Negli ultimi mesi il dibattito politico israeliano è stato attraversato da una crescente frattura tra il ministro della Difesa Israel Katz e il capo di Stato Maggiore dell’IDF, Eyal Zamir, in un confronto che sta ormai assumendo i contorni di uno scontro istituzionale aperto. La posta in gioco è la definizione delle responsabilità per le falle che hanno permesso l’attacco del 7 ottobre 2023 e, più in generale, la capacità del governo di influenzare e indirizzare le dinamiche interne all’apparato militare.

Il Ministro della difea Israel Katz (sinistra) e il Capo di stato maggiore dell’IDF Lt. Gen. Eyal Zamir in giugno 2025. (Ariel Hermoni/Defense Ministry)

La crisi è esplosa nel momento in cui Katz ha ordinato la revisione di un rapporto redatto da un panel esterno di ex alti ufficiali dell’IDF, nel quale si denunciavano “fallimenti sistemici e di lunga durata” nella gestione dell’intelligence e nella preparazione operativa dell’IDF prima dell’attacco di Hamas. Il ministro ha congelato tutte le nomine di alto livello nelle Forze Armate fino alla conclusione della nuova revisione, una mossa che ha alimentato il sospetto, ampiamente circolato tra gli ufficiali, che l’obiettivo fosse più politico che operativo: spostare la responsabilità del disastro del 7 ottobre sulle spalle dell’esercito, preservando il governo e la figura del primo ministro Netanyahu da critiche dirette.

Dal canto suo, Zamir ha difeso il lavoro dell’esercito, sostenendo che l’IDF è “l’unica istituzione del Paese ad aver indagato seriamente sui propri errori” e rivendicando la necessità di un’inchiesta esterna e indipendente, non controllata dal governo. In risposta, Katz ha accusato il capo di Stato Maggiore di agire sulla base di pressioni di “consiglieri antigovernativi”, insinuando una politicizzazione del comando militare. Accusa, questa, definita da molti alti funzionari della Difesa come “senza precedenti” nella storia delle relazioni politico-militari israeliane.

Il conflitto istituzionale si intreccia con un secondo terreno di scontro: quello delle nomine militari. Da mesi Katz blocca o ritarda la promozione di ufficiali indicati da Zamir, insistendo nel voler promuovere figure considerate a lui vicine, come il suo segretario militare Guy Markizeno, nel tentativo di “rimodellare i vertici dell’IDF” secondo logiche di fedeltà politica, stando alle parole di alcune fonti interne. La decisione di nominare addirittura un ex alto dirigente della polizia, Yoram Halevi, a un incarico di grado equivalente a generale, contro il parere del capo di Stato Maggiore, è stata definita “un precedente pericoloso” da diversi ufficiali, che hanno paragonato il metodo di Katz al processo di politicizzazione delle forze di polizia avviato da Itamar Ben Gvir nel suo ministero.

Il Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, secondo da destra, con il ministro della difesa Israel Katz e altri ufficiali nel 2024 © Israeli Prime Minister’s Office/UPI/Shutterstock

Lo scontro ha assunto toni ancora più personali quando la stampa israeliana ha riportato che Zamir si considera “nel mirino” degli ambienti vicini al premier Netanyahu, secondo i quali il capo dell’IDF sarebbe responsabile della resistenza interna a una nuova espansione dell’operazione di terra su Gaza. Fonti citate dalla stampa israeliana hanno riferito che Zamir, in colloqui con ex vertici militari come Gabi Ashkenazi e Israel Ziv, avrebbe denunciato pressioni dirette del cerchio familiare del premier, irritato dalla sua opposizione al piano governativo per un’ulteriore conquista di Gaza City.

Parallelamente, il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir ha pubblicamente chiesto che Zamir venga rimpiazzato, accusandolo di essere circondato da un “circolo interno di estrema sinistra” e di ostacolare i piani del governo per “una vittoria totale su Gaza”. Anche questo episodio ha contribuito a rafforzare l’impressione di una pressione politica coordinata sul vertice militare.

