La storia degli Ebrei antichi si sviluppa in un contesto geografico e culturale di straordinaria complessità: la terra di Canaan, cerniera tra Africa e Asia, lungo le rotte che collegavano Egitto, Anatolia e Mesopotamia. I racconti delle origini ebraiche, trasmessi nella Torah e poi rielaborati nei secoli successivi, costituiscono uno dei fondamenti narrativi più potenti della civiltà occidentale. Tuttavia, l’analisi storica e archeologica contemporanea invita a distinguere con attenzione tra la memoria religiosa e le ricostruzioni storicamente attendibili.
I patriarchi e le radici nomadi
Secondo la tradizione ebraica, la storia del popolo d’Israele ha inizio con i tre patriarchi: Abramo, Isacco e Giacobbe. Questi personaggi, vissuti presumibilmente nel secondo millennio a.C., sarebbero stati pastori nomadi che si stabilirono nella terra di Canaan. La narrazione biblica li presenta come capostipiti di un’identità religiosa e familiare che attraverserà l’intera storia d’Israele. La sepoltura di Abramo nella grotta di Macpela a Hebron, secondo la Genesi, testimonia un legame profondo e duraturo con questo territorio[2]. Tuttavia, gli studi storici moderni – compresi quelli condotti da archeologi israeliani come Israel Finkelstein – evidenziano l’assenza di conferme materiali sull’esistenza storica dei patriarchi così come raccontati dalla Bibbia. Le storie dei patriarchi sono oggi generalmente considerate espressione di memorie tribali rielaborate in epoca più tarda, probabilmente durante o dopo l’esilio babilonese, con l’intento di fornire una genealogia simbolica comune[3].
Dalle Tribù d’Israele al Regno unito: struttura e mito fondativo
I racconti dell’Esodo, della conquista della terra promessa e della costituzione delle dodici tribù sotto Giosuè costituiscono l’ossatura della narrazione identitaria ebraica. La divisione del territorio tra i discendenti dei figli di Giacobbe – le dodici tribù – riflette un’epoca di organizzazione tribale, in cui le entità sociali erano guidate da figure carismatiche note come “giudici” (shofetim)[4]. Secondo il Libro dei Giudici, questa fase fu segnata da conflitti interni, guerre contro i popoli circostanti (come Filistei e Madianiti) e da un forte senso di instabilità politica. Le evidenze archeologiche suggeriscono però un quadro ben diverso: tra il XIII e il XII secolo a.C., la regione delle colline centrali della Palestina vide la nascita di numerosi piccoli insediamenti rurali, privi di fortificazioni e con uno stile materiale molto simile a quello cananeo, ma con un particolare degno di nota: l’assenza sistematica di ossa di maiale. Alcuni studiosi interpretano questa peculiarità come il primo segno distintivo di una comunità con pratiche alimentari differenti, forse già ispirate a un’identità “proto-israelita”.
Il Regno di Israele e Giuda: storia di una frattura
La monarchia, secondo la Bibbia, fu instaurata per volere del popolo e sotto la guida divina, a partire da Saul, proseguendo con Davide e culminando con Salomone. Con Davide si avrebbe l’unificazione politica delle tribù e la conquista di Gerusalemme, destinata a diventare il cuore spirituale d’Israele. Salomone, secondo il Primo libro dei Re, costruì il Primo Tempio, stabilì alleanze con regni vicini e rafforzò l’apparato statale. Eppure, anche in questo caso, la documentazione extra-biblica è scarsa. L’iscrizione della Stele di Tel Dan – che menziona una “casa di Davide” – rappresenta un raro indizio epigrafico a favore dell’esistenza storica della dinastia davidica. Tuttavia, la descrizione biblica del “grande impero” davidico-salomonico non trova riscontro nelle testimonianze archeologiche, che suggeriscono una struttura statale ancora in formazione, di scala piuttosto modesta[5].
Alla morte di Salomone (tradizionalmente datata attorno al 930 a.C.), il regno si divise in due entità separate: il Regno di Israele a nord, con capitale Samaria, e il Regno di Giuda a sud, con capitale Gerusalemme. Questa frattura, che riflette tensioni sociali, tribali ed economiche, ebbe profonde conseguenze sulla storia futura[6].
