Nell’ormai remoto 7 maggio 2025, la Cappella Sistina è tornata ad essere il cuore pulsante della Chiesa cattolica da teatro del settantaseiesimo Conclave della storia. I cardinali elettori, provenienti da tutti i continenti, si sono ritirati “cum clave” – chiusi a chiave – per eleggere il nuovo Pontefice, Papa Leone XIV. Un rito che affonda le sue radici in una lunga e affascinante storia fatta di tradizioni, riforme, tensioni politiche e spiritualità. La Storia di oggi nasce proprio da tale evento, non limitandosi a riflettere solo sulla ritualità papale inerente al Conclave, ma, in generale, sui cerimoniali di corte pontifici[1].
Origini antiche: l’elezione del Vescovo di Roma
Nei primi secoli del cristianesimo, l’elezione del Papa, ossia del Vescovo di Roma, non avveniva nel modo solenne e regolamentato che conosciamo oggi. Era la comunità cristiana di Roma, con il clero in prima linea, a designare il successore di Pietro. La scelta poteva avvenire anche per acclamazione, a volte persino su indicazione del predecessore[2]. È il caso, ad esempio, di Papa Lino, che la tradizione vuole indicato da Pietro stesso. Tuttavia, fin dai tempi antichi, questa libertà d’elezione si trovò a fare i conti con pressioni esterne: imperatori bizantini, nobiltà romana, dinastie germaniche e famiglie aristocratiche influenti cercarono di controllare la scelta del capo della cristianità, a volte riuscendo a imporre antipapi o candidati di comodo[3]. Fino all’XI secolo, dunque, la storia dei papi fu segnata da periodi di forte instabilità.
Le riforme dell’XI e XII secolo
Fino al 1058 l’elezione del papa, vertice della Chiesa cattolica, non seguì un protocollo fisso o un meccanismo istituzionale chiaro e stabile. Fu un processo dinamico, talvolta tumultuoso, influenzato da molteplici forze – dal clero romano, alla nobiltà locale, fino ai sovrani europei, con l’Impero carolingio e poi quello germanico in prima linea[4].
Nei secoli immediatamente successivi alla fondazione del cristianesimo, l’elezione del papa avveniva per acclamazione, cioè per consenso unanime espresso dalla comunità cristiana, spesso riunita nella basilica patriarcale. Questo processo rifletteva la natura comunitaria delle prime comunità cristiane, dove il carisma spirituale e l’autorità morale del candidato giocavano un ruolo centrale. Questo metodo rimase in uso fino a Stefano IV (816–817)[5]. Alla sua morte, infatti, la paura di interferenze esterne – in particolare dell’Impero carolingio – spinse il clero romano a eleggere Pasquale I in meno di ventiquattro ore. L’urgenza rifletteva già un cambiamento: si stava passando da un’elezione comunitaria a una più centralizzata, condotta dal clero urbano, con l’intento di proteggere la Chiesa romana da pressioni esterne. L’elezione di Eugenio II (824) segna una svolta decisiva[6]. Per la prima volta, il potere imperiale intervenne ufficialmente e apertamente nell’elezione papale, con il sostegno di Wala, consigliere di Ludovico il Pio. La nomina avvenne mentre Roma era attraversata da conflitti tra fazioni aristocratiche e popolari. L’imperatore, preoccupato per la stabilità dell’Urbe e dei territori pontifici, inviò suo figlio Lotario per garantire l’ordine e legittimare l’elezione. Nasce così la Constitutio Romana (824)[7], che sanciva l’obbligo di approvazione imperiale per ogni papa eletto. Questo intervento istituzionale trasformava l’elezione papale in un atto politico-diplomatico, sancito formalmente dall’Impero. Le successive elezioni confermarono tale meccanismo. Papa Gregorio IV (827) poté essere consacrato solo dopo il giuramento di fedeltà all’imperatore e l’approvazione del