“… e dall’equipaggio dell’Apollo 8, chiudiamo con buonanotte, buona fortuna, buon Natale e che dio benedica tutti voi sulla meravigliosa Terra”.
Dopo aver recitato un versetto del libro della Genesi, così il comandante della missione Apollo 8, Frank Borman, concluse il live broadcast durante la vigilia di Natale del 1968, quando insieme al pilota del modulo di comando James Lovell e il pilota del modulo lunare William Anders, per la prima volta l’umanità raggiunse l’orbita lunare, permettendo ai tre piloti di osservare la terra nella sua interezza, fare una decina di giri intorno alla Luna e tornare a casa.

Sono passati 58 anni da quel momento storico, 54 dall’ultima volta che abbiamo messo piede su quel “piccolo” agglomerato roccioso ricoperto di regolite che ci ruota attorno e da quel giorno l’umanità non ha smesso mai di sognare un ritorno. Sì, perché il legame fra l’uomo e la luna è una relazione antichissima, perché la Luna è la cosa più “umana” nel cielo: la vediamo cambiare forma a occhio nudo, con un ritmo che sembra fatto apposta per essere raccontato. La Luna è il nostro primo “altrove”: abbastanza vicina da essere sognata e misurata, abbastanza lontana da costringerci a crescere. Ed è proprio alla vigilia di Natale che il sogno dell’umanità si è avverato, Apollo 8 aprì la strada a un esplorazione fantastica ricca di scoperte preziose e miglioramenti tecnologici e se si parla di Artemis II non si può che ricordare la grande analogia di queste due missioni pionieristiche, più simili che mai nonostante un mondo che ha cambiato radicalmente la sua natura per sempre.
Alla ricerca dell’ambizione perduta
Artemis II sarà una missione esplorativa, la prima con equipaggio del programma Artemis che punta a stabilire una presenza continua e duratura dell’uomo sul nostro satellite. Si tratta di un test di profondità, per capire concettualmente e praticamente quali sono gli strumenti e gli approcci adatti per poter portare l’uomo sulla Luna con Artemis III. Quattro sono gli astronauti incaricati di partire per la Luna percorrere un orbita attorno ad essa e fare ritorno al decimo giorno:
- Il Comandante della missione, Gregory Reid Wiseman: il suo cognome lo precede, veterano della Marina USA e astronauta NASA dal 2009, ha già vissuto e lavorato sulla ISS come flight engineer (Expedition 41, 2014).
- Il pilota Victor J. Glover: Astronauta NASA dal 2013, ex pilota collaudatore della Marina, ha volato come pilota della missione SpaceX Crew-1 verso la ISS. In Artemis II è il pilota incaricato di gestire le fasi critiche di navigazione e conduzione del veicolo nel viaggio lunare.
- La specialista Christina Koch: Ingegnere e astronauta NASA dal 2013, ha trascorso 328 giorni consecutivi sulla Stazione Spaziale, un record di durata per una donna. Porta in Artemis II esperienza operativa “a lungo termine” nello spazio profondo, fondamentale per testare i sistemi di vita di Orion.
- Lo specialista Jeremy Hansen: Astronauta dell’Agenzia Spaziale Canadese, con background da pilota militare, volerà su Artemis II diventando il primo canadese diretto verso la Luna. Il suo ruolo rafforza la dimensione internazionale del programma Artemis e la collaborazione NASA-CSA.

Esperienza, carattere e virtù. Queste sono state le scelte della NASA per il team che farà da apripista al programma Artemis con equipaggio, è il tipo di squadra che non serve a “fare notizia”, ma a ridurre l’incognita più importante: far funzionare Orion con persone a bordo, lontano dalla Terra.
Il piano di Artemis II
Come già detto, Artemis II è una test mission per dimostrare le capacità dello Space Launch System (SLS), il vettore pesante sviluppato dalle menti della National Aeronautics and Space Administration e soprattutto di Orion un Multi-Purpose Crew Vehicle (MPCV) sempre sviluppato dalla nasa che trasporterà l’equipaggio durante il fly-by lunare e lo farà riatterrare a casa sano e salvo. L’obiettivo dunque non è atterrare, ma verificare che nel vero ambiente di spazio profondo tutti i sistemi necessari a missioni lunari con persone a bordo funzionino come previsto.
