Davos, 20 gennaio 2025. Dal palco del World Economic Forum, Mark Carney pronuncia un discorso destinato a restare impresso non per la sua carica polemica – in fondo, criticare Donald Trump è diventato ormai un esercizio di stile nelle cancellerie occidentali – ma per l’implacabile lucidità della diagnosi. Il premier canadese non denuncia una crisi passeggera dell’ordine internazionale, né si abbandona alla retorica del multilateralismo ferito. Dice qualcosa di più radicale: l’ordine mondiale “basato sulle regole” non è mai stato un principio autonomo, capace di reggersi sulla propria forza normativa. È stato, semmai, una sovrastruttura intelligente, resa possibile da rapporti di forza relativamente stabili e da una convergenza temporanea di interessi tra le grandi potenze occidentali. Quando quei rapporti si incrinano e la convergenza svanisce, le regole non collassano. Semplicemente, rivelano la loro natura: contingente, revocabile, funzionale.
Non è la protesta di un escluso. È lo svelamento di un complice. Carney non parla da Caracas o da Pretoria, ma da Ottawa. Non è un leader del Sud globale in cerca di rivincita simbolica, né un autocrate revisionista intenzionato a smontare il sistema. È il capo di governo di una democrazia occidentale, alleato di ferro degli Stati Uniti, beneficiario dell’ordine liberale dal 1945 a oggi. Proprio per questo il messaggio ha effetto dirompente. Non è una critica “esterna” al sistema, ma una presa d’atto “interna”.
Il cuore del discorso non sta nella denuncia, ma nella proposta implicita che ne deriva. Se le regole non sono autosufficienti, se le grandi potenze usano sempre più frequentemente gli strumenti economici e finanziari come leve di coercizione, allora le medie potenze non possono più limitarsi a invocare il multilateralismo come rifugio morale. Devono trasformarsi in soggetti strategici coordinati. L’invito di Carney alle medie potenze a unirsi non è un appello idealistico: nasce dalla consapevolezza che, isolate, esse sono vulnerabili; aggregate, possono ricostruire quelle condizioni materiali che rendono di nuovo credibili norme e regole. Non si tratta di creare un “terzo polo” ideologico, ma di costruire una massa critica funzionale, capace di ridurre l’asimmetria nei confronti di Washington e Pechino. È geopolitica, non cosmopolitismo.
Il viaggio a Pechino: anatomia di una svolta
Il messaggio sarebbe rimasto nel limbo delle dichiarazioni di principio se non fosse stato preceduto, a distanza di pochi giorni, da un atto concreto: la visita di Carney in Cina. Non una missione commerciale di routine, ma una mossa calibrata con precisione chirurgica per mandare segnali multipli e sovrapposti. Il contesto è determinante: dopo anni di rapporti congelati – segnati dalla detenzione dei “due Michael” (i cittadini canadesi Michael Kovrig e Michael Spavor, arrestati in Cina nel 2018 in quella che Ottawa ha sempre considerato una ritorsione per l’arresto di Meng Wanzhou), dalle tensioni su Hong Kong e dalla crisi Huawei – il Canada ha scelto di riaprire il canale cinese proprio nel momento in cui la pressione commerciale e politica statunitense si è fatta più esplicita.
La visita si articola su tre livelli. Il primo è economico: Carney firma accordi su energia, agricoltura e sicurezza alimentare. Non si tratta di settori marginali. Il Canada è uno dei maggiori esportatori mondiali di cereali, legumi e carne; la Cina è il mercato più grande e in più rapida espansione per questi prodotti. Riaprire pienamente questo canale dopo anni di restrizioni – imposte da Pechino durante la crisi Huawei su pretesti sanitari – significa recuperare miliardi di dollari in esportazioni perse e ridurre la dipendenza dal mercato statunitense, che assorbe circa il 75% dell’export canadese. In termini concreti: più grano verso la Cina significa meno vulnerabilità alle oscillazioni della domanda americana e alle eventuali ritorsioni tariffarie di Washington.
Il secondo livello è simbolico, ma non per questo meno rilevante. Carney non si limita a firmare contratti: incontra i vertici del Partito Comunista Cinese, partecipa a forum bilaterali, rilascia dichiarazioni sulla necessità di “relazioni stabili e prevedibili” tra Ottawa e Pechino. Il linguaggio è quello della normalizzazione. Dopo anni in cui il Canada ha seguito, talvolta obtorto collo, la linea dura occidentale verso la Cina – ban su Huawei nelle reti 5G, restrizioni sugli investimenti cinesi in settori sensibili, allineamento retorico con Washington sulla questione uigura – Carney segnala una parziale revisione della postura. Non un’inversione di rotta, ma un ribilanciamento. Il messaggio è chiaro: il Canada non accetta di essere trascinato automaticamente in ogni escalation della rivalità sino-americana.