L’incontro con gli imperi e la fine dell’autonomia
Il contatto-scontro con le grandi potenze regionali – Assiria, Babilonia, Egitto – segnò in modo definitivo la storia ebraica. Il Regno di Israele fu il primo a soccombere, nel 722 a.C., sotto la pressione dell’impero assiro: la città di Samaria fu distrutta e gran parte della popolazione deportata. La sorte delle cosiddette “dieci tribù perdute” d’Israele è rimasta avvolta nel mistero, alimentando secoli di speculazioni e leggende. Il Regno di Giuda sopravvisse per oltre un secolo, ma anch’esso finì sotto il giogo babilonese: nel 586 a.C., Gerusalemme fu conquistata da Nabucodonosor II e il Primo Tempio distrutto. L’élite della società giudaica fu deportata a Babilonia. Questo evento – la “cattività babilonese” – non solo pose fine all’autonomia politica ebraica per molti secoli, ma segnò anche una svolta culturale decisiva: è in questo periodo che si consolida la redazione dei testi sacri, nasce la coscienza dell’esilio, e si rafforza l’identità ebraica come popolo della memoria e della fede[7].
L’indagine storica sulla prima età ebraica si trova costantemente al crocevia tra fede e critica, tra narrazione biblica e ricerca archeologica. L’assenza di conferme dirette su eventi centrali – come l’Esodo o la conquista di Gerico – ha spinto numerosi studiosi a proporre una genesi “interna” del popolo d’Israele: non una migrazione dall’esterno, ma un’emergenza graduale di un’identità distinta all’interno della società cananea[8]. Al contempo, la tradizione biblica non può essere semplicemente archiviata come mito. Essa rappresenta un documento fondamentale della memoria storica e religiosa di un popolo che ha saputo trasformare l’esperienza della diaspora, dell’esilio e della marginalità in una forma di resistenza culturale e spirituale.
L’esilio Babilonese e la nascita dell’Ebraismo della Diaspora: storia, teologia e identità (587 – 518 a.C. e oltre)
Il lasso di tempo che va dal 587 al 518 a.C. rappresenta uno degli snodi più drammatici e al contempo più fondativi della storia ebraica. Lungi dall’essere soltanto un trauma politico e culturale, l’esilio inaugurò una trasformazione radicale dell’identità religiosa e collettiva degli Ebrei, sancendo la transizione dall’antico culto centrato sul Tempio all’embrione di quello che oggi chiamiamo Ebraismo rabbinico. Questa fase non solo diede origine alla Diaspora ebraica, ma pose anche le basi per un ripensamento teologico profondo della relazione tra Dio, il popolo e la terra[9]. Inoltre, fu in Babilonia che gli Ebrei svilupparono nuove forme di leadership, di studio e di comunità, che avrebbero avuto impatto per secoli, ben oltre il ritorno autorizzato sotto i Persiani[10].
La cattività: genesi storica dell’esilio
Nel 597 a.C., sotto la pressione militare dell’Impero neobabilonese di Nabucodonosor II, il Regno di Giuda vide il suo primo importante esodo: il re Ioiachin e parte dell’élite furono deportati a Babilonia. Tuttavia, fu la rivolta contro il dominio babilonese, culminata nell’assedio e nella caduta di Gerusalemme nel 586/587 a.C., a segnare il punto di non ritorno: il Primo Tempio fu distrutto, la monarchia davidica annientata e gran parte dell’aristocrazia, dei sacerdoti e degli artigiani fu deportata. Il significato simbolico e religioso di tale evento fu devastante. Il Tempio, considerato la dimora di YHWH, era il fulcro dell’intero sistema di culto israelita. La sua distruzione fu percepita come una punizione divina e una crisi teologica. La domanda che si imposero i profeti e gli scribi fu: come può un Dio giusto permettere la distruzione del proprio popolo e del proprio santuario?
La teologia dell’esilio: da crisi a rinascita
Nel cuore della crisi nacque un nuovo paradigma. I profeti Geremia ed Ezechiele — entrambi attivi durante il periodo dell’esilio — introdussero una visione del rapporto con Dio non più vincolato al solo spazio del Tempio. Ezechiele, in particolare, parlò di un Dio che accompagna il suo popolo anche in terra straniera, introducendo l’idea rivoluzionaria di una presenza divina mobile, quasi transnazionale. Geremia, dal canto suo, consigliava agli esuli di “costruire case e piantare giardini” a Babilonia (Ger 29), ossia di accettare la diaspora non come un’interruzione, ma come una nuova fase dell’alleanza. Questa teologia “della resilienza” avrebbe permesso all’identità ebraica di sopravvivere anche in assenza di una struttura politica e cultuale centrale[11].