NASA indica per Artemis II un lancio “No Later Than April 2026”, questa affermazione non è un capriccio ma una vera e propria necessità. Per un viaggio di esplorazione spaziale bisogna calcolare diversi fattori:
- Allineamenti Terra-Luna;
- Condizioni di rientro e recupero (Orion ammarerà nell’oceano e spesso si preferisce luce diurna per facilitare localizzazione, sicurezza e operazioni delle squadre di recupero);
- Finestre giornaliere di poche ore dentro a finestre “mensili” più strette, tipiche dei lanci verso la Luna (quando l’allineamento e i vincoli di rientro si sommano);
Insomma, anche quando esiste la finestra bisogna centrare il giorno e l’orario perfetto.

La missione si divide in 5 fasi principali:
- Decollo e immissione in orbita terrestre: tramite l’SLS in configurazione leggera (Block 1) la navicella Orion contenente l’equipaggio verrà immessa in orbita terrestre ellittica con altitudine tra i 185 e i 2250 km ed una volta separatasi definitivamente dai primi stadi di SLS continuerà a orbitare una volta attorno alla terra per poi innalzare la sua altitudine (utilizzando una manovra di spinta propulsiva nell’intorno del perigeo) tramite lo stadio finale dell’SLS chiamato interim cryogenic propulsion stage (ICPS), un propulsore a propellente liquido LH/LO (liquid hydrogen/liquid oxygen) capace di apportare una spinta pari a circa 110 kN, costruito in cooperazione con Boeing e United Launch Alliance.
- Check dei sitemi:
- Per l’ultimo giro attorno alla terra l’ICPS porterà la navicella in High Earth Orbit con un apogeo di quasi 10mila km, a questo punto Orion si staccherà dall’ultimo stadio che prima di rientrare ed essere smaltito in atmosfera terrestre, sarà utilizzato come primo test per una dimostrazione di operazioni di prossimità con controllo manuale della navicella Orion. L’equipaggio utilizzerà le telecamere di bordo di Orion e la vista dai finestrini della navicella spaziale per allinearsi con l’ICPS mentre si avvicinano e si allontanano dallo stadio per valutare le qualità di manovrabilità di Orion e i relativi hardware e software.
- Nelle prime fasi, ancora vicino alla Terra, l’equipaggio userà la lunga orbita ellittica (circa 24 ore di orbita) per mettere alla prova i sistemi di supporto vitale: produzione di aria respirabile e rimozione di CO₂ e vapore acqueo generati da respirazione, voce ed esercizio. I test copriranno sia i picchi metabolici durante l’allenamento sia i minimi durante il sonno, includendo anche il passaggio tra modalità tuta e modalità cabina, per verificare l’intero range operativo prima del flyby lunare.
- In parallelo, Orion verificherà comunicazioni e navigazione: durante l’orbita ellittica uscirà brevemente dal raggio dei GPS e dei satelliti Tracking and Data Relay Satellites (TDRS) della rete Space Network per collaudare in anticipo le capacità del Deep Space Network, che sarà poi essenziale per parlare con l’equipaggio, ricevere immagini e inviare comandi quando la navetta sarà diretta verso la Luna.
- L’ultima spinta: Dopo aver completato le verifiche iniziali, Orion eseguirà la manovra di propulsione successiva: la Translunar Injection (TLI). Poiché l’ICPS avrà già portato la navetta in un’orbita terrestre molto alta, sarà il modulo di servizio della Orion a fornire la “spinta finale” per inserirla sulla traiettoria verso la Luna. Questa manovra avvierà un viaggio di circa quattro giorni verso la Luna, passando anche dietro il suo emisfero nascosto: la traiettoria descriverà una sorta di “otto”, estendendosi oltre 230.000 miglia dalla Terra, prima che Orion inizi il ritorno verso casa.
