Nonostante il cambio di denominazione voluto da Trump, da Dipartimento della Difesa a Dipartimento della Guerra, la protezione del territorio nazionale da un eventuale attacco nemico resta una priorità assoluta nei piani della Casa Bianca. Il progetto su cui Washington sta investendo più energie è il Golden Dome, un sistema di difesa multilivello e “intelligente” pensato per intercettare e neutralizzare soprattutto missili balistici, ipersonici e da crociera. L’ordine esecutivo per la costruzione di tale sistema di difesa è arrivato una settimana dopo l’insediamento di Trump alla casa bianca. Un tempismo che rivela quanto l’urgenza, alimentata dagli ultimi sviluppi geopolitici e dal deteriorarsi dell’equilibrio strategico globale, abbia messo in allerta anche Washington, oggi molto meno convinta della propria invulnerabilità.

Come illustrato nel dossier strategico-finanziario per i clienti del Centro Studi di Rivista Futura che ha analizzato i principali documenti della Casa Bianca, nel prospetto di spesa del 2026 della difesa statunitense saranno inizialmente stanziati 25 miliardi per il Golden Dome for America, di cui circa la metà per sistemi spaziali di tipo Missile Warning & Missile Tracking (MW/MT). Una cifra che prevede una crescita fino a 175 miliardi nel giro di tre anni e che potrebbe salire fino al mezzo triliardo in venti anni.

Ripartizione di budget dei sistemi spaziali per la difesa nella richiesta di budget del DoD nel 2026.
Fonte: Centro Studi di Rivista Futura (Dossier Difesa USA 2026)

I segmenti del Golden Dome

Golden Dome non è un sistema unico, piuttosto è un ombrello concettuale che racchiude più funzioni integrandole tramite sistemi intelligenti e strutture digitali complesse per raggiungere uno scopo finale: l’intercettazione di missili nemici in arrivo sul territorio nazionale. Bisogna chiarire che sarà un sistema quasi del tutto diverso dall’Iron Dome israeliano: l’area territoriale USA è oltre 400 volte più grande di quella dello stato ebraico, e il sistema di difesa di Tel Aviv è a corto raggio mentre il segretario della difesa americano Pete Hegseth e il presidente Donald Trump parlano di un complesso difensivo che, una volta al completo, potrebbe non solo intercettare missili partenti dall’altro capo del mondo ma addirittura dallo spazio.

L’architettura del Golden Dome si dividerebbe così in più segmenti con tre principali organi: i sensori, i trasportatori di informazioni e gli intercettori. Gli intercettori saranno composti da sistemi anti-missili terrestri e marittimi come i Surface-to-Air Missile (SAM) Patriot, Terminal High Altitude Area Defense (THAAD) per il medio e corto raggio, mentre l’utilizzo di missili Ground-Based Midcourse Defense (GMD) per la difesa preventiva a medio-lungo raggio.

Tutta questa potenza di fuoco deve però essere efficace e sostenibile. Colpire senza vedere o senza avere una visione ampia, accurata e veloce rende questi sistemi di difesa vulnerabili e non affidabili. La cupola funziona solo se vede tutto; e dunque l’integrazione di sensori per il rilevamento e il tracciamento in volo di minacce è fondamentale per il completamento di un sistema robusto ed efficace, così come è fondamentale avere una rete di distribuzione di informazioni nel sistema che possa garantire l’avviso di potenziali minacce nel minor tempo possibile.

L’attuale sistema SBIRS e le sue criticità

Gli occhi del Golden Dome partono dal cielo con sistemi satellitari in grado di rilevare a terra movimenti sospetti. Attualmente gli USA utilizzano lo Space Based Infrared System (SBIRS) per il rilevamento di lanci missilistici. Il sistema conta 6+2 satelliti che scandagliano il globo 24/7 per il rilevamento di missili tramite payload ad infrarosso i quali possono rilevare fonti termiche rilasciate dai razzi delle testate e avvisare del pericolo tramite tecniche di riconoscimento delle tracce. Questo sistema è stato pensato verso la fine degli anni ’90 come sostituto del Defefense Support Programm (DSP) che nel 1991, durante la Guerra del Golfo, riuscì ad avvistare il lancio di missili da parte dell’Iran verso basi americane situate a Riyadh in Arabia Saudita.