Babilonia come nuovo centro dell’ebraismo
Contrariamente all’immagine stereotipata di una “cattività” passiva, gli Ebrei a Babilonia iniziarono una profonda opera di riorganizzazione comunitaria e spirituale. Emerse una nuova classe dirigente fatta di scribi, sapienti e capi comunitari, i predecessori dei futuri rabbini. Fu qui che la Torah iniziò ad assumere centralità come testo normativo e identitario. Nel tempo, la comunità ebraica in Babilonia non solo sopravvisse, ma prosperò. Quando Ciro il Grande conquistò Babilonia nel 539 a.C. e permise il ritorno in patria (decreto del 538), solo una parte degli esuli fece ritorno a Gerusalemme. La maggioranza scelse di restare. Babilonia, per più di un millennio, divenne un faro dell’ebraismo mondiale: da lì emergerà il Talmud Babilonese, uno dei testi più influenti della storia ebraica[12].
Il ritorno sotto i Persiani: Esdra, Neemia e il Secondo Tempio
Con l’arrivo dei Persiani e la proclamazione di Ciro, l’Impero achemenide adottò una politica di tolleranza religiosa e culturale. Gli esiliati poterono tornare a Gerusalemme e ricostruire il Tempio, terminato attorno al 516 a.C., evento che segna l’inizio del cosiddetto Periodo del Secondo Tempio. Sotto la guida di figure come Zorobabele, Esdra e Neemia, non si tentò tanto una restaurazione nostalgica del passato quanto la costruzione di un nuovo modello di società ebraica. L’autorità religiosa e legislativa venne ora affidata non a un re, ma alla Torah e alla sua interpretazione. Si consolidò così la figura dello scriba, del sofer, e la comunità di Yehud (la provincia persiana di Giudea) si trasformò in una teocrazia legalista, basata sulla Legge. Esdra è raffigurato dalla tradizione come colui che portò la Torah da Babilonia a Gerusalemme, un gesto fortemente simbolico: la Legge, non più il Tempio o la monarchia, diveniva la spina dorsale dell’identità collettiva.
L’ebraismo diasporico: una nuova forma di esistenza
Il fatto che molti ebrei non siano tornati dall’esilio ma abbiano scelto di restare a Babilonia diede vita a una realtà nuova: un popolo senza terra che continua a vivere come popolo. Questa è la grande novità dell’ebraismo post-esilico. Le comunità della diaspora — a Babilonia, in Egitto, più tardi ad Alessandria e poi in tutto il mondo romano — iniziarono a organizzarsi attorno a sinagoghe, maestri e testi[13]. Nel frattempo, la popolazione ebraica di Babilonia crebbe fino a raggiungere, secondo alcune stime tardo-antiche, circa due milioni di persone entro il V secolo d.C. Qui sorsero le grandi accademie rabbiniche di Sura, Pumbedita, Nehardea e Mahuza: i centri da cui emersero gli Amoraim e i Geonim, e nei quali fu composto il Talmud babilonese (Bavli), che ancora oggi è considerato autoritativo nel mondo ebraico. La Cattività Babilonese trasformò radicalmente la struttura e il pensiero del popolo ebraico. Non fu solo una tragedia: fu anche un laboratorio di riformulazione teologica e sociale[14]. La distruzione del Tempio divenne l’occasione per pensare Dio come oltre il santuario, la Legge come cuore della religione, e la comunità come spazio sacro. In una straordinaria capacità di adattamento, l’ebraismo sviluppò una forma identitaria capace di resistere alla perdita della sovranità politica e della centralità cultuale. Questo modello si rivelerà straordinariamente efficace nei secoli successivi, durante le persecuzioni, le diaspore, le conversioni forzate e le dispersioni.
