Un nuovo test per una vecchia ossessione

La Russia ha compiuto un nuovo passo nella sua corsa alle armi strategiche con l’annuncio del test riuscito del Poseidon, un’arma che il Cremlino descrive come “senza eguali nel mondo”. Nelle stesse ore è stato varato il nuovo sottomarino da produrre in serie, concepito per trasportarla: un gigante silenzioso capace di muoversi nelle profondità oceaniche come piattaforma dedicata a uno dei sistemi missilistici più enigmatici mai realizzati. Questa nuova classe si aggiunge al già operativo sottomarino K-329 Belgorod varato nel 2019 ed entrato in servizio nel 2022. Dal 2023, il Belgorod è il più grande sottomarino operativo al mondo.

Il nuovo sottomarino varato ieri a Severodvinsk è pensato per poter traspostare più unita Poseidon ed appartiene ad una nuova classe di sottomarini ancora mai vista.

Il test salutato da Vladimir Putin come una dimostrazione della “forza scientifica e tecnologica russa” non è solo un’evoluzione di stampo tecnico-militare, ma un segnale politico preciso: Mosca intende riaffermare la propria centralità strategica e la parità nucleare con gli Stati Uniti (con una chiara ambizione di superiorità) in un contesto di relazioni internazionali nuovamente dominato dalla logica della competizione e della deterrenza.

L’arma che viene dal mare

Il Poseidon è, formalmente, un veicolo subacqueo autonomo a propulsione nucleare, lungo circa 24 metri e con un diametro di due. È in grado di viaggiare per 10.000 chilometri a profondità fino a mille metri, grazie a un reattore compatto e silenzioso che gli consente un’autonomia quasi illimitata. A differenza di un missile, non vola: avanza negli abissi, invisibile ai radar, fino a ridosso delle coste nemiche.

La sua testata, potenzialmente compresa tra 2 e 100 megatoni, potrebbe generare un’onda radioattiva estesa per oltre 1.700 chilometri. Secondo alcune ricostruzioni, il carico includerebbe Cobalto-60, un isotopo altamente tossico, concepito per massimizzare la contaminazione. In teoria, l’esplosione di un Poseidon potrebbe devastare porti, basi navali e intere città costiere, trasformando l’oceano in un vettore di distruzione.

Status-6 “Poseidon” (fotogramma di un video rilasciato da Mil.ru)

Il drone verrebbe trasportato e lanciato da sottomarini speciali come il Belgorod e il Khabarovsk, nuovi progetti della marina russa. Ciascuno di essi può ospitare fino a quattro droni, moltiplicando la capacità di attacco e garantendo la possibilità di una risposta nucleare anche in caso di annientamento delle basi terrestri.

Di fatti, nel linguaggio strategico russo, il Poseidon si inserisce nella dottrina che concerne le second strike capabilities, le capacità di rispondere a un attacco nucleare anche dopo un’eventuale evento ad alta distruzione sul territorio nazionale. La preferenza russa per sistemi sottomarini autonomi deriva anche dall’esperienza sovietica: durante la Guerra fredda, Mosca considerava il mare il luogo più sicuro per assicurare la possibilità di rappresaglia, lontano dai radar e dagli scudi antimissile occidentali.

Iil Poseidon, in quest’ottica, appare più come una dichiarazione di potenza che come un’arma effettiva. È concepito per sopravvivere a un conflitto totale, non per vincerlo. Il suo significato è nella minaccia che rappresenta, non nel suo impiego.

Sottomarino K-329 Belgorod

Le “armi invincibili” di Putin

Per comprendere la genesi del Poseidon occorre tornare al marzo 2018, quando Vladimir Putin, durante il discorso annuale alla nazione, annunciò una nuova generazione di armi che renderanno ogni difesa occidentale obsoleta”. Sullo schermo dietro di lui scorrevano animazioni che mostravano missili e droni colpire, non casualmente, anche la Florida.