Il terzo livello è strategico e riguarda la tempistica. La visita avviene pochi giorni prima di Davos, in un momento in cui le minacce tariffarie di Trump verso i paesi europei rei di difendere la Groenlandia si fanno sempre più concrete e continuano tra il serio e il faceto i riferimenti del tycoon sulla possibile annessione del Canada come 51º Stato. In questo contesto, andare a Pechino non è solo diplomazia economica: è costruzione di un’opzione alternativa, anche solo potenziale.
La scelta dei settori oggetto delle partnership è indicativa di un approccio selettivo e consapevole dei limiti. Energia, sicurezza alimentare, commercio agricolo, cooperazione su temi civili: ambiti che consentono a Ottawa di ottenere benefici economici tangibili e margini di manovra politica senza entrare immediatamente in quelli che Washington considera settori di “sicurezza dura”, come le tecnologie dual-use, l’intelligence, le telecomunicazioni o le infrastrutture critiche. Non c’è traccia, negli accordi firmati, di cooperazione su 5G, intelligenza artificiale, semiconduttori o terre rare. Carney sa esattamente dove passa la linea rossa americana e, almeno per ora, sceglie di non attraversarla.
Eppure, la visita produce un effetto dirompente proprio perché pronunciata da un paese così profondamente integrato nel sistema nordamericano. Il Canada condivide con gli Stati Uniti il comando integrato di difesa aerea e spaziale (NORAD), partecipa al sistema di intelligence Five Eyes, è parte dell’accordo commerciale USMCA che lega le economie dei due paesi in modo quasi inscindibile. Ogni sua mossa verso Pechino, per quanto calibrata, viene letta a Washington come potenziale crepa nel muro di contenimento che gli Stati Uniti stanno costruendo attorno alla Cina. E questo è esattamente l’effetto che Carney intende ottenere: non sfidare apertamente Washington, ma mostrare che l’allineamento automatico non è più scontato.
Fine della deferenza atlantica
È qui che il rapporto con gli Stati Uniti entra in una fase qualitativamente nuova. Per Washington, il problema non è tanto che il Canada commerci con la Cina – cosa che, in forme diverse, continuano a fare molti alleati europei – ma che lo faccia rivendicando apertamente una logica di autonomia e contestando il frame gerarchico implicito dell’alleanza. Quando Trump afferma che “il Canada vive grazie agli Stati Uniti” o allude, anche in forma ironica, a una possibile annessione come 51º Stato, non sta formulando una proposta concreta. Sta riaffermando una visione asimmetrica del rapporto: quella di un centro che concede spazio a una periferia riconoscente.
La risposta di Carney non è simmetrica sul piano retorico – non c’è bisogno di dichiarazioni altisonanti – ma è più incisiva sul piano strategico: rifiuta la subordinazione come dato naturale e costruisce alternative, anche solo potenziali. Non serve minacciare l’uscita dalla NATO o denunciare l’USMCA. Basta mostrare che esistono margini di manovra, che la dipendenza non è totale, che il consenso non è scontato.
Questo è ciò che rende l’avvicinamento canadese alla Cina particolarmente sensibile per Washington. Non si tratta di un semplice dossier commerciale, ma di una questione sistemica. Supply chain integrate, confini condivisi, cooperazione di intelligence, architettura di sicurezza continentale: ogni apertura canadese verso un rivale strategico viene letta come una possibile vulnerabilità indiretta degli Stati Uniti stessi. Per questo le reazioni americane non si esauriscono nella polemica pubblica. Le vere leve sono altre: pressioni discrete sugli investimenti, irrigidimento delle regole di sicurezza, possibile selettività nella condivisione informativa e, in prospettiva, l’uso dell’Artico come ambito di riallineamento forzato.
La de-escalation europea e il caso Groenlandia
Il contrasto con l’atteggiamento europeo è istruttivo. Gli Stati europei, pur irritati dall’approccio sprezzante di Trump, hanno scelto una strategia opposta a quella canadese. Sulla Groenlandia, la Danimarca ha evitato lo scontro frontale e ha risposto con concessioni operative: maggiore cooperazione militare, apertura a una presenza statunitense rafforzata con cessioni di sovranità sulle basi militari, aggiornamento degli accordi esistenti. Sul fronte NATO, molti governi hanno accelerato l’aumento della spesa per la difesa, trasformando una richiesta imposta sotto pressione in una scelta presentata come necessaria e virtuosa. In entrambi i casi, la logica è quella della de-escalation attraverso la concessione: evitare di mettere in discussione pubblicamente la leadership americana per guadagnare tempo e stabilità.