La diaspora ebraica e l’evoluzione dell’ebraismo: dalla distruzione del Tempio alla fioritura delle accademie talmudiche
Al tempo dell’imperatore Augusto, attorno al I secolo d.C., la popolazione ebraica nell’ambito dell’Impero Romano era stimata attorno ai 4,5 milioni di persone, circa il 7% della popolazione totale dell’impero. Di questi, solo circa un milione viveva nella regione storica della Giudea, oggi corrispondente alla Palestina storica e all’attuale Israele. Il resto della popolazione ebraica era già disperso in numerose comunità della diaspora: dall’Egitto all’Asia Minore, da Roma ad Alessandria d’Egitto, da Antiochia fino alle lontane province dell’impero[15]. Questa dispersione, però, non fu un fenomeno improvviso legato esclusivamente agli eventi traumatici del I e II secolo d.C., bensì l’esito di un processo storico complesso e stratificato, che affonda le sue radici già nel I millennio a.C., con le prime deportazioni e conquiste imperiali del Vicino Oriente.
Le origini della diaspora: dalla monarchia ebraica alle conquiste imperiali
Il concetto di “diaspora” ebraica trova una delle sue prime manifestazioni storiche nella conquista assira dell’VIII secolo a.C., che comportò la deportazione delle dieci tribù del Regno di Israele settentrionale. Ma fu la conquista babilonese del Regno di Giuda nel 586 a.C. – con la distruzione del Primo Tempio di Gerusalemme e l’esilio forzato a Babilonia – a dare inizio alla diaspora ebraica in senso pieno. Questo evento ebbe un impatto profondo nella coscienza religiosa e identitaria ebraica: nacquero nuove forme di culto, pratiche di coesione comunitaria e strutture religiose alternative al Tempio. Molti ebrei rimasero in Mesopotamia anche dopo il ritorno consentito da Ciro il Grande nel 538 a.C. Con il passare dei secoli, le comunità ebraiche nella diaspora si moltiplicarono e si svilupparono in modo autonomo, pur mantenendo legami culturali, spirituali e liturgici con Gerusalemme e la Terra d’Israele.
Dalla distruzione del Secondo Tempio alla dispersione nell’impero
Il vero spartiacque nella storia della diaspora fu la distruzione del Secondo Tempio ad opera delle truppe di Tito nel 70 d.C.[16], al termine della prima guerra giudaica contro Roma. L’assedio di Gerusalemme e la distruzione del centro cultuale e politico ebraico provocarono una diaspora forzata: decine di migliaia di ebrei furono deportati, venduti come schiavi o si rifugiarono nelle comunità ebraiche già esistenti nel Mediterraneo. A questo trauma si aggiunse, nel 135 d.C., la repressione della rivolta di Bar Kokhba sotto l’imperatore Adriano. L’esito fu catastrofico: la Giudea fu devastata, ribattezzata “Syria Palaestina”, e fu vietato agli ebrei l’accesso a Gerusalemme. Questo sancì la trasformazione definitiva dell’ebraismo da religione del Tempio a religione della diaspora.
La riorganizzazione del culto: dalla centralità del Tempio al rabbinismo
Con il Tempio distrutto e la classe sacerdotale decimata, la leadership religiosa ebraica passò progressivamente nelle mani dei maestri della Legge, i rabbini. In questo periodo si sviluppò una nuova forma di autorità spirituale fondata sulla Torah orale, trasmessa e discussa attraverso generazioni di studiosi: i Tannaim (I–III secolo d.C.) e successivamente gli Amoraim (III–V secolo d.C.). La codificazione di questi insegnamenti portò alla redazione della Mishnah (attorno al 200 d.C., per opera di Yehudah HaNasi) e poi dei due Talmud: quello di Gerusalemme (Talmud Yerushalmi) e quello di Babilonia (Talmud Bavli). Quest’ultimo, redatto tra il V e il VI secolo, divenne il testo fondamentale per l’ebraismo rabbinico, che è alla base dell’ebraismo tradizionale fino ad oggi[17].
Babilonia: il nuovo centro del giudaismo mondiale
Dopo la distruzione del Tempio e l’ulteriore decimazione della Giudea, il centro gravitazionale della cultura ebraica si spostò a oriente, nelle floride comunità della Mesopotamia, oggi Iraq meridionale. Qui sorsero importanti yeshivot (accademie rabbiniche) a Sura, Pumbedita, Nehardea, dove per secoli operarono grandi maestri, detti Geonim[18]. La loro autorità era riconosciuta in tutto il mondo ebraico, e i responsi giuridici da loro emessi (i teshuvot) costituivano una guida normativa globale. Le comunità ebraiche babilonesi, stimate in oltre un milione di persone già nel I secolo, continuarono a crescere fino a toccare forse i due milioni nel V secolo. Questa vitalità culturale e religiosa si mantenne per oltre un millennio, fino all’arrivo dei Mongoli e alla fine delle accademie geoniche nel XI secolo.