legato imperiale[8]. Tuttavia, le tensioni fra clero, popolo e aristocrazia romana non cessarono, e in alcuni casi, come per Sergio II (844)[9], il papa fu eletto e consacrato senza attendere il consenso imperiale, provocando una dura reazione dell’Impero. Tra IX e X secolo, l’elezione papale divenne spesso terreno di scontro tra potenti famiglie nobiliari romane, come i Crescenzi e i Tuscolani, e l’autorità imperiale. L’imperatore tedesco, da Ottone I in poi, tentò di esercitare un controllo più stabile sulla Chiesa, considerandola un’istituzione centrale nel disegno del Sacro Romano Impero. Nasce così il Privilegium Ottonianum, con cui l’imperatore si riservava il diritto di approvazione dell’elezione pontificia. Nel frattempo, il collegio cardinalizio cominciava a emergere come corpo elettorale privilegiato, anche se la sua composizione e ruolo erano ancora lontani dalla formalizzazione moderna. Fino al 1059 non esisteva una procedura uniforme per eleggere un papa, e le modalità variavano a seconda del contesto politico e sociale. Le elezioni di papi come Giovanni XII (955), un giovane laico di nobili origini, o di Benedetto IX, eletto e deposto più volte nel caos dell’XI secolo, mostrano quanto la figura del pontefice fosse ancora ostaggio delle lotte aristocratiche e imperiali[10]. La pratica della simonia (vendita delle cariche ecclesiastiche) e la debolezza morale di molti papi accrebbero la necessità di una riforma. Alla metà dell’XI secolo, l’anarchia dell’elezione papale era diventata insostenibile. Dopo una fase convulsa che vide tre papi (Silvestro III, Benedetto IX, Gregorio VI) alternarsi o sovrapporsi sul trono di Pietro, fu l’imperatore Enrico III a intervenire con decisione, facendo eleggere una serie di papi tedeschi riformatori (tra cui Leone IX e Vittore II) con il chiaro obiettivo di moralizzare e germanizzare la Chiesa[11]. Questo lungo ciclo di ingerenze e manipolazioni portò infine all’intervento di Ildebrando di Soana, futuro papa Gregorio VII, che fu l’artefice della riforma gregoriana. Già nel 1059, sotto papa Niccolò II[12], si celebrò un concilio cruciale che produsse il decreto In Nomine Domini, il quale stabiliva che solo i cardinali vescovi avessero il potere di eleggere il papa, limitando così l’intervento dell’Impero e delle fazioni nobiliari. Nonostante queste riforme, per secoli ancora i sovrani tentarono di influenzare le elezioni pontificie. Nacque così la figura del “cardinale della corona”, ovvero un rappresentante diretto di una monarchia europea che, durante il conclave, esercitava il diritto di veto laicale per bloccare l’elezione di un candidato sgradito. Questo potere fu esercitato più volte nella storia, ma fu infine abolito da papa Pio X nel 1903, proprio a seguito del veto posto dall’imperatore Francesco Giuseppe d’Austria contro il cardinale Mariano Rampolla, il candidato favorito. Il nuovo papa, Giuseppe Sarto, divenuto Pio X, pose così fine a un lungo e controverso capitolo della storia delle elezioni pontificie[13]. Si stabilì che solo i cardinali, in particolare i cardinali vescovi, avessero diritto di voto. La decisione nasceva dall’esigenza di sottrarre l’elezione alle influenze laiche e di restituirla a una dimensione più spirituale e interna alla Chiesa. Nel 1179, con il terzo Concilio Lateranense, Papa Alessandro III completò la riforma: con la costituzione[14] Licet de vitanda discordia venne sancito che l’elezione papale dovesse avvenire con una maggioranza qualificata dei due terzi del Collegio cardinalizio. Questo principio, nonostante numerose modifiche nei secoli, è rimasto uno dei cardini del Conclave fino ai giorni nostri.