Il Canada, al contrario, ha scelto di alzare la voce prima di essere costretto. Questa differenza non nasce da una maggiore forza militare o economica – Ottawa spende per la difesa meno del 2% del PIL, meno di molti alleati europei – ma da una diversa valutazione del rischio. Per il Canada, accettare senza reagire una narrativa di subordinazione significa compromettere in modo duraturo la propria sovranità decisionale, trasformarsi in un attore puramente derivato. Per molte capitali europee, invece, la priorità immediata resta la sicurezza garantita dagli Stati Uniti, soprattutto nel contesto della minaccia russa. Due razionalità diverse, entrambe comprensibili, ma con esiti divergenti. L’Europa sceglie la continuità, il Canada scommette sulla discontinuità controllata.
L’Artico, arena della nuova competizione globale
Guardando al futuro, la centralità crescente del Canada nello scacchiere geopolitico appare legata soprattutto all’Artico. Il riscaldamento climatico, l’apertura di nuove rotte marittime, l’accesso a risorse strategiche – terre rare, idrocarburi, minerali critici – e la competizione tra Stati Uniti, Russia e Cina stanno trasformando la regione da periferia remota a spazio di frizione strategica. In questo contesto, il Canada è un attore chiave per geografia, infrastrutture, capacità di controllo e integrazione con i dispositivi di difesa nordamericani attraverso il NORAD.
Questa centralità offre leva, ma aumenta anche l’esposizione. Ogni ambiguità strategica viene amplificata. Ogni apertura verso Pechino – che ha dichiarato la Cina “Stato prossimo all’Artico” e investe massicciamente in ricerca, infrastrutture portuali e cooperazione con la Russia – viene letta da Washington come potenziale minaccia alla sicurezza continentale. L’Artico non è più uno spazio vuoto da presidiare simbolicamente: è un teatro operativo in formazione, dove si intrecciano proiezione militare, controllo delle rotte, accesso alle risorse e sovranità tecnologica.
Una postura rischiosa
È qui che emergono i rischi della postura canadese, talvolta descritta – non senza malizia – come “quasi terzomondista”. L’espressione non va intesa in senso dispregiativo, ma come riferimento a uno stile politico che denuncia apertamente l’asimmetria del sistema internazionale e cerca autonomia attraverso la pluralità dei partner. Questo stile comporta rischi esterni evidenti: ritorsioni economiche statunitensi, riduzione della fiducia in ambito di sicurezza, possibile esclusione da processi decisionali chiave. E rischi interni: polarizzazione politica, pressioni delle province più integrate con gli Stati Uniti, possibilità di sostituire una dipendenza con un’altra.
Il rischio maggiore, tuttavia, è l’illusione dell’equidistanza. Nel contesto della rivalità sistemica tra Stati Uniti e Cina, molte scelte economiche tendono a trasformarsi rapidamente in scelte di sicurezza. Le tecnologie a doppio uso, le infrastrutture critiche, le supply chain strategiche: tutto diventa potenzialmente militarizzabile. E in un sistema bipolare in formazione, la zona grigia si restringe. Chi crede di poter navigare tra i blocchi scopre spesso che i margini di manovra sono più sottili di quanto immaginato.
Un laboratorio fragile
La “variante canadese” è dunque una scommessa sofisticata ma fragile. Funziona finché Ottawa riesce a muoversi in modo modulare, cooperando con Pechino su dossier selettivi senza intaccare l’architettura di sicurezza occidentale, e finché Washington accetta una certa dose di autonomia come prezzo per mantenere un alleato indispensabile. Se questa linea viene superata, la reazione americana sarà rapida e strutturale. Se invece regge, il Canada potrebbe diventare un laboratorio per una nuova postura delle medie potenze: meno deferente, più consapevole dei rapporti di forza, finalmente disincantata sull’idea che le regole, da sole, bastino a governare il mondo.
In fondo, il discorso di Carney a Davos non ha annunciato la fine dell’ordine liberale. Ha semplicemente detto ad alta voce ciò che molti pensano sottovoce: che quell’ordine non è mai stato liberale quanto appariva, e che la sua tenuta dipende meno dalle norme e più dalla capacità di chi vi partecipa di negoziare continuamente i termini della propria appartenenza. Le medie potenze, oggi, non possono più permettersi l’illusione normativa. Devono scegliere se accettare la subordinazione o costruire alternative credibili.





Lascia un commento