Di Riccardo Renzi e Filippo Alzani
L’isolamento internazionale di Caracas e della sua leadership, ultimamente, è diventato un problema interno piuttosto evidente. Di fronte alle continue rimostranze di Nicolas Maduro rispetto alla sottomissione all’ombrello americano, l’amministrazione Trump ha scelto la via dell’erosione più o meno subliminale delle reti di gestione interne ed esterne del paese. La ricompensa di 50 milioni di dollari fissata ad agosto dal Dipartimento di Giustizia americano per chiunque procurasse informazioni utili all’arresto di Nicolas Maduro non aveva in realtà alcuna ambizione di riscossione pratica. Si trattava, piuttosto, di un’astuta pressione applicata su soggetti economici, finanziari, politici, criminali e militari riguardo la loro cooperazione con il governo venezuelano. Di fatto, Washington si è creata (di nuovo) il pretesto per scorrazzare nelle acque del sudamerica per portare avanti i propri interessi strategici. E la tattica ha funzionato: Maduro ha appena fatto sapere che incontrerà Richard Grenell, ex diplomatico e negoziatore navigato per conto del governo americano.
L’offerta di dialogo avanzata da Nicolás Maduro all’amministrazione Trump rivela una dinamica geopolitica in cui diplomazia, coercizione militare e narrativa securitaria si intrecciano in maniera covalente. La vicenda assume una rilevanza strategica che va ben oltre le relazioni bilaterali tra Stati Uniti e Venezuela, poiché impatta direttamente sull’equilibrio regionale sudamericano e sul sistema internazionale di potere nel continente americano. La strategia messa in atto dal Governo Trump, tra lotta al narcotraffico, dispiegamento di portaerei e l’implementazione della taglia sulla testa di Maduro, portata a più di 50 milioni meno di un mese fa, sta portando i primi risultati. L’iniziativa di Maduro si inserisce in un quadro nel quale il Venezuela cerca di sottrarsi a un isolamento internazionale sempre più marcato, intensificato dall’azione combinata di sanzioni economiche, delegittimazione diplomatica e pressione militare. Il tentativo di riaprire un canale di comunicazione diretto con l’ex presidente Trump, attraverso l’ex diplomatico Richard Grenell, segnala una strategia di sopravvivenza del regime chavista, volta a disinnescare l’escalation e a recuperare margini di manovra negoziale. In questo senso, la diplomazia venezuelana sembra voler capitalizzare le divisioni interne all’amministrazione statunitense, dove coesistono istanze apertamente interventiste (rappresentate da figure come Marco Rubio e Pete Hegseth) e posizioni più pragmatiche e negoziali (incarnate da Grenell stesso).
Gli interessi americani, in Venezuela, sono fin troppi: tanto per cominciare, il patto di partenariato strategico firmato con la Russia nel maggio 2025 è quanto di più simile ad un’intrusione diretta di Mosca nelle acque atlantiche del Mar dei Caraibi. In secundis, gli oltre 600 accordi bilaterali con la Cina focalizzati su scienza, tecnologia, investimenti e agricoltura rendono le sanzioni americane decisamente meno amare, per la gioia dell’Impero del Dragone che sa di poter contare su uno dei paesi più pericolosamente vicini agli Stati Uniti per esercitare la propria pressione. E se c’è una cosa che le sanzioni americane hanno reso possibile è stato anche il pericoloso avvicinamento all’Iran, coltivato negli anni fino a diventare una partnership multifunzionale e con discrete prospettive benefiche.
Al netto dei sopracitati legami internazionali che vedrebbero Caracas come bastione anti-americano sempre più legato alle potenze dell’asse russo-cinese, accettare i negoziati dopo appena un mese dall’entrata in vigore della taglia è un segnale di enorme debolezza da parte della leadership venezuelana, nonché di evidente paura. Maduro non teme di certo di essere consegnato in manette agli Stati Uniti, ma si è evidentemente reso conto del fatto che il precario equilibrio su cui si regge la complicata gestione del suo paese attraverso apparati, settore miliare e organizzazioni criminali rischia di collassare su sé stessa senza una posizione internazionale consolidata da un ombrello securitario esterno. Il caos politico cui il Venezuela sembra essere destinato a vita e le pretese dei cartelli sono gatte da pelare già abbastanza impegnative per una leadership che può contare sì sull’appoggio virtuale delle potenze anti-americane, ma che si trova pur sempre nel cortile di casa statunitense. A Caracas, di fatto, gli apparati vacillano troppo spesso, ed essere un rivale americano nella fase storica in cui la potenza a stelle e strisce si riarma per tornare con forza nei suoi mari di competenza potrebbe non essere una mossa accorta. E le proteste di civili e miliziani iniziano già a turbare le piazze.
