C’è un momento, nelle guerre lunghe, in cui il fronte interno diventa pericoloso quanto quello militare. Per l’Ucraina quel momento è arrivato. Nel giro di una settimana sono esplose due mine politiche che rischiano di travolgere l’architettura su cui Volodymyr Zelensky ha retto il paese in guerra. La prima è scoppiata a Kiev, dove gli inquirenti anticorruzione hanno fatto irruzione nell’appartamento di Andriy Yermak, l’onnipotente capo di gabinetto presidenziale e principale negoziatore. La seconda a Washington, dove sono emerse le trascrizioni delle telefonate tra l’inviato speciale americano Steve Witkoff e Yuri Ushakov, consigliere di Putin. Due dossier distinti che si sono saldati in un’unica percezione devastante: l’Ucraina perde pezzi dentro proprio mentre gli alleati preparano l’accordo fuori.

L’implosione del sistema Yermak

Andriy Yermak non era un consigliere tra i tanti. Era il consigliere. Attorno a lui ruotava l’intera macchina bellica ucraina: diplomazia, sicurezza, rapporti con Washington, gestione degli aiuti, dossier economici. Un accentramento quasi sovietico del potere sempre più insostenibile, pere quanto giustificato dall’emergenza. Le indagini che hanno portato alle sue dimissioni riguardano presunte tangenti milionarie legate alla compagnia nucleare statale Energoatom. Yermak non è ancora formalmente indagato, ma la perquisizione nella sua abitazione ha fatto saltare ogni diga, e per il presidente ucraino il danno è doppio. Sul piano interno conferma ai cittadini, stremati dai blackout e dai razzi russi su centrali elettriche ed edifici residenziali, che mentre loro stringono la cinghia qualcuno nei palazzi fa affari. Non sorprende che buona parte dell’opinione pubblica abbia accolto le dimissioni con sollievo: almeno qualcuno paga. Sul piano esterno, però, il quadro si complica. Da un lato, l’intervento degli organi anticorruzione dimostra che lo Stato ucraino non è collassato e che i meccanismi di controllo funzionano ancora, malgrado la guerra. Bruxelles lo riconosce nel rapporto 2025 sull’allargamento, pur criticando i tentativi degli ultimi mesi di limitarne l’autonomia.

Dall’altro, vedere il principale negoziatore di Kiev invischiato in un’inchiesta sulla corruzione riapre vecchie ferite nelle capitali occidentali: l’Ucraina che finanziamo con miliardi di euro e dollari è davvero riformabile? Gli aiuti sono al sicuro? La tempistica, a ridosso di una fase negoziale delicatissima, rende tutto esplosivo.

L’inviato che sussurrava al Cremlino

Mentre il canale ufficiale di dialogo con Washington si inceppa, quello informale finisce sotto i riflettori nel modo peggiore possibile. Le registrazioni delle telefonate tra Steve Witkoff, inviato speciale di Trump, e Yuri Ushakov rivelano un mediatore che non si limita a sondare il terreno ma arriva a suggerire a Mosca come “incorniciare” l’accordo. Donetsk ai russi, magari uno scambio di territori altrove, e un piano in venti punti confezionato per essere presentato a Trump come un’occasione irripetibile di successo diplomatico.

Non è solo il contenuto a essere problematico per Kiev, ma anche i toni. Witkoff parla a Ushakov come a un partner con cui mettersi d’accordo per poi convincere il terzo attore, Zelensky, ad adattarsi. Per l’opinione pubblica ucraina e per una parte del suo establishment questo basta a collocarlo più vicino alle ragioni di Mosca che a quelle di Kiev. Il fatto che Trump, interrogato sullo scandalo, abbia difeso il comportamento del suo inviato come normale tattica negoziale non ha fatto che ampliarne la percezione.

Così, mentre la Casa Bianca rassicura Zelensky che “nulla verrà deciso sull’Ucraina senza l’Ucraina”, il danno di fiducia è reale. La coincidenza temporale tra le dimissioni di Yermak e il caso Witkoff crea a Kiev la sensazione di trovarsi su un campo minato, dove il rischio principale non è solo affrontare Mosca ma anche gestire le ambiguità dei propri alleati.