- Verso la Luna e indietro: Nel resto del viaggio, gli astronauti continueranno a valutare i sistemi della navicella: metteranno in pratica le operazioni di uscita dalla Terra e di rientro, proveranno procedure di emergenza e testeranno anche il rifugio anti-radiazioni, oltre ad altre attività di verifica. La crew di Artemis II arriverà a circa 7500 km oltre il lato nascosto della Luna: da quel punto, dalle finestre di Orion, potrà vedere la Luna in primo piano e la Terra sullo sfondo (come nella foto Earthrise), quasi a 400mila di km di distanza. Il rientro durerà circa altri quattro giorni e la missione nel complesso circa 10 giorni. Il ritorno non richiederà una grande manovra di propulsione perché la traiettoria è “economica”: sfrutta il campo gravitazionale Terra-Luna e, dopo il passaggio dietro la Luna, la gravità terrestre riporterà naturalmente Orion verso casa nella fase di free return.
- Atterraggio: Artemis II si chiude con un ammaraggio nel Pacifico: Orion rientra nell’atmosfera, lo scudo termico la protegge dal calore estremo e poi una sequenza di paracadute la rallenta fino al contatto con l’acqua. Subito dopo arrivano le squadre di recupero, mettono in sicurezza la capsula e riportano a bordo l’equipaggio.
Un razzo per la storia: Space Launch System
Dunque chiariti i concetti di missione rimane una domanda sola, ma come è possibile lanciare 4 esseri umani nello spazio, farli orbitare due volte attorno alla terra per poi spingerli con forza verso la Luna, circumnavigarla e viaggiare indietro verso casa facendoli rientrare sani e salvi dentro una navicella che accenderà l’atmosfera? L’umanità nel corso di questi 58 anni ha subito un evoluzione tecnologica radicale e l’SLS e l’Orion sono la punta di diamante di questa evoluzione.
Lo Space Launch System è un vettore di lancio pesante sviluppato da NASA in collaborazione con altre aziende come la L3Harris che fornisce i motori per lo stadio principale e per l’ICPS e Boeing che fornisce gli stadi paralleli secondari per il lift-off. Esistono varie configurazioni, per Artemis II è stata scelta la configurazione Block 1 con equipaggio. Il vettore è alto 98,27 m, con una massa a pieno carico di 2.604 tonnellate. Al decollo sviluppa una spinta di circa 36,8 MN di spinta (fino a 39,1 MN al picco) e può trasportare circa 95 t in orbita terrestre bassa e oltre 27 t verso la traiettoria translunare.

Per il lift-off sono previsti due booster laterali e il corpo centrale che lavorano in parallelo, spingendo contemporaneamente. I due booster solidi a cinque segmenti dominano i primi istanti del volo e forniscono circa il 75% della spinta totale: è la fase in cui serve vincere la massa quasi totale del veicolo e attraversare la parte più densa dell’atmosfera nel modo più rapido e controllato possibile. Ogni booster, carico, è nell’ordine di 726 t, brucia per circa 126 s e sviluppa circa 14,7 MN di spinta al decollo (fino a circa 16,0 MN al massimo). Il profilo di spinta non è “piatto”: è modellato per gestire i carichi aerodinamici, con una modulazione che aiuta a superare il tratto più critico del volo (il massimo stress aerodinamico) senza uscire dai limiti strutturali. Quando i booster esauriscono la combustione avviene la separazione. Nel profilo descritto, avviene dopo circa due minuti, attorno a 45,2 km di quota, con il veicolo a circa Mach 4,3. Per assicurare un distacco netto e prevedibile entrano in gioco i motori di separazione: sono 16 piccoli propulsori (8 per booster) che si accendono per frazioni di secondo, ognuno con una spinta di circa 89 kN, giusto il tempo di allontanare i booster dal Core Stage e impedire qualunque contatto.