Il lungo Conclave di Viterbo: nascita del Conclave moderno
Il passaggio definitivo a un’elezione “cum clave” avvenne nel XIII secolo. Dopo la morte di Papa Clemente IV nel 1268, i cardinali si riunirono a Viterbo per eleggere il suo successore. I lavori si protrassero per quasi tre anni – due anni, nove mesi e due giorni – a causa di divisioni profonde tra i cardinali. Esasperata, la popolazione locale murò le porte del Palazzo papale, rimosse parte del tetto e impose ai cardinali pane e acqua. Finalmente, nel 1271, venne eletto Gregorio X[15]. Tre anni dopo, nel 1274, durante il Concilio di Lione II, il neo Papa promulgò la costituzione apostolica Ubi periculum, che istituì formalmente il Conclave. I cardinali dovevano essere rinchiusi, privati di ogni comunicazione col mondo esterno, e sottoposti a restrizioni alimentari via via più severe, per indurre una rapida decisione. Il primo Conclave regolato da queste norme fu quello di Arezzo nel 1276, che elesse Papa Innocenzo V[16].
Dal Medioevo all’Età moderna
Nel corso dei secoli, i Conclavi continuarono a evolversi. Le ingerenze delle potenze europee – come il famoso jus exclusivae con cui un sovrano poteva porre il veto su un candidato – furono permesse fino al XX secolo. Nel 1903, durante il Conclave che doveva eleggere il successore di Leone XIII, l’imperatore d’Austria si oppose al cardinale Rampolla. L’episodio provocò la reazione del neoeletto Pio X, che abolì per sempre il diritto di veto con la costituzione Commissum Nobis. Nel 1621, Gregorio XV introdusse il voto segreto e scritto con le costituzioni Aeterni Patris Filius e Decet Romanum Pontificem. Le modalità del Conclave iniziarono così ad assumere l’aspetto attuale, con una progressiva enfasi sul segreto, sulla formalità e sul discernimento spirituale[17].
Il Conclave nella Chiesa contemporanea
Dopo la Seconda guerra mondiale, Pio XII nel 1945 con la costituzione Vacantis Apostolicae Sedis disciplinò la gestione della sede vacante, stabilendo che tutti gli incarichi cessano, salvo alcune eccezioni, tra cui il camerlengo. Paolo VI, nel 1970, con la lettera apostolica Ingravescentem Aetatem, escluse i cardinali ultraottantenni dal diritto di voto, misura mantenuta da tutti i suoi successori. L’attuale normativa di riferimento è la costituzione apostolica Universi Dominici Gregis, promulgata da Giovanni Paolo II nel 1996. Essa stabilisce che il Conclave debba tenersi nella Cappella Sistina e che l’elezione avvenga con la maggioranza di due terzi, anche nei ballottaggi successivi. Benedetto XVI, nel 2013, introdusse modifiche con il Motu Proprio De Aliquibus Mutationibus, per chiarire le procedure in caso di stallo prolungato.
La Cappella Sistina: il luogo della scelta
La scelta della Cappella Sistina non è solo logistica. È un luogo simbolico, dominato dal Giudizio Universale di Michelangelo, che osserva dall’alto i cardinali riuniti in preghiera, discernimento e voto. Qui i porporati entreranno il 7 maggio 2025 per eleggere il nuovo Papa, nella più totale clausura e segretezza. La liturgia d’apertura, la Missa pro eligendo Romano Pontifice, sarà seguita dalla processione verso la Sistina, dove risuonerà il comando Extra omnes! – fuori tutti! – pronunciato dal maestro delle cerimonie. A quel punto, le porte si chiuderanno: il mondo potrà solo attendere[18].