Terra d’Israele in epoca tardo-romana e bizantina: resistenza e resilienza
Nonostante le distruzioni, non tutta la popolazione ebraica abbandonò la Palestina. Piccole ma significative comunità resistettero a Tiberiade, Zippori, Lod e altri centri. Qui continuarono le attività rabbiniche, con la produzione del Talmud di Gerusalemme e l’elaborazione di opere liturgiche e mistiche. Nel IV secolo, il rabbino Hillel II introdusse un calendario ebraico fisso, basato su calcoli astronomici e non più sull’osservazione lunare, per garantire uniformità ai rituali festivi in tutta la diaspora. Questo atto segnò un ulteriore passaggio verso l’autonomia rituale e la sopravvivenza della tradizione ebraica fuori da Gerusalemme[19].
Il difficile rapporto con l’Impero Bizantino
Con la cristianizzazione dell’Impero romano e la nascita dell’Impero bizantino, la condizione degli ebrei peggiorò sensibilmente. Leggi anti-ebraiche vietarono la costruzione di nuove sinagoghe, l’accesso a cariche pubbliche e persino l’uso della lingua ebraica nei riti. I sinodi cristiani si pronunciarono contro gli ebrei, fomentando sospetti e violenze. Tuttavia, nonostante queste restrizioni, le comunità ebraiche continuarono a prosperare in certi contesti. L’archeologia ci ha restituito splendidi mosaici sinagogali di epoca bizantina (Beit Alpha, Zippori, Tiberiade), segno della resilienza e della creatività di queste comunità[20].
Il mondo islamico: un nuovo contesto per l’ebraismo
La conquista araba del VII secolo d.C. cambiò radicalmente il panorama geopolitico del Vicino Oriente. Per gli ebrei, paradossalmente, si aprì una stagione di relativa tolleranza. Il Califfato abbaside accolse gli ebrei come “gente del Libro”, permettendo loro di mantenere le proprie istituzioni religiose, spesso in condizioni migliori rispetto al mondo cristiano occidentale. Le accademie babilonesi continuarono a operare sotto la protezione califfale, e numerosi ebrei migrarono nei nuovi centri islamici – in Spagna, Nord Africa, Persia – dando vita a una nuova fase della diaspora ebraica, in cui convivano tradizione e rinnovamento[21].
La vita ebraica in Terra d’Israele e nel mondo islamico: continuità, rinascite e contraddizioni (638–1517)
Il lungo periodo di dominazione islamica in Terra d’Israele, compreso tra la conquista araba del 638 e l’avvento dell’Impero Ottomano nel 1517, rappresenta una fase di straordinaria complessità nella storia dell’ebraismo. Contrariamente a una narrazione semplificata che spesso oscilla tra l’idealizzazione della convivenza e la descrizione di un’ininterrotta persecuzione, i secoli intercorsi sotto il dominio arabo e mamelucco furono segnati da un alternarsi di fioritura intellettuale, oppressione religiosa, esperienze diasporiche e resilienza culturale[22].
I primi secoli islamici: apertura, stabilizzazione e l’ascesa del Gaonato
La conquista di Gerusalemme da parte del califfo ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb nel 638 segnò un punto di svolta politico e religioso. L’Impero bizantino veniva estromesso dal Levante e iniziava una nuova fase in cui la popolazione ebraica — fortemente radicata nelle regioni palestinesi — ritrovava una parziale libertà, sebbene condizionata dal Patto di ʿUmar, che pur garantendo protezione ai non-musulmani (dhimmi), imponeva una lunga lista di restrizioni di natura giuridica, economica e simbolica. Tuttavia, in quel contesto, gli ebrei non solo sopravvissero: prosperarono in vari ambiti. Secondo le fonti islamiche stesse (tra cui il geografo al-Muqaddasī), gli ebrei erano presenti nei centri urbani come Gerusalemme, Ramla e Tiberiade, impiegati come banchieri, artigiani, tintori e mercanti[23]. Durante il periodo omayyade e abbaside, il cuore culturale dell’ebraismo si spostò a Babilonia (l’odierno Iraq), ma un importante centro alternativo — il Gaonato palestinese — si consolidò anch’esso, dapprima a Tiberiade e successivamente a Gerusalemme. Le Yeshivot (accademie rabbiniche) palestinesi, seppur secondarie rispetto a quelle babilonesi, produssero numerosi testi liturgici e halakhici. Fu in questo contesto che operarono figure decisive come il masoreta Aaron ben Asher, il quale perfezionò il sistema di vocalizzazione e accentazione del testo biblico che ancor oggi è alla base della Bibbia ebraica (Mikraot)[24].