Completato nel 2022 con il lancio del satellite SBIRS GEO-6 (USA-336) il sistema conta 6 satelliti in orbita Geostazionaria per il rilevamento di lanci in aree strategiche del globo. In più, esso può contare su dai 2 ai 4 payload infrarossi montati su due satelliti classificati in orbite HEO quasi polari per scandagliare i mari del nord in caso di lanci missilistici da sottomarini. SBIRS ha la capacità di rilevare lanci a corto-medio e anche a lungo di missili balistici intercontinentali (ICBM), il sistema è pensato per calcolare traiettoria e punto di impatto con dati in real-time per avvertire e garantire un intervento immediato da parte dei sistemi anti-missilistici. I satelliti SBIRS in orbita GEO e HEO possono sorvegliare quasi l’intera superficie terrestre, rilevando le firme a infrarossi dei missili nella fase di boost, con l’unica eccezione dell’area antartica. Rispetto alle architetture precedenti come il DSP, SBIRS è in grado di fornire allerta precoce continua mentre allo stesso tempo concentra l’osservazione su specifici teatri operativi.

Immagine illustrativa creata con AI

Nonostante lo SBIRS sia il migliore sistema MW/MT al mondo, il Dipartimento della Guerra ha espresso più volte il parere di doverlo migliorare per renderlo più robusto, meno vulnerabile e capace di rilevare missili di nuova generazione con traiettorie non balistiche. Il sistema, infatti, non è stato progettato per mantenere un tracciamento persistente di testate balistiche e non-balistiche dopo la separazione dal booster, né tantomeno di vettori ipersonici manovranti o a bassissima quota. Le orbite GEO e HEO garantiscono un’eccellente copertura globale, ma non sono ideali quando si tratta di seguire in modo continuo e ad alta fedeltà traiettorie complesse e di bassa quota, soprattutto perché queste minacce generano firme infrarosse molto meno intense rispetto ai loro booster di lancio. Inoltre l’attuale costellazione è relativamente piccola e per la maggior parte in GEO espone i satelliti ad attacchi diretti da sistemi d’arma anti-satellite (ASAT) o jammers che potrebbero comprometterne l’operabilità con una facilità “disarmante”.

Di queste criticità Pechino e Mosca sono ben al corrente, tanto che hanno corso ai ripari progettando e sviluppando nuovi sistemi balistici per sfuggire alla rilevazione dallo spazio: dai missili da crociera a lunghissimo raggio e bassissima quota ai vettori ipersonici e alle testate manovranti, come i cinesi DF-17 e il YJ-19 o i sistemi russi Avangard e Kinzhal, capaci di cambiare rotta in volo e di generare firme infrarosse molto più deboli rispetto ai missili balistici tradizionali. Proprio per questo Washington avverte oggi la necessità urgente di aggiornare la propria architettura di allerta e tracciamento, passando a sistemi di nuova generazione più sensibili e resilienti.

I missili ipersonici plananti DF-17 di Pechino. Fonte: Xinhua/EPA/Shutterstock

Le nuove architetture della Golden Dome nello spazio

Il progetto di rinnovamento del sistema MW/MT parte dalla base già esistente dello SBIRS con il Next-Generation Overhead Persistent Infrared (OPIR) per integrare satelliti in GEO ed HEO con nuovi sensori IR più sensibili capaci di rilevare firme infrarosse più deboli e con architetture intelligenti pronte a integrarsi ad una costellazione multi-orbita. Questo programma è in fase di sviluppo e vedrà come protagonisti due colossi dell’aerospazio statunitense. Lockheed Martin costruirà tre satelliti destinati a posizionarsi in GEO di cui l’ultimo satellite sarà integrato con un payload infrarosso di Raytheon, mentre Northrop Grumman si occuperà dei due nuovi satelliti in orbita polare. Ad oggi Next-Gen OPIR è ben avviato con la Critical Design Review conclusa e dunque si entra in fase di integrazione, testing e validazione dei satelliti, il primo lancio è previsto per il 2027. Per completare però il progetto degli occhi nello spazio della Golden Dome, non basterà sostituire e migliorare la costellazione in GEO, il governo statunitense è da anni convinto che una struttura più complessa che comprenderà una costellazione in MEO ed una in LEO sia la soluzione migliore per garantire resilienza e più efficacia.