Il giuramento e l’extra omnes
Giunti nel coro della Cappella Sistina, i cardinali elettori danno inizio solenne al conclave con un rito che sottolinea la sacralità e la responsabilità dell’elezione del nuovo pontefice. Il cardinale decano — o, in sua assenza, secondo l’ordine di precedenza, il vice decano o il cardinale elettore più anziano — pronuncia per conto di tutti i presenti un giuramento collettivo, riportato integralmente in latino e italiano, con cui i cardinali si obbligano a osservare rigorosamente la costituzione apostolica Universi Dominici Gregis promulgata da Giovanni Paolo II nel 1996[19]. Questo giuramento include il rispetto delle norme previste per l’elezione del papa, la promessa di fedeltà al futuro eletto, la tutela della libertà della Santa Sede e, soprattutto, l’obbligo assoluto del segreto riguardo a ogni fase del conclave. L’invito a non permettere interferenze di autorità esterne o di altri soggetti nell’elezione sottolinea il carattere esclusivamente spirituale e interno al collegio cardinalizio del processo. Successivamente, ogni cardinale si reca individualmente all’Evangeliario aperto, posto al centro della cappella, per pronunciare il proprio giuramento personale. Dopo aver letto la formula “Ed io N. Cardinale N. prometto, mi obbligo e giuro”, poggia la mano sui Vangeli e conclude con le parole: “Così Dio mi aiuti e questi Santi Evangeli che tocco con la mia mano.” Una volta conclusi tutti i giuramenti, il maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie pronuncia la formula latina “Extra omnes” (“Fuori tutti”). Con questa dichiarazione, tutti coloro che non sono direttamente coinvolti nel conclave — eccetto l’ecclesiastico incaricato dell’ultima meditazione e lo stesso maestro delle celebrazioni — devono lasciare la Cappella Sistina. La porta viene quindi chiusa a chiave dall’interno, marcando l’inizio effettivo della clausura.
La meditazione e il silenzio
L’ecclesiastico rimasto in cappella tiene un breve discorso di riflessione spirituale ai cardinali, offrendo spunti su come discernere la volontà divina nel delicato compito dell’elezione. Si sottolinea il bisogno di scegliere un uomo che possieda virtù spirituali, intelligenza pastorale e capacità di guida, qualità essenziali per il ruolo di Sommo Pontefice. Dopo la meditazione, anche questo ecclesiastico lascia la Cappella, accompagnato dal maestro delle celebrazioni. A questo punto ha inizio un periodo di preghiera e raccoglimento[20]. Prima che i cardinali procedano con il voto, il cardinale decano può chiedere se vi siano dubbi riguardo alle procedure. Eventuali questioni vengono chiarite prima che si dia inizio alle operazioni di voto.
Norme di clausura e riservatezza
La rigida clausura è una delle caratteristiche fondamentali del conclave. Ai cardinali è severamente proibito comunicare con l’esterno o ricevere informazioni. Non è consentito l’uso di telefoni, televisori, radio, computer o giornali. Chi assiste ai cardinali per ragioni sanitarie deve essere stato preventivamente approvato e sottoposto alle stesse norme di riservatezza. Per garantire l’inviolabilità del segreto, sono ammesse solo alcune figure esterne per esigenze logistiche: tra queste, il segretario del collegio cardinalizio, alcuni cerimonieri e assistenti liturgici, tutti controllati dal camerlengo e dai cardinali assistenti pro tempore. La violazione del segreto da parte di qualsiasi persona ammessa al conclave comporta la scomunica latae sententiae, cioè automatica, senza bisogno di dichiarazione ufficiale. A partire dal conclave del 2005 sono stati utilizzati dispositivi elettronici di sorveglianza e schermature antintercettazione per impedire qualsiasi tipo di intrusione tecnologica. Persino gli spostamenti tra la Domus Sanctae Marthae e la Cappella Sistina sono gestiti con discrezione assoluta, per evitare contatti esterni. Durante il Conclave, la comunicazione avviene tramite le fumate che salgono dal comignolo della Cappella Sistina: nere per votazioni inconcludenti, bianche quando un Papa è stato eletto[21]. Dal 1914, per garantire chiarezza visiva, si usano agenti chimici per rendere i fumi più distinguibili. Le fumate sono diventate uno dei momenti più carichi di attesa dell’intero processo, un simbolo universale dell’attesa e della speranza.
