29 Settembre 2025. Dalla Casa Bianca, al termine dell’incontro con il premier israeliano Benjamin Netanyahu, Donald Trump presenta un piano in venti punti per Gaza. Cessate il fuoco, scambio di ostaggi, ricostruzione sotto supervisione internazionale. Sulla carta, un’iniziativa ambiziosa. Nella sostanza, l’ennesimo tentativo di congelare un conflitto che nessuno sa come risolvere. Perché il piano Trump non è un accordo di pace: è – come l’ha definito il direttore di Limes Lucio Caracciolo – un semilavorato geopolitico che rinvia i nodi strutturali a un futuro indefinito. La domanda vera non è se funzionerà, ma se può funzionare, date le fratture che attraversano Israele, l’ambiguità di Hamas e l’assenza di una prospettiva credibile per i palestinesi. La risposta, guardando alla storia degli ultimi trent’anni di diplomazia mediorientale, è semplice: no.
Netanyahu tra Washington e Gerusalemme
Il premier israeliano, su cui pende anche un mandato d’arresto della Corte Penale Internazionale, si trova stretto in una morsa. Da un lato Washington, che chiede pragmatismo. Dall’altro la sua coalizione, tenuta insieme da partiti ultranazionalisti e religiosi che considerano qualsiasi concessione ai palestinesi un tradimento esistenziale. I due ministri estremisti Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir hanno già definito il piano una “resa diplomatica”. Netanyahu sa che accettarlo significa rischiare la crisi di governo, rifiutarlo significa rompere con l’alleato americano.
Questa non è solo una questione di calcolo politico, è il sintomo di una frattura più profonda che attraversa la società israeliana. Da una parte le famiglie degli ostaggi e ampie fasce della popolazione che chiedono un compromesso per porre fine a un conflitto logorante. Dall’altra chi teme che la tregua rafforzi Hamas e comprometta la deterrenza di Israele. In mezzo, un premier senza margini di manovra, costretto a mediare tra pressioni inconciliabili. Ogni passo verso l’implementazione del piano rischia di far esplodere questa contraddizione. E senza un consenso minimo interno, nessun accordo può reggere.
Trump e il peso delle midterm
Prima di Netanyahu c’è Trump. E Trump ha un problema domestico che si chiama novembre 2026. Le elezioni di midterm si avvicinano e l’opinione pubblica americana sta cambiando. Non solo tra i Democratici, dove l’ostilità verso il governo israeliano è ormai maggioritaria. Anche tra i Repubblicani cresce il disagio. Sempre più voci all’interno del movimento MAGA si oppongono all’invio di armi a Israele, alcuni arrivano a usare la parola “genocidio” per descrivere ciò che accade a Gaza. Una rottura simbolica e sostanziale rispetto alla tradizionale solidarietà bipartisan verso lo Stato ebraico. Perfino Charlie Kirk, importante attivista e comunicatore repubblicano assassinato durante un evento alla Utah Valley University il 10 settembre, pur continuando a sostenere politicamente Israele, un anno fa aveva parlato in una puntata del “PBD Podcast” di piani israeliani di “pulizia etnica” a Gaza. Trump ha bisogno di un successo. Serve a dimostrare capacità di leadership internazionale, a ricompattare una base elettorale divisa sul tema e a neutralizzare le critiche dei Democratici e di molti indecisi che lo accusano di complicità con i crimini israeliani. Il piano per Gaza è anche questo: una mossa di politica interna travestita da diplomazia mediorientale. Ma proprio questa urgenza rischia di renderlo fragile. Un accordo costruito per rispondere a scadenze elettorali americane ha poche chance di tenere sul terreno complesso e stratificato del conflitto israelo-palestinese.
Lo Stato che non c’è
Il piano Trump evoca una “Nuova Gaza” gestita da un comitato tecnocratico palestinese, supervisionato da un board internazionale guidato da figure come l’ex primo ministro britannico Tony Blair. L’idea è quella di un’amministrazione temporanea che ricostruisca materialmente la Striscia, creando le condizioni per una futura autodeterminazione. Il problema è che di autodeterminazione si parla poco. E vagamente. L’assenza di riferimenti espliciti alla creazione di uno Stato Palestinese non è casuale. Riflette le resistenze della destra israeliana, per cui questa prospettiva resta una minaccia esistenziale. Ma per i palestinesi, un piano senza Stato è solo una nuova forma di amministrazione esterna. Non un percorso verso l’indipendenza, ma un congelamento del conflitto sotto altra etichetta. La governance tecnocratica può funzionare per la gestione ordinaria, non per la legittimazione politica. Chi garantisce che la popolazione di Gaza accetti una struttura imposta dall’esterno? Quanto è stata tenuta in considerazione la situazione mentale e sociale di una popolazione che è arrivata evidentemente al punto di rottura e che si radicalizza sempre più all’aumentare delle violenze subìte? E soprattutto: chi paga? La ricostruzione richiede miliardi, investitori disposti a rischiare in una zona di guerra, garanzie di sicurezza che oggi non esistono. Senza una prospettiva politica chiara, la “Nuova Gaza” rischia di restare un’illusione burocratica.