Diversità intra-ebraica e tensioni calendari: i Caraiti e la disputa di Gerusalemme
Il periodo islamico fu segnato anche da divisioni interne all’ebraismo, in particolare con l’affermazione dei Caraiti, un movimento che rifiutava l’autorità della Mishnah e del Talmud in favore di una lettura letterale della Torah. I Caraiti, attivi a Gerusalemme dall’875, parteciparono alla vita comunitaria e intellettuale e svilupparono una propria liturgia, halakhah e calendario. Il conflitto tra Rabbiniti e Caraiti raggiunse l’apice nel X secolo con la controversia sui calcoli del calendario sollevata da Rabbi Aaron ben Meïr a Gerusalemme. Questo episodio dimostra come, sotto il dominio islamico, la Terra d’Israele continuasse ad essere una piattaforma viva del dibattito religioso e normativo ebraico[25].
La dialettica della tolleranza e della repressione
È importante ricordare che, nonostante le aperture iniziali, la condizione ebraica nel mondo islamico non fu né omogenea né priva di tensioni. Con l’emergere dei califfati più centralizzati, come quello fatimide e successivamente gli almohadi in Nord Africa e al-Andalus, si registrarono gravi atti di persecuzione, conversioni forzate e distruzioni di quartieri ebraici. Il massacro di Granada del 1066 resta uno degli episodi più traumatici della storia ebraica iberica. Nonostante ciò, alcuni ebrei mantennero posizioni influenti nei contesti islamici, spesso grazie alla loro erudizione, conoscenza delle lingue e attività economiche. Durante il periodo fatimide, molti ebrei furono impiegati come medici, scribi e amministratori. Questa ambivalenza tra riconoscimento e discriminazione è ben sintetizzata dallo storico Mark R. Cohen, che sottolinea come il confronto fra le condizioni degli ebrei sotto l’Islam e sotto il Cristianesimo medievale debba essere condotto in modo comparato e contestualizzato.
La terra d’Israele tra Crociati e Mamelucchi: declino e rinascite episodiche
L’arrivo dei Crociati nel 1099 e il successivo massacro degli ebrei di Gerusalemme costituì una drammatica cesura. Tuttavia, anche durante il periodo crociato (1099–1260), ebrei continuarono a vivere in Terra d’Israele, soprattutto lungo la costa, esercitando mestieri artigianali e commerciando con le comunità locali. Con l’avvento dei Mamelucchi (1260–1517), la Terra d’Israele rimase marginale rispetto ai grandi centri del mondo islamico, ma non mancarono tentativi di rinascita ebraica. Il più celebre è quello di Moshe ben Nachman (Nahmanide), che nel 1267 giunse a Gerusalemme dalla Catalogna e rifondò la comunità ebraica, istituendo una sinagoga che ancora oggi porta il suo nome. Altri immigrati e studiosi europei seguirono l’esempio, come Obadiah di Bertinoro, che nel 1488 descrisse una Gerusalemme povera ma spiritualmente rinascente[26].
Al-Andalus: l’età d’oro e il contributo culturale ebraico
Parallelamente, la cultura ebraica raggiunse il suo apice nella Spagna islamica, soprattutto tra il X e l’XI secolo. L’età d’oro fu contrassegnata dalla fioritura delle scienze, della filosofia, della poesia e della medicina. Pensatori come Solomon ibn Gabirol, Yehuda Ha-Levi e Mosè Maimonide non solo dominarono il panorama intellettuale ebraico, ma influenzarono anche quello arabo e, in seguito, latino-cristiano. Questa età dell’oro, tuttavia, venne bruscamente interrotta dall’avanzata degli Almohadi e, in seguito, dalla Reconquista cristiana. Le comunità ebraiche che non accettarono la conversione furono espulse o massacrate, culminando nell’espulsione del 1492 con il Decreto di Alhambra. Molti degli espulsi si rifugiarono nei territori musulmani dell’Impero Ottomano, contribuendo alla formazione del sefardismo orientale.