Altra ritualità pontificia nella storia
La ritualità pontificia non si esaurisce però al solo Conclave, non bisogna dimenticare che quella pontificia è una corte, esattamente come le altre corti europee. La dialettica rituale sacro-politica appare, agli occhi di uno studioso esperto, come sottolineato anche da E. Burke in I sovrani pontefici: il rituale papale nella prima età moderna, e da M. A. Visceglia in La città rituale: Roma e le sue cerimonie in età moderna, straordinariamente e sorprendentemente complessa. La complessità di tali rituali è principalmente dovuta al fatto che nella corte papalina, in piena età moderna, si mescolavano e amalgamavano tra loro le due declinazioni del potere papale: quella spirituale e quella temporale. Tale dicotomia rendeva la ritualità della corte papalina estremamente più complessa di quella di tutte le altre corti europee ad essa coeve. Il cerimoniale regolava le feste religiose, quelle scandite lungo l’anno dal calendario liturgico, ma anche eventi di ricorrenza meno ciclica come le proclamazioni dei santi. La parte fondamentale della ritualità papalina era però costituita dalle grandi occasioni legate alla persona stessa del pontefice, l’elezione, l’incoronazione, il possesso e le esequie. Inoltre durante la prima età moderna assunse grande importanza il cerimoniale più strettamente politico, legato ai ricevimenti di ambasciatori e principi o re, e al conferimento di onori e cariche nobiliari. Durante l’età moderna si mise in pratica, presso la corte papale, ciò che nel corso del Medioevo era stato solamente teorizzato: la supremazia del potere papale e la sua preminenza.
Uno degli eventi, che senza dubbio, ci dimostra la magnificenza del cerimoniale papalino, è costituito dal ricevimento che organizzò, il 5 marzo 1570, papa Pio V, contro il volere imperiale, per conferire il titolo di granduca a Cosimo de’ Medici. L’evento venne organizzato dando attenzione ad ogni minuzia e particolare. Il giorno scelto fu la quarta domenica di Quaresima, il giorno del Laetare, della rosa d’oro, giorno di grandi celebrazioni e conferimenti. Il giorno della rosa d’oro nella simbologia medioevale rappresentava la purificazione e l’accostamento della figura del papa a quella del cristo risorto. Il cerimoniale seguì la struttura rituale della rosa: Cosimo vestito di velluto cremesino fu introdotto da Marco Antonio Colonna e Giordano Orsini, i due nobili più potenti di Roma, seguiti a loro volta da altri nobili romani e cardinali. Poi fece il suo ingresso il pontefice che subito benedì la rosa tenuta in mano da un chierico. Subito dopo venne celebrata la messa e nel mezzo della funzione avvenne l’evento principale, l’incoronazione di Cosimo. Giunse poi il momento principale dell’incoronazione, Cosimo dopo aver ricevuto l’unzione, baciò i piedi del papa e lesse il giuramento al papa e alla Chiesa. La cerimonia si concluse con l’incoronazione vera e propria di Cosimo de’ Medici.
Questo è solo uno, dei tanti esempi, che potremmo citare, di ritualità pontificia con fine strettamente politico. La complessità di tali rituali è data proprio dal non voler discernere i due poteri, quello temporale e quello spirituale, utilizzando anzi il secondo come giustificazione estrinseca del primo. Il cerimoniale di corte in quest’ottica diviene un avvicinamento quasi metafisico a Dio, oltre che una giustificazione e legittimazione del potere terreno del pontefice. Nel rito il pontefice diviene specchio di Cristo in terra ed è proprio questa autorità extraterrena che legittima le sue investiture, il suo conferimento di potere.
Un cambiamento epocale nella ritualità papalina, come individuato da Bruke, nel volume precedentemente citato, avvenne alla fine del Quattrocento. Nel 1487 Agostino Patrizi e Giovanni Burcardo ricevono dal Pontefice otto libri antichi inerenti al cerimoniale con le istruzioni per la compilazione del nuovo libro, si tratta del famoso cerimoniale romano consegnato a Innocenzo VIII nel 1488 e dato alle stampe la prima volta a Venezia nel 1516 da Cristoforo Marcello[22]. Su tale base nel corso dell’Età moderna si andò a sviluppare il cerimoniale di corte più complesso d’Europa. Tale cerimoniale nella sua multiforme e complessa articolazione era un sistema unitario, vi era però una netta distinzione, che crebbe nel corso dell’Età moderna, tra sfera religiosa e liturgica, e il cerimoniale di corte che regolamentava, in modo sempre più analitico e minuzioso, da un lato le modalità dell’accoglienza riservata a rappresentanti politici e agenti diplomatici, dall’altro i codici di comportamento dell’élite curiale nella sua struttura gerarchica. La delicata materia dei diritti di precedenza si situava trasversalmente tra le due sfere, religiosa e politica, divenendo nel XVII secolo, come nelle altre corti europee, un settore centrale del sapere cerimoniale[23].