Non di minore importanza è la questione petrolifera. A luglio 2025, l’amministrazione Trump ha ripristinato la licenza di Chevron per riprendere la produzione di petrolio in Venezuela, revocando una decisione precedente di febbraio 2025 che aveva imposto la chiusura delle operazioni entro maggio. La nuova licenza consente a Chevron di produrre ed esportare circa 100.000-120.000 barili al giorno di greggio venezuelano verso raffinerie USA, ma con condizioni che impediscono pagamenti diretti in denaro al governo di Maduro, che avvengono in barili di petrolio riducendo i benefici finanziari diretti per Caracas. Chevron, di fatto, è uno degli strumenti principali per aumentare l’influenza americana sul Venezuela: il colosso petrolifero produce circa il 20% del greggio venezuelano, contribuendo a stabilizzare la produzione nazionale a circa 1,2 milioni di barili al giorno nel breve-medio termine. Questo ha aiutato l’emergenziale economia venezuelana a evitare la recessione, con una crescita stimata del 2% nel 2025. Tuttavia, le restrizioni americane alla licenza limitano i benefici diretti per Maduro, proprio perché il greggio esportato non genera flussi di cassa immediati per il paese. Chevron utilizza parte della produzione per recuperare un debito di circa 3 miliardi di dollari che il Venezuela aveva accumulato con la compagnia stessa, e questo meccanismo consente agli USA di mantenere pressione economica su Maduro, permettendo a Chevron di rientrare dei crediti senza finanziare direttamente il regime e strutturando una dipendenza endemica nel Venezuela dall’estrazione di greggio americana. Proprio Chevron e le compagnie affini che sfruttano le risorse venezuelane, in un’ottica di tentativo d’influenza americana in Venezuela, potrebbero vedere rafforzata la propria posizione nel mercato del greggio, specialmente in un momento storico di sostanziale incertezza dell’OPEC+ e di volontà di Washington di tornare ad utilizzare le commodities come leva geopolitica per tutelare i propri interessi strategici.
La cornice securitaria nella quale si colloca l’offensiva statunitense è giustificata pubblicamente con la lotta al narcotraffico, e in particolare con l’accusa secondo cui il Venezuela, o porzioni rilevanti del suo apparato statale, sarebbero colluse con reti criminali transnazionali come quella del Tren de Aragua. Tuttavia, l’assenza di prove concrete e la natura altamente spettacolare delle operazioni militari statunitensi — come gli attacchi navali condotti senza verifica indipendente — sollevano dubbi sulla reale finalità di tali azioni. Più che una lotta al narcotraffico, l’accelerazione militare sembra avere una funzione catalizzatrice: esercitare una pressione sufficiente a innescare dinamiche interne di destabilizzazione del governo Maduro o a rafforzare l’opposizione venezuelana, storicamente sostenuta da Washington ma incapace, finora, di produrre un’alternativa credibile e unificata.
Dal punto di vista della geopolitica regionale, la militarizzazione del Mar dei Caraibi rappresenta un elemento di destabilizzazione per l’intero bacino sudamericano e caraibico. I Paesi limitrofi — in particolare Colombia, Brasile e i piccoli Stati insulari — si trovano di fronte a un dilemma strategico: da un lato condividono ,in parte, le preoccupazioni statunitensi sulla natura autoritaria e criminalizzata del regime venezuelano; dall’altro temono le conseguenze di un’escalation armata che potrebbe causare instabilità transfrontaliera, flussi migratori incontrollati, e compromettere la già fragile coesione sudamericana. L’assenza di un coordinamento multilaterale a livello regionale — sintomo del declino delle piattaforme di cooperazione sudamericana come UNASUR e CELAC — evidenzia la debolezza delle istituzioni continentali di fronte a crisi ad alta intensità geopolitica. Inoltre, il fatto che la questione migratoria venga gestita parallelamente attraverso voli di rimpatrio coordinati tra le due nazioni, nonostante il deterioramento delle relazioni ufficiali, suggerisce l’esistenza di un doppio livello nei rapporti bilaterali: uno visibile, retoricamente conflittuale e orientato alla mobilitazione delle rispettive opinioni pubbliche; l’altro, tecnico e pragmatico, volto a mantenere un minimo di governance su questioni di interesse reciproco come l’immigrazione, la detenzione di cittadini stranieri. Questo doppio binario contribuisce a rallentare una rottura definitiva, ma al tempo stesso riflette l’ambiguità strutturale del confronto: né guerra aperta, né piena normalizzazione diplomatica. Infine, il contesto interno degli Stati Uniti gioca un ruolo cruciale. L’avvicinarsi di un ciclo elettorale può incentivare un uso simbolico e strumentale della politica estera da parte dell’ex presidente Trump, il quale potrebbe cercare di consolidare il consenso presso segmenti elettorali sensibili ai temi della sicurezza, dell’immigrazione e della lotta al narcotraffico, presentando Maduro come un nemico pubblico esterno. In questo quadro, il Venezuela diventa un teatro periferico ma altamente visibile della competizione politica statunitense, riducendo ulteriormente le possibilità di una trattativa razionale e basata su interessi reciproci.






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