[2] S. Bernfeld. Storia della letteratura ebraica antica, traduzione autorizzata di Enzo Sereni, Torino, Bocca, 1926, pp. 12-18.
[3] R. Calimani, Storia del pregiudizio contro gli Ebrei – Antigiudaismo – Antisemitismo – Antisionismo, Milano, Mondadori Editore, 2007, p. 23.
[4] G. Musca, Il Vangelo e la Torah. Cristiani ed ebrei nella prima Crociata, Bari, Edizioni Dedalo, 1999, pp. 41-62.
[5] W. G. Dever, What Did the Biblical Writers Know and When Did They Know It?: What Archaeology Can Tell Us About the Reality of Ancient Israel, Wm. B. Eerdmans Publishing Co.(2001)
[6] S. Bernfeld. Storia della letteratura ebraica antica, traduzione autorizzata di Enzo Sereni, Torino, Bocca, 1926, p. 23.
[7] E. Lipschitz, Una storia ebraica, traduzione dall’ungherese di Magda Lipschitz Heimler, Firenze, Giuntina, 2001, pp. 27-34.
[8] I. Finkelstein, The Archaeology of the Israelite Settlement, Brill Academic Pub (1988)
[9] M. Talamo, Sprazzi di storia ebraica, Lecce, Stab. Tip. Giurdignano, 1927, p. 12.
[10] S. Bernfeld. Storia della letteratura ebraica antica, traduzione autorizzata di Enzo Sereni, Torino, Bocca, 1926, p. 28.
[11] Y. Kaufmann, The Religion of Israel, Univ of Chicago Pr, (1960)
[12] M. Talamo, Sprazzi di storia ebraica, Lecce, Stab. Tip. Giurdignano, 1927, p. 16.
[13] S. Bernfeld. Storia della letteratura ebraica antica, traduzione autorizzata di Enzo Sereni, Torino, Bocca, 1926, p. 31.
[14] Ibidem.
[15] M. Talamo, Sprazzi di storia ebraica, Lecce, Stab. Tip. Giurdignano, 1927, p. 24.
[16] A. Calderini, Vespasiano e Tito, Roma, Istituto di studi romani, 1941, pp. 4-9.
[17] M. Talamo, Sprazzi di storia ebraica, Lecce, Stab. Tip. Giurdignano, 1927, p. 28.
[18] E. Lipschitz, Una storia ebraica, traduzione dall’ungherese di Magda Lipschitz Heimler, Firenze, Giuntina, 2001, pp. 48-60.
[19] E. Lipschitz, Una storia ebraica, traduzione dall’ungherese di Magda Lipschitz Heimler, Firenze, Giuntina, 2001, pp. 61-62.
[20] M. Talamo, Sprazzi di storia ebraica, Lecce, Stab. Tip. Giurdignano, 1927, p. 32.
[21] M. Talamo, Sprazzi di storia ebraica, Lecce, Stab. Tip. Giurdignano, 1927, p. 32.
[22] M. Talamo, Sprazzi di storia ebraica, Lecce, Stab. Tip. Giurdignano, 1927, p. 33.
[23] E. Lipschitz, Una storia ebraica, traduzione dall’ungherese di Magda Lipschitz Heimler, Firenze, Giuntina, 2001, p. 65.
[24] E. Fonzo, Breve storia degli ebrei, identità e distribuzione geografica del popolo di Israele, in Geopop, 24/10/2023 https://www.geopop.it/breve-storia-degli-ebrei-identita-e-distribuzione-geografica-del-popolo-di-israele/
[25] E. Lipschitz, Una storia ebraica, traduzione dall’ungherese di Magda Lipschitz Heimler, Firenze, Giuntina, 2001, p. 66.
[26] G. Bordonove, Le crociate e il regno di Gerusalemme, Milano, Rusconi, 1998, pp. 181-194.






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