Ritualità scomparse
Forse la più nota di queste è quella legata alla Sedia papalina. Questa è stata per secoli uno dei simboli più evidenti della solennità del papato e della sua visibilità pubblica. Si trattava di una poltrona rialzata e ornata, dotata di stanghe laterali inserite in appositi anelli, che consentivano a un gruppo di sediari pontifici di trasportarla a spalla. Questa particolare forma di trasporto non aveva solo una funzione pratica, ma anche fortemente simbolica: permetteva al Pontefice di essere elevato fisicamente sopra la folla, sottolineando la sua centralità spirituale e liturgica, e la sua autorità visibile nel corpo della Chiesa. L’origine della sedia gestatoria affonda nelle antiche tradizioni dei troni mobili. Le prime testimonianze di sovrani trasportati in trono risalgono addirittura all’antico Egitto: la più antica raffigurazione è quella di un faraone portato a spalla durante la cerimonia di Heb-Sed, evento celebrativo del trentesimo anniversario di regno. In ambito cristiano e pontificio, si ritiene che la tradizione possa risalire all’Impero bizantino, dove l’imperatore veniva trasportato in modo analogo. Un’altra possibile radice simbolica si trova nell’uso della sedia curulis romana, il trono dei consoli, impiegata nei cortei attraverso la città. Una delle prime menzioni esplicite nella cristianità si trova negli scritti di Magno Felice Ennodio, vescovo di Pavia, che nella sua Apologia pro Synodo menziona una “gestatoriam sellam apostolicae confessionis”, ritenuta da molti la Cattedra di San Pietro, oggi custodita nella basilica omonima a Roma[24].
Nel corso dei secoli, la sedia gestatoria ha avuto diversi impieghi, quasi tutti legati a cerimonie solenni o momenti in cui la visibilità del Papa era fondamentale. Sotto la supervisione del Foriere maggiore, veniva usata principalmente per:
- Incoronazioni papali, almeno a partire dal XVI secolo, fino all’abolizione del rito.
- Entrate solenni nella Basilica di San Pietro o in occasione di grandi liturgie pubbliche.
- Concistori pubblici, in cui il Papa riceveva cardinali, ambasciatori e fedeli.
Oltre a queste cerimonie solenni, la sedia veniva usata anche in udienze o incontri meno formali, spesso senza gli elementi accessori come flabelli (ventagli cerimoniali) o il baldacchino.
Esistevano anche varianti della sedia, tra cui il talamo usato nelle processioni del Corpus Domini, dove il Papa veniva rappresentato in adorazione e portato in processione con un ostensorio. Un altro derivato è il cataletto, un supporto portatile su cui ancora oggi viene trasportata la salma del Papa defunto.
L’oggetto rappresenta un passato cerimoniale fatto di segni, costumi, liturgie solenni e di una concezione del papato in cui la figura del Pontefice era avvolta da sacralità, potere e spettacolarità visiva. La sua dismissione riflette un cambio di paradigma nella Chiesa post-conciliare, orientata verso una maggiore sobrietà e una visione più pastorale della missione papale.
[1] Per tale lavoro risultano fondamentali le pubblicazioni di Maria Antonietta Visceglia.