Gli occhi solidi in MEO

Come detto, pochi satelliti in GEO non sono sufficienti a garantire un sistema solido che possa supportare da solo attacchi nemici per questo il sistema spaziale della Golden Dome è previsto avere un numero di satelliti molto grande nell’ordine del migliaio al primo completamento per poi crescere sempre di più. Per completare ciò due layer di costellazioni saranno costruiti in MEO con la Resilient Missile Warning / Missile Tracking (MW/MT) constellation, mentre in LEO la costellazione Proliferated Warfighter Space Architecture (PWSA).

Il programma Resilient Missile Warning / Missile Tracking (MW/MT) in MEO è guidato dallo Space Systems Command (SSC) della U.S. Space Force e nasce per affiancare SBIRS e Next-Gen OPIR con una costellazione numerosa e più difficile da “spegnere”. -Una prima tranche (Epoch 1) è stata affidata a Rayethon i quali a causa di ritardi e costi crescenti sono stati tagliati fuori, mentre Millennium Space Systems (Boeing) sta per costruire i primi sei satelliti della costellazione. Il debutto operativo è slittato dal 2026 alla primavera 2027 , il passo successivo è arrivato nel maggio 2025,quando SSC ha assegnato a BAE Systems Space & Mission Systems un contratto da 1,2 miliardi di dollari per realizzare altri 10 satelliti Epoch 2, attesi in servizio intorno al 2029. Insieme, queste “ondate” di satelliti MEO dovranno garantire una copertura continua contro l’intero spettro delle minacce, dai lanci luminosi di ICBM fino ai missili ipersonici manovranti a firma IR molto più debole, costituendo lo strato intermedio e resiliente della futura architettura di allerta missilistica americana. Le architetture satellitari in MEO sono fondamentali per l’early warning in quanto hanno una vista più ampia e un tempo di sorvolo più lungo su una determinata area rispetto ai satelliti in LEO, mentre migliorano la latenza e riescono a rilavare tracce termiche meno forti rispetto ai satelliti in GEO. Per il governo americano, tuttavia, piazzare una ventina di satelliti in MEO non basta ad avere un sistema perfetto per prevenire un attacco missilistico. Di fatto, con l’utilizzo di testate nucleari basterebbe un solo missile a passare le difese americane per causare una catastrofe, per questo il più ampio dispiegamento di satelliti sarà in orbita LEO, con una costellazione multifunzione per il rilevamento, la trasmissione e la protezione degli asset spaziali.

Campo di visione dei satelliti posti su diverse orbite. Fonte: Air & Space Force Magazine

Una costellazione in LEO per perfezionare il sistema

La Proliferated Warfighter Space Architecture (PWSA) è sicuramente l’architettura più ambiziosa che sarà integrata alla Golden Dome for America; la nuova mega–costellazione in orbita bassa della Space Development Agency è pensata per sostituire definitivamente il vecchio modello basato su pochi satelliti grandi e vulnerabili con una rete di centinaia di piattaforme piccole, economiche e rimpiazzabili, lanciate a tranche ogni due anni. La Tranche 0, avviata tra il 2023 e il 2024, ha messo in orbita i primi 28 satelliti dimostrativi: i nodi del Transport Layer, realizzati principalmente da York Space Systems e Lockheed Martin, con terminali ottici laser per creare una rete mesh globale, e i primi satelliti del Tracking Layer, costruiti da SpaceX (con payload IR forniti da Leidos) e da L3Harris, progettati per intercettare le firme infrarosse di missili balistici e ipersonici già dalle prime fasi di volo. Tutti i lanci della tranche inaugurale sono stati effettuati da SpaceX con vettori Falcon 9 dalla Vandenberg Space Force Base.

