Arriva un momento, nella storia delle grandi potenze, in cui l’economia interna torna ad essere un fattore importante tanto quanto la politica estera ed il prestigio militare. Ciò avviene, inesorabilmente, in concomitanza con il declino delle potenze stesse, che tornano con i piedi per terra dopo che fragorose umiliazioni hanno risvegliato le rispettive popolazioni dai propri sogni di gloria.

In Iran, quel momento è ora. Le ondate di manifestanti che da ormai quasi due settimane si riversano nelle strade di tutto il paese non chiedono più diritti civili, ma “morte al dittatore”. E ad accendere la miccia, senza mezzi termini, è stato il più banale e semplice dei problemi: una profonda e apparentemente irreversibile catastrofe economica.

Dagli scioperi al Gran Bazar alle decine di morti: cronaca di un’escalation

Le proteste hanno avuto inizio il 28 dicembre, quando consistenti gruppi di commercianti, imprenditori e cittadini comuni hanno disertato le proprie attività contro il crollo verticale del rial, la moneta locale iraniana, con un impietoso tasso di cambio sul dollaro fissato a 1.45 milioni.

In men che non si dica, le pacifiche rimostranze del ceto medio iraniano si trasformano in un caos quasi senza precedenti. Il 31 dicembre, le proteste si erano già diffuse in oltre la metà delle province iraniane, con fiumi di manifestanti di tutte le età coinvolti in numerosi scontri con le forze di polizia. La situazione deflagra definitivamente quando vengono ufficializzati i primi due decessi: la morte di Dariush Ansari Bakhtiariwand e Amirhesam Khodayarifard, uccisi a colpi di fucile dalle Guardie Rivoluzionarie rispettivamente a Fuladshahr e Kuhdasht hanno segnato l’inizio di un’escalation che ha portato a stime che si avvicinano ai 40 morti.

Il 1° gennaio, il tasso di violenza è aumentato drasticamente. Si registrano morti ad Azna (incluso un minore di 15 anni), Lordegan e Nurabad, e dal giorno seguente le proteste hanno raggiunto 22 province, estendendosi anche a Sistan e Baluchistan. Il 3 gennaio, la Guida Suprema Ali Khamenei ha rotto il silenzio e invitato a distinguere tra “protesta legittima” e “rivolta”. Ha definito i manifestanti “rivoltosi” che devono essere “messi al loro posto”. Lo stesso giorno, l’IRGC ha assaltato l’ospedale Imam Khomeini a Malekshahi per arrestare i manifestanti feriti prima che essi potessero disporre delle cure ospedaliere. Il 5 gennaio, infine, il Capo della Magistratura Mohseni Ejei ha ordinato ai procuratori di agire con “fermezza e senza clemenza”, mentre il 6 gennaio, si sono verificati pesanti scontri nel Gran Bazar di Teheran, dove le forze dell’ordine hanno sparato gas lacrimogeni nei corridoi del mercato e nelle stazioni della metropolitana per disperdere i sit-in. Oggi il numero delle vittime ha superato le 35 unità, con oltre 1.200 arresti documentati.

La scure economica

L’economia della Repubblica Islamica dell’Iran attraversa una fase di turbolenza senza precedenti, caratterizzata da una profonda scollatura tra le proiezioni delle istituzioni finanziarie internazionali e le condizioni materiali vissute dalla popolazione. Il Fondo Monetario Internazionale, nel suo World Economic Outlook di ottobre 2025, delineava uno scenario di crescita marginale, stimando un incremento del Prodotto Interno Lordo reale dell’1,1% per il 2026, dopo un modesto 0,6% registrato nel 2025. Tuttavia, queste cifre riflettono una visione puramente statistica che spesso non tiene conto della fragilità delle infrastrutture e della volatilità geopolitica estrema che ha colpito il paese a seguito del conflitto di giugno 2025.

le valutazioni della Banca Mondiale dipingono un quadro estremamente più cupo, prevedendo una contrazione del PIL dell’1,7% per il 2025 e un ulteriore calo del 2,8% per il 2026. Questa divergenza analitica è fondamentale per comprendere la situazione iraniana: mentre l’economia formale legata alle esportazioni di petrolio verso la Cina sembra mostrare una certa resilienza volumetrica, l’economia reale non petrolifera è soffocata da una combinazione di sanzioni “snapback”, carenze energetiche croniche e una svalutazione monetaria che ha reso il rial virtualmente inutilizzabile come riserva di valore.   