Anatomia di una resa

Ed è proprio in questo contesto che è emersa la bozza di accordo in ventotto punti elaborata da Witkoff insieme a Kirill Dmitriev, amministratore delegato del fondo sovrano russo e confidente di Putin. Il documento rappresenta un’intesa di carattere coloniale tra due potenze che decidono le sorti di un paese sovrano, dividendosi beni che non controllano e tracciando confini sopra la testa di chi quei confini li ha difesi per oltre tre anni.

Sul piano territoriale, Kiev sarebbe costretta a cedere non solo i territori occupati dai russi ma anche quella parte del Donetsk ancora sotto controllo ucraino, dove vivono circa duecentomila persone. Non si tratterebbe solo di un sacrificio territoriale e umano, ma della perdita di una linea di fortificazioni che comprometterebbe la capacità difensiva ucraina nel medio periodo. Essenzialmente, la proposta ratifica le conquiste militari di Mosca e aggiunge un premio territoriale ulteriore. Sul piano politico, l’Ucraina dovrebbe indire elezioni entro cento giorni dalla firma dell’accordo. Il punto non sarebbe controverso in condizioni normali, ma il fatto che i russi abbiano voluto inserirlo rappresenta un tentativo indiretto di delegittimare Zelensky, rimasto presidente oltre la scadenza naturale in virtù della legge marziale. Avere elezioni in tempi stretti in un paese devastato da quasi quattro anni di bombardamenti significa creare instabilità e offrire a Mosca lo spazio per un’offensiva di disinformazione. Sul piano militare, il documento prevede limiti severi alle forze armate ucraine: seicento mila uomini in tempo di pace, una dimensione che molti analisti considerano insufficiente per difendere efficacemente un paese delle dimensioni dell’Ucraina. L’accordo inoltre stabilisce che l’Ucraina debba rinunciare formalmente all’ingresso nella Nato, chiudendo definitivamente quella prospettiva che per Kiev rappresentava la principale garanzia di sicurezza a lungo termine.
In cambio di queste concessioni, cosa ottiene l’Ucraina? Garanzie di sicurezza modellate sull’articolo 5 della Nato, che impegnerebbero Stati Uniti e alleati europei a considerare un attacco contro l’Ucraina come un attacco all’intera comunità transatlantica. Ma le condizioni per far scattare queste garanzie sono così articolate da renderle quasi discrezionali. Se l’Ucraina lanciasse un missile contro Mosca o San Pietroburgo, le garanzie di sicurezza sarebbero considerate nulle, una clausola che di fatto limita la capacità di deterrenza di Kiev. Sul fronte economico, cento miliardi di dollari di beni russi congelati sarebbero investiti in progetti guidati dagli Stati Uniti per la ricostruzione dell’Ucraina, con gli Stati Uniti che riceverebbero il cinquanta per cento dei benefici. Una spartizione che trasforma la ricostruzione in un affare commerciale americano più che in un atto di riparazione per l’aggressione subita. L’Europa dovrebbe contribuire con altri cento miliardi, ma la gestione resterebbe saldamente americana.
E per la Russia? Mosca verrebbe reintegrata nell’economia globale, con discussioni programmate sulla revoca delle sanzioni e il rientro nel G8. In pratica, Putin otterrebbe la riabilitazione internazionale, nuovi territori, la neutralizzazione militare dell’Ucraina e la fine delle sanzioni. In poche parole, una vittoria su tutta la linea. 

L’Europa tra solidarietà e stanchezza

Di fronte a questa bozza, le cancellerie europee hanno reagito con un misto di sgomento e calcolo politico. Francia, Germania, Regno Unito e Commissione europea hanno elaborato una controproposta che ricalca la struttura del piano americano ma ne corregge gli aspetti più coloniali. La proposta europea porta il limite alle forze armate da seicento mila a ottocentomila soldati, un numero più realistico per garantire la difesa del paese. Per quanto riguarda le cessioni territoriali, il piano europeo chiede che le trattative sugli scambi territoriali inizino dalla linea di contatto, piuttosto che predeterminare che alcune aree debbano essere riconosciute alla Russia. Una differenza sostanziale: si passa dalla resa al negoziato. Sul fronte delle garanzie di sicurezza, gli europei spingono per meccanismi più stringenti e meno discrezionali rispetto alla formulazione americana. Viene prefigurata l’istituzione di una forza di reazione rapida pronta a intervenire, riducendo la discrezionalità presidenziale prevista nella bozza trumpiana. Sul fronte economico, gli europei rifiutano che la gestione degli asset russi congelati sia monopolio di Washington e che la riabilitazione russa avvenga automaticamente. Ma la controproposta europea è arrivata tardi e resta più un esercizio di dignità politica che una vera alternativa negoziale. Come già accaduto con Gaza, l’Europa rischia di restare fuori dalla stanza dove si decide, limitandosi a emendare documenti già scritti da altri.