Con la Tranche 1, la prima pienamente operativa, la costellazione cresce a oltre 154 satelliti: 126 per il Transport Layer, costruiti da York, Lockheed Martin e dal team Northrop Grumman–Airbus US, equipaggiati con payload a laser-link, comunicazioni in banda Ka e capacità Link-16 (una rete di comunicazione dati tattica sicura e criptata) direttamente dal LEO e 28 satelliti Tracking, affidati a L3Harris e Northrop Grumman, con sensori IR più sensibili e ampio campo visivo (WFOV) pensati per tracciare anche minacce a bassa firma come gli hypersonic glide vehicle (HGV). I primi 21 satelliti di Tranche 1 Transport sono stati lanciati con successo a settembre 2025 tramite Falcon 9, seguiti da ulteriori lanci nel trimestre successivo, sempre sotto la gestione Space Systems Command + SDA.

La Tranche 2, prevista per il 2026–2027, rappresenta il vero salto di scala: oltre 550 satelliti, suddivisi in tre famiglie del Transport Layer, Alpha, Beta e Gamma, costruite rispettivamente da Northrop, York, Lockheed e Tyvak, ognuna con payload di comunicazione progressivamente più avanzati. Inoltre un potenziamento sostanziale del Tracking Layer, con 54 nuovi satelliti dotati di sensori IR sia wide sia medium field of view, pensati non solo per l’allerta precoce ma per fornire dati abbastanza precisi da diventare parte del preliminary fire control della difesa antimissile americana. A completare l’architettura arriveranno anche i primi elementi del Custody Layer (sensori multi-INT per tracciare bersagli mobili terrestri e navali) e del Navigation Layer, cioè un’alternativa militare al GPS in scenari degradati o contestati. Ad Aprile l’SDA ha aperto il bando per la Tranche 3 che prevede di ampliare principalmente il Tracking Layer tramite almeno 54 nuovi satelliti con lancio previsto per il 2029. Sembra che da bando tre agenzie siano state scelte per la progettazione di 18 su 54 satelliti ma che l’SDA abbia attualmente i fondi bloccati o in ritardo a causa dello shutdown durato ben 44 giorni.

Uno degli obiettivi strategici della SDA è riuscire a integrare pienamente i dati del Tracking Layer con le altre capacità spaziali di allerta missilistica, così da fornire soluzioni di fire control estremamente precise per le attuali e future operazioni di difesa. Questa funzione sarà affidata ai moduli di battle management, command, control and communications (BMC3) installati su ogni satellite del Tracking Layer: veri e propri centri di elaborazione orbitanti, in grado di processare i dati dei sensori, fondere le informazioni provenienti da più satelliti della costellazione in una traccia tridimensionale del missile e gestire le attività operative in tempo reale.

Le minacce e le sfide per la Golden Dome

Le costellazioni in LEO aumenteranno sensibilmente la resilienza della futura architettura di allerta missilistica del Pentagono, ma da sole non saranno sufficienti a compensare la crescita delle minacce contro lo spazio. Anche se numerosi e distribuiti, questi satelliti restano infatti esposti a attacchi non cinetici, come il jamming a radiofrequenza (RF) e le armi a microonde ad alta potenza (HPM), capaci di colpire contemporaneamente più sistemi in orbita bassa nel giro di pochi secondi.

Il jamming RF comprende sistemi terrestri o spaziali in grado di utilizzare specifiche frequenze radio per bloccare o degradare i collegamenti tra i satelliti e le stazioni di controllo a terra: nel caso del downlink aumentando il “rumore” del segnale fino a renderlo inutilizzabile per gli utenti, nel caso dell’uplink interferendo con i comandi inviati ai satelliti. Sebbene storicamente mirati soprattutto ai satelliti ad alto valore in GEO e ai sistemi SATCOM, queste tecniche rappresentano una minaccia crescente anche per le costellazioni LEO.