Il PIL nominale dell’Iran è stimato a circa 375,64 miliardi di dollari per il 2026, un valore che, sebbene lo collochi ancora tra le prime 50 economie mondiali, rappresenta un crollo drammatico rispetto ai circa 600 miliardi di dollari del 2010. Se analizzato in termini di parità di potere d’acquisto, il PIL raggiunge gli 1,93 trilioni di dollari, un dato che riflette l’ampia rete di sussidi interni che il governo fatica sempre più a mantenere. La pressione inflazionistica rimane la sfida più immediata, con proiezioni ufficiali del 42,4% per i prezzi al consumo, sebbene l’inflazione alimentare abbia già superato di molto la soglia critica del 50% a settembre 2025.

Quando la potenza non basta… o non c’è più

Ma perché, oggi, l’economia è un problema per gli iraniani? Come accennato in precedenza, le grandi potenze sono spesso nazioni “antieconomiche” per eccellenza. In cambio di ambizione e prestigio internazionale, i cittadini degli stati-impero rinunciano all’io-politico in funzione di un’aspirazione collettiva che solitamente trova le proprie fondamenta in supremazia etnica, culturale, religiosa. Tributi e rinunce, così come controllo sociale e fedeltà (quasi) incondizionata all’establishment politico-militare sono prerogative inderogabili di una nazione che vede sé stessa proiettata verso la supremazia, e per la sostanziale totalità della loro storia, dalle dinastie achemenidi e safavidi ai giorni nostri, gli iraniani hanno adottato quella serie di costumi sociali, economici ed istituzionali che meglio si adeguano a questa visione di sé.

Da qualche tempo, però, la leadership iraniana mostra debolezza estrema sotto praticamente tutti i punti di vista. Negli ultimi 5 anni, le sconfitte tattiche e strategiche dell’Iran si sono susseguite senza sosta, e le ampie rimostranze dei cittadini non sono mancate in ogni occasione. Il 3 gennaio 2020, è stato ucciso il comandante della Forza Quds Qasem Soleimani, con un banale attacco di droni statunitensi all’aeroporto di Baghdad in Iraq. Soleimani era di gran lunga lo stratega militare più importante ed influente dell’Iran per come oggi lo si conosce, grande architetto della proxy-strategy iraniana che per anni, grazie ad Hamas, Hezbollah e milizie Houthi in Yemen, ha tenuto testa agli alleati occidentali in Medio Oriente. Da lì, la situazione è andata via via peggiorando per il regime.

Il 27 novembre dello stesso anno, di fatti, è stato il turno di Mohsen Fakhrizadeh, considerato il padre del programma nucleare iraniano, ucciso a colpi di mitragliatrice telecomandata via satellite. Nel luglio 2024 viene cancellato Ismail Haniyeh, leader politico di Hamas, nel cuore di Teheran dove era ospitato per l’inaugurazione presidenziale della presidenza di Masoud Pezeshkian, rivelando tutta la debolezza dell’esoscheletro di sicurezza interna iraniano. A questo si aggiunge la morte della pressoché totalità dell’establishment di Hezbollah, tra cui lo stesso Nasrallah, così come la caduta-lampo di Bashar Al-Assad, a conferma del fatto che gli stessi proxy iraniani sono vulnerabili e facilmente eliminabili. Il colpo più grave alla reggenza degli Ayatollah, tuttavia, è stato inferto a giugno 2025, nel corso della Guerra dei 12 giorni che ha coinvolto Israele e gli Stati Uniti nell’operazione Midnight Hammer: in pochi giorni, il programma nucleare iraniano è stato pesantemente defezionato con una serie di strike con bombe ad alta penetrazione e la leadership militare è stata completamente decapitata. Sono stati uccisi Hossein Salami (Comandante in capo dell’IRGC), Mohammad Bagheri (Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate) e Amir Ali Hajizadeh (Capo della Forza Aerospaziale).

Dopo tutte le disfatte che abbiamo elencato, è evidente che gli iraniani stessi non vedano più la sussistenza di quel patto politico che è alla base di ogni impero: la garanzia di grandezza. In soldoni, se bisogna mangiare pane secco per due anni allo scopo di decimare Israele sul campo di battaglia lo si può accettare. Ma se due anni dopo lo stato ebraico decapita Hamas ed Hezbollah, sbriciola il programma nucleare iraniano attraverso gli alleati americani e fa piazza pulita dei vertici militari, allora la situazione prende una piega differente.

Oggi le proteste non accennano a placarsi, la linea di contrasto delle autorità è sempre più aspra e, come se non bastasse, si staglia all’orizzonte l’ipotesi di un’operazione militare a guida americana. Il regime degli Ayatollah è ormai agli sgoccioli, e ciò che è necessario capire è solo se avrà bisogno di una spintarella dall’esterno per cadere o se imploderà su sé stesso in maniera autonoma.

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