Per i governi europei la crisi Yermak è un problema, ma anche un test. Conferma preoccupazioni spesso espresse sottovoce sullo stato della governance ucraina. Ma enfatizzarle troppo rischia di alimentare la propaganda russa, che da anni costruisce la narrativa di un’Ucraina irrimediabilmente corrotta. Kaja Kallas, numero uno della diplomazia Ue, definisce gli scandali “estremamente spiacevoli”, ma insiste per mantenere il focus sulla responsabilità russa.

L’Europa si trova così in una posizione schizofrenica: da un lato condiziona aiuti e adesione all’Unione a progressi tangibili nella lotta alla corruzione, dall’altro non vuole che ogni crisi interna diventi un pretesto per rallentare il sostegno militare o per giustificare pressioni su Kiev perché accetti un cattivo accordo di pace dettato dall’urgenza.

Il paradosso di Zelensky

Lo scandalo potrebbe indebolire Zelensky sul fronte interno ma al contempo irrigidire la sua postura negoziale all’estero. Accettare concessioni territoriali dopo uno scandalo di questa portata verrebbe percepito come una doppia sconfitta, morale e strategica. Più è sotto pressione a Kiev, più deve mostrarsi inflessibile a Washington e Bruxelles per non essere visto come il presidente che vende il Paese mentre la sua cerchia viene travolta dagli scandali.

Questo paradosso complica i calcoli degli alleati. Se negli ambienti occidentali cresce la convinzione che la guerra non possa proseguire a questo ritmo per anni, la possibilità di spingere l’Ucraina verso un compromesso si riduce proprio a causa della crisi interna. Qualsiasi proposta che ricordi il piano Witkoff rischia di risultare politicamente ingestibile.
Dal lato russo la crisi offre terreno fertile. Il Cremlino ha parlato immediatamente di “profonda crisi politica a Kiev”, presentando la vicenda come prova definitiva dell’inefficienza del sistema ucraino. Per Mosca questa combinazione – scandalo interno e imbarazzo americano – consente di presentarsi agli attori globali come la parte responsabile pronta al negoziato, mentre l’Ucraina appare debole, instabile e manipolabile.

Tra sovranità e realpolitik

Nel breve periodo è difficile immaginare un ritorno immediato alla stabilità. Il primo scenario è quello del reset controllato: Zelensky sfrutta la crisi per rafforzare gli organismi anticorruzione, ristruttura lo staff e presenta agli alleati una nuova agenda di riforme. L’Ucraina potrebbe recuperare legittimità nel medio termine.

Il secondo è il logoramento progressivo. Le indagini si allargano, il processo di sostituzione di Yermak si rivela complicato, emergono fratture tra presidenza, parlamento e apparato militare. Kiev diventa più permeabile alle pressioni esterne mentre Mosca guadagna spazio negoziale.

Il terzo scenario, probabilmente il più realistico, è una via intermedia: Kiev resta funzionale ma fragile, gli alleati continuano a sostenere l’Ucraina ma con crescente impazienza, il negoziato procede a fasi alterne senza crolli né svolte. Ogni crisi politica interna potrebbe spostare l’equilibrio del possibile compromesso.

La somma tra scandalo corruzione e caso Witkoff ha cambiato radicalmente il contesto geopolitico in cui l’Ucraina deve muoversi. Zelensky esce indebolito in casa, osservato dagli alleati e analizzato dal Cremlino. Tuttavia, la capacità delle strutture anticorruzione di agire anche durante la guerra dimostra che lo Stato ucraino non è il guscio vuoto descritto dalla propaganda russa.

Il punto cruciale è capire se l’Ucraina saprà usare questa crisi per rafforzarsi, rendendo più trasparente e plurale il processo decisionale, o se finirà risucchiata in una spirale di instabilità che la renderà più vulnerabile alle pressioni esterne. La fase che si apre determinerà non solo il posizionamento di Kiev nei negoziati con la Russia ma anche il ruolo dell’Ucraina nella futura architettura di sicurezza europea. Con una certezza: nelle guerre lunghe, spesso è il fronte interno a cedere per primo.

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