Ancora più insidiose sono le armi High-Power Microwave (HPM), una minaccia emergente per i sistemi in orbita bassa. Emettitori basati a terra, installati su navi, aerei o persino su altri satelliti possono generare impulsi a microonde in grado di disturbare l’elettronica di bordo o causare danni permanenti ai circuiti e ai processori, provocandone il malfunzionamento o la distruzione. Il loro meccanismo di ingaggio consiste nell’indurre un accumulo di energia all’interno di componenti sensibili oltre la soglia di tolleranza, portandoli a spegnersi o letteralmente bruciarsi.

Oltre alle minacce che i sistemi spaziali dovranno affrontare la vera challenge sarà integrare a questi satelliti algoritmi intelligenti, sistemi di comunicazione veloce e sensori altamente tecnologici, tutto ciò per affrontare la nuova sfida della Guerra 3.0 che sempre più viene combattuta da lontano, come ci mostrano le attuali guerre in Ucraina e Medio oriente, con lanci di dispositivi manovrabili sempre più agili e autonomi come i droni e soprattutto la nuova generazione di missili guidati.

Come già detto, Cina e Russia hanno sviluppato un’intera generazione di armi pensate per sfuggire alla rilevazione orbitale: dai missili da crociera supersonici a bassissima quota, difficili da vedere per via della loro firma IR molto debole, ai missili ipersonici oltre Mach 5, capaci di volare lungo traiettorie basse nell’atmosfera e di manovrare per rendere impossibile qualsiasi previsione lineare del loro percorso. Queste armi possono essere lanciate da piattaforme terrestri mobili, navi, bombardieri o persino inserite in schemi di bombardamento orbitale frazionale (lanciare una testata nucleare in orbita terrestre e rilasciarla verso il bersaglio in un secondo momento), riducendo ulteriormente la possibilità che generino una firma termica riconoscibile dai sensori USA.

La differenza rispetto ai missili balistici classici è grande: mentre un ICBM tradizionale sale oltre i 300 km nello spazio, per poi scendere sul target seguendo un arco altamente prevedibile, un vettore ipersonico può restare a 30–50 km di quota, o anche meno, sfruttando la curvatura terrestre per nascondersi ai radar di superficie e mantenere una firma IR limitata. Anche i missili da crociera condividono queste caratteristiche: volano bassi, lasciano poche tracce e possono cambiare rotta più volte, riducendo i tempi di reazione di chi deve individuarli e tracciarli.

Questo scenario ha costretto Washington a ripensare radicalmente l’intera architettura di allerta, perché oggi le minacce da monitorare non sono più un’unica categoria di missili balistici prevedibili, ma almeno cinque famiglie distinte elencati per livello di minaccia dal più basso al più alto:

  • i vettori balistici tradizionali.
  • i missili con testate multiple indipendenti (MIRV).
  • le testate manovranti (MaRV) che modificano la traiettoria in fase terminale tramite un secondo stadio manovrabile del missile che contiene la testata.
  • i missili boost-glide ipersonici, che una volta rilasciati dopo la fase iniziale di boost, planano nell’atmosfera a Mach 5+ seguendo rotte non balistiche e manovrabili, ne è un esempio il DF-17 cinese o l’Avangard russo.
  • infine i missili da crociera, alimentati a propulsione a getto e progettati per rimanere nascosti e altamente manovrabili per buona parte del loro profilo di volo, come il cinese YJ-19.
Missili da crociera cinesi YJ-19 alla parata tenutasi a Pechino il 3 Settembre per l’80° anniversario della fine della II Guerra Mondiale. Fonte: REUTERS

La combinazione di bassa quota, elevata velocità, manovrabilità e firme IR deboli rende queste armi molto più difficili da tracciare rispetto ai missili del passato. È proprio questa evoluzione delle minacce, dai MIRV alle MaRV, dagli HGV ai cruise a lunghissimo raggio, a spingere gli Stati Uniti verso una nuova generazione di sensori spaziali per monitorare tutte le minacce possibili tramite Next-Gen OPIR, resilient MW/MT in MEO e la costellazione in LEO PWSA, pensati per restituire un vantaggio oggi messo seriamente in discussione.

Lascia un commento

In voga