Il risultato complessivo è un clima di crescente sfiducia reciproca, in cui il ministro della Difesa accusa l’IDF di voler sottrarre all’esecutivo il controllo sulla catena di comando, mentre l’esercito denuncia un rischio concreto di politicizzazione e ingerenze indebita della politica nelle proprie strutture. Ufficiali citati dalla stampa israeliana avvertono che, se le nomine continueranno a dipendere da logiche politiche o addirittura mediatiche, “l’IDF rischia di diventare simile alla polizia” nella sua vulnerabilità a questo tipo di ingerenze esterne, rompendo un equilibrio che in Israele è sempre stato considerato sacro.

Il Capo di stato maggiore Eyal Zamir e il Ministro della Difesa Israel Katz
(Foto: Shira Kinan, Ministero della Difesa)

A rendere il clima ancora più teso contribuisce il fatto che le responsabilità del 7 ottobre restano un nodo politico irrisolto. A oltre due anni dall’attacco, il governo Netanyahu si è opposto alla creazione di una commissione d’inchiesta statale indipendente come previsto dal precedente storico israeliano (che la vorrebbe istituita dalla Corte Suprema), preferendo istituire un comitato ministeriale sotto controllo diretto dell’esecutivo. Questa decisione è stata accolta con forte ostilità dall’opinione pubblica e dai familiari delle vittime, oltre che dall’opposizione del Paese. L’IDF, al contrario, si è già messa in moto con propri processi interni e ha adottato misure disciplinari senza precedenti, tra cui il licenziamento di tre generali e il richiamo di altri alti ufficiali, sulla base delle conclusioni del panel presieduto da Sami Turgeman.

In questo quadro, lo scontro tra Katz e Zamir non appare più come una semplice divergenza sulla gestione delle nomine, ma come il sintomo di una crisi più profonda che investe il rapporto tra leadership politica e comando militare, in un momento in cui Israele è ancora impegnato nella guerra a Gaza e deve fronteggiare rischi di escalation multipla su diversi fronti.

Il Capo di stato maggiore Eyal Zamir e il Ministro della Difesa Israel Katz. (Foto: Ariel Hermoni, Ministero della Difesa)

Queste tensioni, ormai divenute pubbliche e sempre più profonde, si inseriscono in un momento di particolare fragilità per la sicurezza israeliana e per l’intero equilibrio regionale. L’erosione del rapporto tra leadership politica e comando militare non è solo un tema interno, ma incide direttamente sulla capacità dello Stato di gestire la delicata fase attuale delle dinamiche ed equilibri regionali stabilizzatesi nell’ultimo anno. Mentre governo e vertici dell’IDF si confrontano sulla natura delle indagini, sulle nomine e sul controllo delle strutture di sicurezza, il Paese si trova infatti ad affrontare un quadro esterno complesso, nel quale proprio Israele appare il principale elemento destabilizzante. La fragilità dell’equilibrio raggiunto a Gaza rimane elevata, ma è soprattutto una riapertura più consistente del fronte settentrionale con il Libano a preoccupare gli addetti ai lavori. Una possibile nuova escalation potrebbe mettere ancora più alla prova la coesione decisionale israeliana e la credibilità delle sue scelte operative, tanto internamente che esternamente.

È in questo contesto, in cui le fratture interne si intrecciano ai rischi provenienti dai confini, che va letto il recente attacco condotto dall’aviazione israeliana su Beirut contro Hezbollah.

Soldati israeliani vicino il confine di Gaza a ottobre 2025 © Jack Guez/AFP/Getty Images

Colpo d’ala su Beirut

Domenica 23 novembre 2025, l’esercito israeliano ha condotto un attacco aereo a Haret Hreik, sobborgo meridionale di Beirut e nota raccoforte di Hezbollah, colpendo un edificio residenziale e uccidendo Haytham Ali Tabtabai, considerato il capo di stato-maggiore militare del “Partito di Dio”. Secondo il ministero della Salute libanese, l’attacco ha provocato cinque morti e 28 feriti.