Hamas: accettare o resistere?
Il movimento islamista si trova davanti a un dilemma esistenziale. Accettare il piano significa rinunciare progressivamente alla dimensione armata, che è il cuore della sua identità politica. Rifiutarlo significa isolamento e guerra prolungata. Le prime reazioni oscillano tra prudenza e critica. Prevedibile: il piano esclude qualsiasi ruolo politico per Hamas nella governance di Gaza. Hamas potrebbe scegliere una strategia intermedia. Accettare i passaggi funzionali – lo scambio di ostaggi e prigionieri, ad esempio – per guadagnare consenso popolare e tempo, senza però impegnarsi realmente nella smilitarizzazione. In questo modo resterebbe un attore imprescindibile sul terreno, capace di condizionare ogni tentativo di pacificazione. Non dentro il processo, ma nemmeno fuori. Abbastanza presente da sabotarlo, abbastanza discreto da non diventare il nemico ufficiale. È una tattica già vista: durante gli accordi di Oslo: le fazioni palestinesi più radicali non firmarono nulla, ma mantennero la capacità di far deragliare il processo con attentati mirati. Hamas sa che anche senza seggio al tavolo dei negoziati, può restare padrone del campo.
I fantasmi di Oslo e il peso del passato
Chi ha memoria storica riconosce i segnali. Il piano Trump sembra ripetere gli errori dei tentativi precedenti, dagli Accordi di Oslo del 1993 alla Road Map del 2003, passando da Annapolis (2007) al piano Kushner del 2020. Ogni volta la stessa illusione: congelare il conflitto sperando che il tempo generi le condizioni per risolverlo. Ogni volta lo stesso esito: il conflitto si riaccende perché i nodi strutturali restano irrisolti. Oslo prometteva reciprocità e tappe progressive. Fallì per l’assassinio del premier israeliano Yitzhak Rabin, le violenze terroristiche e l’espansione degli insediamenti illegali in Cisgriordania. La Road Map naufragò per la mancanza di simultaneità nelle concessioni. Annapolis e Kerry si infransero sui soliti ostacoli: confini, sicurezza, rifugiati, Gerusalemme. Il piano Kushner venne percepito come sbilanciato e privo di riconoscimento politico per i palestinesi. Il piano Trump introduce alcune novità: la Forza di Stabilizzazione internazionale, il Board con figure globali, l’attenzione agli aspetti immediati come la ricostruzione materiale. Ma non risolve i tre nodi che hanno fatto fallire tutti i predecessori: lo Stato palestinese, le divisioni israeliane, il ruolo di Hamas. Senza progressi su questi fronti, anche questa iniziativa è destinata a seguire lo stesso destino.
Un semilavorato, non un accordo
Come ha osservato Lucio Caracciolo, ci troviamo di fronte a un semilavorato geopolitico. Gli strumenti evocati – Forza di Stabilizzazione, Board of Peace, comitato tecnocratico – non sono chiaramente delineati. Mancano tempistiche, procedure applicative, meccanismi di verifica e sanzione. L’intera costruzione appare fragile, suscettibile di collassare sotto il peso delle resistenze interne e regionali. Chi controlla davvero Gaza? Chi garantisce che il comitato tecnocratico avrà legittimità? Chi impedisce a Hamas di mantenere un’influenza informale ma determinante? Il piano non risponde. E senza risposte, resta una proposta sulla carta, utile forse a guadagnare tempo, ma troppo debole per garantire una pace duratura.
La pace che non verrà
Il piano Trump risponde a urgenze immediate: cessate il fuoco, liberazione degli ostaggi, alleviare la crisi umanitaria. Sono obiettivi legittimi e necessari. Ma non sono pace. Congelare il conflitto non è risolverlo. E senza coraggio politico, senza legittimità interna, senza garanzie credibili, anche il piano più dettagliato rischia di restare lettera morta.
La storia insegna che in Medio Oriente le tregue non diventano pace quando mancano tre elementi: una leadership israeliana libera dalla destra radicale, un interlocutore palestinese riconosciuto e capace di governare, un attore esterno disposto a imporre costi reali in caso di violazioni. Oggi non c’è nessuno di questi tre elementi. Gaza resterà un semilavorato. E il conflitto, congelato o no, continuerà a covare sotto la cenere, contorcendosi intestinamente per poi riesplodere ad intermittenza quando anche la più piccola scintilla darà fuoco alle polveri.






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