A quel punto resta protagonista il Core Stage. È alto 64,6 m e largo 8,41 m, e contiene volumi enormi di propellente: circa 2,03 milioni di litri di idrogeno liquido e circa 742 mila litri di ossigeno liquido, per una massa di propellenti prossima a 998 t. Lavora per circa 480 s, cioè quasi otto minuti, completando il compito che i booster iniziano: trasformare la spinta iniziale in velocità e quota “utili”, fino a portare l’insieme nelle condizioni necessarie per separare lo stadio superiore. La spinta del Core Stage arriva da quattro RS-25: motori ad alte prestazioni pensati per essere modulabili e stabili, qualità essenziali quando la priorità non è solo “spingere”, ma farlo in modo controllato con un equipaggio a bordo. Ogni RS-25 fornisce circa 1,86 MN al decollo e può arrivare fino a circa 2,28 MN al massimo; insieme, durante la fase di funzionamento, consumano propellente a un ritmo indicato nell’ordine di 5.678 L/s, con gas di scarico che raggiungono velocità dell’ordine di 15.450 km/h.
Sopra il Core Stage entra poi in scena l’ICPS (Interim Cryogenic Propulsion Stage), lo stadio superiore della versione Block 1: circa 13,7 m di altezza e 5,09 m di diametro. Come già descritto è lui che “scolpisce” l’orbita iniziale di Orion dopo la separazione del core, grazie a un motore RL10C-2 da circa 110 kN di spinta massima. Nel profilo della missione, l’ICPS effettua accensioni successive (una breve, poi una più lunga) per alzare progressivamente l’orbita fino a quella ellittica alta che consente i checkout dei sistemi prima della partenza verso la Luna; quindi Orion si separa per proseguire la sequenza missione.
Il senso di questa architettura, messa tutta insieme, è che SLS è costruito per massimizzare spinta quando serve e precisione quando conta: prima la potenza dei booster, poi la spinta controllata del Core Stage, infine la rifinitura orbitale dell’ICPS per consegnare Orion alle fasi di missione successive. E mentre questa catena si compone e si separa con tempi e distanze “chirurgiche”, il sistema porta il veicolo a velocità dell’ordine di decine di migliaia di km/h nel contesto della fase di spinta legata alla traiettoria lunare: numeri che trasformano l’idea. quattro persone che vanno e tornano dalla Luna, in un profilo di volo realizzabile, ripetibile e, soprattutto, progettato per riportarle a casa.
Il confine tra l’uomo e lo spazio: Orion
Orion è il “veicolo abitabile” di Artemis II: la parte del sistema che non deve solo volare, ma tenere in vita quattro persone e riportarle a casa. NASA la descrive come una navicella capace di offrire spazio vitale per 4 astronauti fino a 21 giorni senza attraccare ad altri veicoli, grazie a progressi su supporto vitale, avionica, energia e protezione termica. La sua architettura è divisa in blocchi con compiti netti.

In cima c’è il Launch Abort System, la torre di fuga che, in caso di emergenza durante lancio e ascesa, può strappare via il Crew Module dal razzo e mettere distanza tra equipaggio e vettore; una volta raggiunta un’ascesa nominale viene separata e non serve più.
Il Crew Module (la capsula) è la parte pressurizzata dove vive l’equipaggio ed è anche l’unica che rientra: la sua struttura portante è il pressure vessel, realizzato unendo sette grandi elementi in lega di alluminio con saldatura “friction-stir” per ottenere una cellula leggera e stagna; all’esterno, le fiancate coniche sono protette dal backshell, rivestito con circa 1.300 piastrelle di protezione termica in fibra di silice per resistere sia al freddo dello spazio sia al calore del rientro. Sotto, la capsula monta lo scudo termico ablativo più grande del suo tipo, di circa 5,0 m di diametro: durante il rientro, quando Orion entra in atmosfera a circa 40.200 km/h e affronta temperature prossime a 2.760 °C, il materiale ablativo (Avcoat) “consuma” la propria superficie in modo controllato, portando via calore e proteggendo la struttura.
A completare il “guscio” c’è il Forward Bay Cover, che protegge la parte alta della capsula e i paracadute durante lancio, volo orbitale e rientro, e viene espulso dopo il rientro a circa 7,0 km di quota per consentire l’apertura del sistema di frenata. Per guidare la capsula nella fase finale, quando il Crew Module si separa dal modulo di servizio, entrano in gioco 12 piccoli propulsori del sistema di controllo d’assetto: servono a orientare correttamente Orion con lo scudo termico “in avanti” e a mantenerla stabile durante la discesa.