Luogo di un bombardamento israeliano a Beirut, 20 settembre 2024 (AP Photo/Bilal Hussein)

Secondo l’IDF israeliana, Tabtabai era al centro del programma di ricostruzione delle forze di Hezbollah. Avrebbe comandato la maggior parte delle unità della milizia e “lavorava duramente per ristabilirle in vista di una nuovo confronto con Israele”, ha affermato il portavoce dell’IDF. Gli Stati Uniti lo avevano sanzionato già nel 2016 e posto una taglia sulla sua testa, riconoscendolo quale figura chiave dell’Organizzazione.

Da parte sua, Hezbollah ha confermato la morte di Tabtabai definendolo “grande comandante jihadista” che ha “lottato fino all’ultimo momento della sua benedetta vita”. Un funzionario del movimento, Mahmoud Qmati, ha dichiarato che l’attacco “ha superato una nuova linea rossa” e “non è che la riprova dell’inutilità dello stringere accordi con questo nemico”. Qmati ha poi avvertito che il gruppo valuterà una eventuale risposta, in coordinazione con lo Stato libanese, per “porre fine alle violazioni israeliane”.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha difeso l’operazione, affermando che Israele “non permetterà mai a Hezbollah di ricostruire le sue forze e di minacciarci di nuovo”. Al contempo, ha esortato il governo libanese a rispettare l’impegno assunto nel cessate il fuoco, ovvero lo smantellamento delle milizie armate. Tel Aviv ha poi aggiunto che l’operazione è stata pianificata ed eseguita in totale autonomia e senza quindi consultazione preventiva con gli Stati Uniti.

Appartamento colpito dal bombardamento israeliano a Beirut, 23 novembre 2025. (AP Photo/Bilal Hussein)

Il presidente libanese Joseph Aoun ha duramente condannato il raid e ha chiesto l’intervento della comunità internazionale. Secondo alcuni osservatori, l’attacco rischia di compromettere la fragile tregua raggiunta nel novembre 2024. L’accordo dello scorso novembre metteva fine ai 14 mesi di guerra fra Israele e Hezbollah, ma l’attacco di Tel Aviv mina nuovamente le speranze di stabilità in Libano e nella regione.

L’attacco giunge in un momento di alta pressione diplomatica, a pochi giorni dalla visita prevista di Papa Leo XIV in Libano, primo appuntamento estero del Pontefice, ed evento che molti avevano interpretato come un segnale di speranza per una stabilizzazione del Paese.

Nonostante Israele abbia fatto sapere di voler tenere fede all’accordo di cessate il fuoco con Hezbollah, sono in molti a suggerire che una nuova escalation sul fronte libanese fosse già in programma da tempo, favorito dall’attenuarsi della pressione su Gaza, come suggerito già la scorsa settimana dal quotidiano israeliano Haaretz. Per Amit Segal, giornalista vicino alla maggioranza di governo, una escalation contro Hezbollah is more likely than not“.

(AP Photo/Bilal Hussein)

Del resto, Hezbollah e altri osservatori della regione hanno più volte denunciato attacchi israeliani in Libano nell’ultimo anno, nonostante il già citato accordo, e che proprio nelle ultime settimane si erano intensificati. La parte meridionale del Paese è infatti teatro di attacchi e aggressioni quasi quotidiane da parte dell’IDF, mentre la capitale non era stata oggetto di alcun raid negli ultimi mesi.

Ali Rizk, security affairs analyst, ha dichiarato ad Al Jazeera di non credere che Hezbollah sia pronto o intenzionato a fare il gioco di Israele. Per Rizk, ciò significherebbe “dare a Netanyahu ciò che vuole, ovvero fornirgli una scusa per lanciare nuovamente una guerra totale contro il Libano. Ciò potrebbe favorire le possibilità politiche di Netanyahu, ma potrebbe anche rivelarsi molto costoso”.

Le prossime settimane e soprattutto i prossimi giorni saranno fondamentali per capire se l’uccisione di Tabtabai, che si inserisce nel solco delle violazioni, più o meno eclatanti, compiute dall’IDF dal novembre scorso, sarà l’inizio di una nuova stagione di rinnovata tensione e instabilità tra Beirut e Tel Aviv.

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