Putin durante il discorso annuale alla nazione, 1 marzo 2018

Fu allora che comparvero per la prima volta i nomi che avrebbero segnato la retorica militare russa degli anni successivi: il missile intercontinentale Sarmat, il missile da crociera nucleare Burevestnik, il veicolo ipersonico Avangard e il drone subacqueo Poseidon. Sei progetti che Putin presentò come la risposta di Mosca allo sviluppo dei sistemi antimissile statunitensi e alla progressiva erosione degli accordi di controllo degli armamenti.

L’annuncio aveva anche un’evidente funzione politica. A pochi giorni dalle elezioni presidenziali, Putin si poneva ancora una volta quale garante della sicurezza della nazione e della rinascita scientifica del Paese, rafforzando l’immagine di una Russia capace di competere tecnologicamente con l’Occidente. Dietro le animazioni futuristiche, tuttavia, la maggior parte di queste armi era ancora in fase di sviluppo e continuano ad essere molte le perplessità sul fatto che possano mai superarla.

Tra strategia e messaggio politico

A sette anni di distanza, la narrazione di Mosca sulle proprie “super armi” si è evoluta, ma conserva la stessa logica: quella dell’esibizione di forza come strumento di pressione geopolitica. Il ritorno del Poseidon avviene in un momento non casuale: la Russia continua il suo logorante conflitto (convenzionale) in Ucraina, un isolamento crescente (che rischia di accentuarsi per via delle sanzioni secondarie più volte invocate da Trump verso i pochi alleati di Mosca) e la fine di quasi tutti i trattati che, per decenni, avevano regolato la competizione nucleare con gli Stati Uniti.

In questo contesto, il richiamo all’arma “invincibile” serve a riaffermare la centralità strategica di Mosca, ma anche a parlare a un pubblico interno quanto esterno. Quando le forze convenzionali mostrano i loro limiti, la minaccia atomica diventa una leva di compensazione, un messaggio psicologico di potenza e resistenza.

Missile ICBM RS-24 Jars durante una parata militare

Non è un caso che, dopo l’annuncio del test del Poseidon e del missile Burevestnik, Washington abbia reagito annunciando l’intenzione di riprendere i test nucleari dopo oltre trent’anni di sospensione. Il circolo vizioso “dell’azione e reazione” che segnò la Guerra fredda sembra riprendere vita: un confronto meno ideologico, ma non meno pericoloso, in cui la tecnologia diventa di nuovo linguaggio politico.

Tra mito e realtà

Dietro la retorica della “super arma”, le incognite tecniche restano enormi. Esperti e istituti di ricerca ricordano che già l’Unione Sovietica aveva sperimentato armi subacquee (e non solo) di altissimo rendimento a partire dagli anni Cinquanta, senza mai riuscire a superare gli ostacoli fisici e tecnici che queste presentavano. Le stesse simulazioni indicano che la creazione di un “tsunami artificiale” su scala continentale è fisicamente improbabile, principalmente per i problemi legati alla dissipazione dell’energia negli oceani e nel fondale.

Parata militare russa a Mosca il 9 maggio 2025

Anche il controllo e la comunicazione con un drone subacqueo a propulsione nucleare, in grado di attraversare oceani per settimane, pongono sfide ingegneristiche di enorme portata. Come già anticipato, alcuni osservatori ritengono che il Poseidon sia ancora in una fase sperimentale, più utile come strumento di pressione diplomatica che come sistema operativo.

Eppure, la sua potenza simbolica è già tangibile. Il Poseidon è il riflesso di una Russia che, sentendosi accerchiata, risponde non con l’equilibrio ma con l’eccesso: l’idea di un’arma “incontenibile”, invisibile, capace di sopravvivere alla distruzione totale. È la materializzazione di una dottrina di sopravvivenza assoluta, in cui la minaccia è garanzia di esistenza, soprattutto quando le altre garanzie vengono meno.

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