Dentro, l’abitacolo è organizzato attorno a una struttura interna (“backbone assembly”) che funge da pavimento e punto di fissaggio dei sedili e dei vani di stivaggio; i quattro sedili sono regolabili e progettati per adattarsi a quasi tutta la popolazione, mentre le dotazioni includono acqua potabile e preparazione cibo, un comparto igienico compatto e un dispositivo per l’esercizio fisico. Per eventi di radiazione (ad esempio brillamenti solari) la capsula prevede una procedura di riparo: l’equipaggio può sistemarsi vicino a vani di stivaggio usando i materiali densi a bordo come schermatura.
La conduzione è pensata per ridurre complessità e ingombro: l’equipaggio gestisce la navicella con tre schermi principali, circa 60 interruttori fisici e controlli manuali dedicati (rotazionali e traslazionali), con procedure elettroniche integrate per attività quotidiane ed emergenze. A rendere tutto questo sostenibile ci sono i sistemi di supporto vitale: un sistema rigenerabile rimuove anidride carbonica e umidità, mantiene aria pulita, temperatura e pressione, e monitora l’ambiente interno; inoltre le tute del Crew Survival System possono interfacciarsi al supporto vitale e mantenere gli astronauti in vita fino a sei giorni in caso di depressurizzazione della cabina.

Il rientro si chiude con la “coreografia” dei paracadute: l’atmosfera frena Orion da circa 40.200 km/h a circa 523 km/h, poi un sistema di 11 paracadute si apre in sequenza precisa fino a ridurre la velocità a circa 32 km/h per l’ammaraggio nel Pacifico. Sotto la capsula, infine, c’è l’European Service Module (ESA), costruito da Airbus: è la centrale energetica e propulsiva del veicolo, perché fornisce elettricità (con quattro ali di pannelli solari e circa 15.000 celle), controllo termico con radiatori e scambiatori, e soprattutto propulsione con 33 motori complessivi (un motore principale per le manovre maggiori, 24 propulsori di controllo e 8 ausiliari per manovre e ridondanza), garantendo a Orion la capacità di andare “intorno alla Luna e tornare”, e anche di gestire scenari di emergenza quando la torre di fuga non è più disponibile.
2026 sarà Luna?
Sul piano ufficiale, la bussola resta chiara: NASA indica Artemis II non oltre aprile 2026 e ha comunicato quello come target dopo l’analisi sullo scudo termico. Sul piano probabilistico, molti osservatori e media di settore parlano di un intervallo tra febbraio e aprile 2026, con febbraio come possibilità “se tutto fila liscio” e aprile come riferimento più conservativo (coerente con la comunicazione NASA). Detto in modo pratico: la data esatta dipenderà dal completamento del flusso di integrazione (SLS+Orion), dalle campagne di test a terra, e dalle finestre di traiettoria e recupero. Ma oggi la risposta più onesta è: finestra principale inizio 2026, con vincolo pubblico “entro aprile 2026”.
In fondo, Artemis II è questo: la dimostrazione che l’esplorazione umana non è più un “colpo” irripetibile, ma un’architettura che torna a funzionare. SLS concentra in pochi minuti un’energia immensa e la trasforma in una traiettoria precisa; Orion prende quella traiettoria e la rende abitabile, gestibile, sicura, fino al punto più delicato di tutti: il ritorno, quando la fisica si fa incandescente e la tecnologia deve essere perfetta. È qui che si misura davvero il salto di questi decenni: non nel gesto spettacolare, ma nella capacità di progettare margini, ridondanze, procedure e recupero, sapendo che dentro quei numeri ci sono persone.
E se Apollo 8, nella Vigilia del 1968, ci ha insegnato cosa significa “arrivare” alla Luna, Artemis II prova a rispondere alla domanda successiva: come si fa a tornarci bene, e poi tornarci costantemente. Perché la vera svolta non è compiere un giro attorno a un altro corpo: è dimostrare che possiamo trasformarlo in un percorso, in un metodo, in un futuro possibile.






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