[2] L’Elezione dei Papi e l’Istituzione del Conclave: Origine, Evoluzione e Significato Storico, in Il pensiero mediterraneo, 28/04/2025, https://www.ilpensieromediterraneo.it/lelezione-dei-papi-e-listituzione-del-conclave-origine-evoluzione-e-significato-storico/
[3] A. Palavicini Bagliani – M. A. Visceglia, Il Conclave. Continuità e mutamenti dal Medioevo a oggi, Roma, Viella, 2018, pp. 34-38.
[4] A. Melloni, Il conclave. Storia dell’elezione del Papa, Bologna, Il Mulino, 2005, pp. 27-31.
[5] D. Guaiti, Tra acclamazioni, dieta stretta e saccheggi, com’è cambiato il Conclave nel corso dei secoli, in Wired, 27/04/2025, https://www.wired.it/article/storia-del-conclave-elezione-papa-regole-modalita-tradizioni/
[6] C. Rendina, I Papi. Storia e segreti, Roma, Newton & Compton, 1983, p.44.
[7] A. Palavicini Bagliani – M. A. Visceglia, Il Conclave. Continuità e mutamenti dal Medioevo a oggi, Roma, Viella, 2018, pp. 46-47.
[8] J. N.D. Kelly, Gran Dizionario Illustrato dei Papi, Casale Monferrato, Edizioni Piemme S.p.A., 1989, p. 54.
[9] Rudolfi fuldensis annales, in Monumenta Germaniae Historica, vol. 1, Monumenta Germaniae Historica.
[10] B. Sacchi, Le vite de’ Sommi Pontefici di Bartolomeo Platina cremonese, Venezia, Gio: Maria Turrini-Gio: Pietro Brigonci, 1663.
[11] A. Palavicini Bagliani – M. A. Visceglia, Il Conclave. Continuità e mutamenti dal Medioevo a oggi, Roma, Viella, 2018, p. 55.
[12] Treccani: https://www.treccani.it/enciclopedia/niccolo-ii_(Enciclopedia-dei-Papi)/
[13] A. Palavicini Bagliani – M. A. Visceglia, Il Conclave. Continuità e mutamenti dal Medioevo a oggi, Roma, Viella, 2018, p. 62.
[14] L. Fusai, Mille anni di storia attraverso le vicende della famiglia Cerretani Bandinelli Paparoni, ETS Editore, 2010, p. 34.
[15] A. Palavicini Bagliani – M. A. Visceglia, Il Conclave. Continuità e mutamenti dal Medioevo a oggi, Roma, Viella, 2018, pp. 82-90.
[16] P. Vian, Innocenzo V, beato in Enciclopedia dei Papi, Treccani.it on-line, 2000.
[17] M. A. Visceglia, Morte e elezione del Papa: norme, riti e conflitti: l’età moderna, Roma, Viella, 2013, p. 76, si veda anche l’introduzione.
[18] A. Lomonaco, Conclave, una storia tra Medioevo e futuro, in Vatican News, 29/04/2025, https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2025-04/conclave-storia-elezione-pontefice.html
[19] D. Guaiti, Tra acclamazioni, dieta stretta e saccheggi, com’è cambiato il Conclave nel corso dei secoli, in Wired, 27/04/2025, https://www.wired.it/article/storia-del-conclave-elezione-papa-regole-modalita-tradizioni/
[20] A. Lomonaco, Conclave, una storia tra Medioevo e futuro, in Vatican News, 29/04/2025, https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2025-04/conclave-storia-elezione-pontefice.html
[21] D. Guaiti, Tra acclamazioni, dieta stretta e saccheggi, com’è cambiato il Conclave nel corso dei secoli, in Wired, 27/04/2025, https://www.wired.it/article/storia-del-conclave-elezione-papa-regole-modalita-tradizioni/
[22] M. A. Visceglia La città rituale: Roma e le sue cerimonie in età moderna, Roma, Viella, 2002, p. 123.
[23] M. A. Visceglia La città rituale: Roma e le sue cerimonie in età moderna, Roma, Viella, 2002, p. 125.
[24] M. A. Visceglia La città rituale: Roma e le sue cerimonie in età moderna, Roma, Viella, 2002, pp. 168-169.






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