convenienza tattica. I due leader condividono una visione del mondo: l’ordine occidentale deve essere sostituito da un sistema multipolare dove le grandi potenze si spartiscono le zone di influenza senza interferenze democratiche. La partnership russo-cinese non è solo militare ed economica, è ideologica e generazionale.

Putin si vede come leader di una grande potenza, non come junior partner nell’orbita americana. L’idea di essere usato contro Pechino lo irriterebbe profondamente, soprattutto dopo anni di isolamento occidentale che hanno reso la Cina il suo principale partner strategico, mercato di sbocco e fonte di tecnologie avanzate. Xi Jinping ha investito troppo nella Russia per lasciare che Trump se la porti via con qualche concessione.

Ma c’è un elemento che complica ulteriormente il quadro: la Russia ha bisogno della Cina più di quanto la Cina abbia bisogno della Russia. Pechino è il motore economico dell’alleanza, Mosca il fornitore di materie prime e stabilità militare. Putin sa di non poter permettersi di perdere l’appoggio cinese, ma sa anche che dipendere esclusivamente da Pechino lo trasformerebbe in un vassallo. Trump dovrà offrire molto di più di vaghe promesse e allentamento delle sanzioni per convincere Putin a cambiare campo.

Il triangolo America-Russia-Cina non è equilatero: è un gioco a somma zero dove ogni mossa di un attore influenza gli altri due. Trump spera di ripristinare il vecchio equilibrio dove l’America era il fulcro, ma deve fare i conti con due potenze che hanno imparato a cooperare contro l’egemonia americana.

Il tempo gioca per Mosca

La situazione militare in Ucraina conferisce a Putin un vantaggio negoziale crescente che influenza pesantemente la dinamica diplomatica. I progressi russi intorno a Pokrovsk, la stanchezza sempre più evidente dell’esercito ucraino dopo quasi quattro anni di guerra ad alta intensità, il logoramento delle società occidentali di fronte a costi crescenti e risultati incerti: tutto spinge verso una soluzione che non potrà ignorare le rivendicazioni di Mosca.

Putin può permettersi di prolungare i negoziati perché ogni mese che passa rafforza la sua posizione. Le forze armate russe hanno imparato a combattere una guerra moderna, l’economia ha assorbito l’urto delle sanzioni, la società ha accettato lo stato di mobilitazione permanente. La Russia del 2025 è più forte militarmente e più coesa internamente di quella del febbraio 2022, un paradosso che dimostra come le crisi possano temprare invece di indebolire.

Trump, al contrario, ha fretta di chiudere il dossier ucraino. La sua base elettorale è sempre più insofferente verso gli aiuti a Kiev, il Congresso inizia a mettere in discussione i finanziamenti, l’opinione pubblica americana si concentra sui problemi interni. Soprattutto, il presidente americano sa che ogni dollaro speso in Ucraina è un dollaro sottratto alla competizione con la Cina nell’Indo-Pacifico.

Questa asimmetria temporale è cruciale e Putin la sfrutta abilmente. Il presidente russo può aspettare, Trump no. Putin può permettersi di alzare continuamente il prezzo della pace, Trump deve accettarlo o rischiare di perdere credibilità. È una dinamica che favorisce sistematicamente chi non ha fretta, e in questo momento Putin ha tutti i vantaggi per andare piano.

Il rischio concreto è che i negoziati si trascinino per mesi, con Mosca ad alzare progressivamente la posta: prima il riconoscimento dei territori occupati, poi garanzie di neutralità per l’Ucraina, infine concessioni su NATO e armamenti. Putin sa che il tempo lavora per lui, e sembra lo stia sfruttando con pazienza.

Verso i colloqui trilaterali?

L’incontro Trump-Zelensky del 18 agosto a Washington sarà il banco di prova della strategia americana e il momento di verità per capire se Anchorage è stato l’inizio di un processo di pace o solo un’operazione di immagine. Senza il coinvolgimento attivo di Kiev, qualsiasi accordo resterà lettera morta, come ha già chiarito il presidente ucraino ribadendo che decisioni prese senza l’Ucraina saranno “contro la pace”.

Zelensky si trova in una posizione delicatissima: non può accettare decisioni prese sopra la sua testa, ma sa anche di dipendere dal sostegno americano per la sopravvivenza del suo paese. Il presidente ucraino ha già fatto sapere di voler organizzare un vertice trilaterale che coinvolga anche Putin, ma le condizioni per questo incontro rimangono poco chiare. Trump dovrà convincerlo che qualsiasi concessione alla Russia servirà a salvare quello che resta dell’Ucraina, non a sacrificarla sull’altare del realismo geopolitico.

La vera sfida diplomatica sarà organizzare un format trilaterale che non si trasformi in un diktat russo-americano ai danni di Kiev. Trump dovrà bilanciare le pressioni di Putin – che ha già mostrato di saper aspettare e alzare la posta – con le esigenze minime di Zelensky per mantenere la legittimità interna e internazionale. Una quadratura del cerchio che richiederà tutta la sua autocelebrata abilità di negoziatore.

L’invito di Putin a Trump per una visita a Mosca – lanciato durante la conferenza stampa al termine del vertice di Anchorage – aggiunge un ulteriore elemento di complessità. Se il presidente americano accettasse, segnerebbe un’ulteriore vittoria simbolica per il Cremlino e un’umiliazione per l’Europa. Ma soprattutto creerebbe un precedente: l’invasione di un paese europeo finisce con l’ospitare il presidente americano nella propria capitale.

I prossimi mesi determineranno se Trump riuscirà nella sua scommessa geopolitica più ambiziosa: trasformare la guerra ucraina da sconfitta occidentale a vittoria americana, convincendo Putin a staccarsi – almeno parzialmente – dalla Cina in cambio di concessioni sull’Ucraina e nuovi accordi economici. Un’impresa diplomatica che richiederebbe acume politico e fortuna storica in dosi massicce.

Il nuovo Grande Gioco

Anchorage ha dimostrato una volta di più che la guerra ucraina è diventata una pedina del nuovo Grande Gioco tra superpotenze. Non si tratta più solo di territori o principi, ma di ridefinire l’ordine globale post-occidentale. Putin ha mostrato che la Russia conta ancora, Trump che l’America può essere pragmatica, l’Europa che rischia l’irrilevanza.

Il vertice non ha portato la pace, ma ha chiarito le regole del gioco futuro. In un mondo sempre più multipolare, il dialogo diretto tra grandi potenze torna centrale, anche a costo di marginalizzare alleati e principi.

Anchorage potrebbe essere ricordata come il momento in cui il XXI secolo ha trovato la sua grammatica geopolitica: più realista, meno ideologica, decisamente post-occidentale.

Lungi da essere un incontro risolutivo, il vertice in Alaska ci dice che la partita è appena iniziata, e l’Europa rischia di guardarla solo dalla tribuna.

Lascia un commento

In voga