La guerra con l’Iran non ha chiuso il dossier Epstein, lo ha soltanto coperto. E coprire non è sanare. Per capire perché questa distinzione sia politicamente decisiva bisogna partire da un dato strutturale che il dibattito europeo tende sovente a sottovalutare: negli Stati Uniti le elezioni di medio termine si vincono e si perdono sui margini, non sulle maggioranze nazionali. Non servono spostamenti epocali dell’opinione pubblica, è sufficiente che la somma delle delusioni accumulate superi la soglia critica nei distretti oscillanti per far sì che il Congresso cambi di mano.
Il peso degli Epstein files
Gli Epstein files non sono un tema laterale nel trumpismo contemporaneo, bensì un test di autenticità. Per una parte non marginale dell’ecosistema Maga — quella più identitaria, più ideologicamente coerente, meno disposta a transigere su ciò che considera il mandato fondativo del movimento — il caso Epstein incarna la promessa originaria del trumpismo: trasparenza totale contro l’establishment, rivelazioni clamorose sulle reti di potere che hanno operato indisturbate per decenni, giustizia finalmente applicata anche ai potenti. Il movimento Maga è un progetto politico costruito sull’idea che esista un establishment occulto, e che Trump sia insieme il suo rivelatore e il suo giustiziere. In questo contesto, che ha già visto in QAnon la sua degenerazione estrema, il caso Epstein si inserisce con una precisione quasi perfetta.
Quando l’amministrazione ha alzato le aspettative — anticipando disclosure clamorose, promettendo trasparenza — e ha poi proceduto con rilasci contestati, redazioni ritenute eccessive, audizioni parlamentari conflittuali, la reazione più dura è venuta non dalla periferia del movimento ma dal suo nucleo più identitario. I sondaggi Reuters/Ipsos del luglio 2025 misuravano già questa anomalia: circa due terzi dei repubblicani ritenevano che l’amministrazione stesse nascondendo dettagli sul caso, e l’approvazione della gestione di Trump sul dossier Epstein risultava eccezionalmente bassa persino nel suo stesso campo elettorale. Non si trattava di una polemica destinata a esaurirsi nel giro di qualche settimana. Era ed è una questione di capitale fiduciario: il leader sta combattendo il sistema o lo sta coprendo? Una domanda di questo tipo non riguarda una singola policy contestata, al contrario va a colpire il pilastro narrativo su cui l’intero edificio trumpiano è stato costruito.
Questione aperta
A differenza di molti scandali che si consumano nel ciclo delle notizie e poi scompaiono, gli Epstein files continuano a produrre atti formali che li mantengono istituzionalmente vivi. Il 17 marzo la House Oversight Committee ha emesso una subpoena nei confronti della Segretaria della Giustizia Pam Bondi per testimoniare sulla gestione dei documenti da parte del Dipartimento di Giustizia: i parlamentari contestano redazioni e omissioni ritenute eccessive rispetto alle esenzioni previste dalla legge; il DOJ replica di avere consentito ai legislatori l’accesso a versioni non oscurate e di stare collaborando. Il punto politicamente decisivo, tuttavia, non è chi abbia ragione nel merito giuridico. È che la controversia è ancora aperta — materia di conflitto formale tra Congresso ed esecutivo, riattivabile in qualsiasi momento della campagna elettorale, indipendentemente dalla volontà dell’amministrazione di chiuderla.
Sul piano simbolico il problema è ancora più serio per Trump. A tenere vivo il tema non sono soltanto i media ostili o gli avversari democratici: è una coalizione deliberatamente eterogenea, che include vittime e attivisti, ma anche repubblicani libertari come Thomas Massie e democratici come Ro Khanna, accomunati dalla convinzione che la verità su Epstein debba emergere. Massie lo ha detto con la brutalità diretta che gli è propria: “Bombing a country on the other side of the globe won’t make the Epstein files go away”. Una convergenza di questo tipo — trasversale all’asse destra-sinistra, radicata in figure che il trumpismo non può liquidare come avversari — conferisce al tema una resilienza strutturale che nessun cambio di agenda mediatica può erodere stabilmente.
La guerra con l’Iran: ricompattamento parziale, non riconciliazione
Sul piano della teoria politica classica, un conflitto esterno produce il cosiddetto effetto rally around the flag: sposta l’agenda pubblica, alza il costo simbolico del dissenso interno, consente al presidente di reinterpretarsi come comandante in capo in tempo di guerra, riassorbendo almeno temporaneamente le tensioni di coalizione. Nel caso Trump-Iran, questo effetto esiste ed è misurabile. I sondaggi registrano che il 77% dei Repubblicani approva i raid statunitensi; tra coloro che si identificano esplicitamente come Maga la percentuale è ancora più alta. Sul piano del riflesso partigiano, Trump ottiene certamente un ricompattamento di una parte ampia del suo campo.
Tuttavia questo ricompattamento non equivale a una guarigione della frattura preesistente, per almeno due ragioni. La prima è quantitativa: un quinto dei Repubblicani già disapprova la guerra, dato non irrilevante per un presidente che governa per coesione identitaria e non per compromesso ideologico. La seconda, più significativa, è qualitativa: il conflitto ha prodotto nel cuore dell’ecosistema mediatico trumpiano una guerra civile pubblica di un’intensità senza precedenti recenti. Tucker Carlson, Megyn Kelly, Candace Owens si sono scontrati apertamente con Mark Levin e altri sul significato reale di “America First”, sulla relazione con Israele, sul rischio di tradire la promessa anti-interventista su cui il movimento era stato costruito. La novità non è il dissenso in sé: Il Maga ha sempre contenuto anime diverse, tenute insieme dalla figura del leader più che da una piattaforma programmatica coerente. La novità è che quel dissenso sia diventato pubblico, feroce e difficile da ricucire con i consueti richiami alla disciplina di coalizione.
Il nodo ideologico
L’architettura del trumpismo contiene da tempo una tensione irrisolta tra due anime distinte. Da un lato quella nazional-populista interventista, attratta dalla proiezione di forza e dalla leadership muscolare, incline a interpretare ogni dimostrazione di potenza militare americana come conferma della grandezza nazionale e del ruolo del paese nel mondo. Dall’altro quella nazionalista anti-interventista — più libertaria nella sua ispirazione, più diffidente verso gli apparati di sicurezza e le strutture dello Stato profondo, fondamentalmente ostile a qualsiasi guerra percepita come utile ad alleati stranieri, lobbies o élite cosmopolite piuttosto che all’interesse concreto del cittadino americano medio. La guerra con l’Iran non ha risolto questa tensione: l’ha portata alla superficie nel momento peggiore, a meno di un anno dalle elezioni di medio termine.
La congresswoman Marjorie Taylor Greene, che da fedelissima di Trump si è trasformata in una sua decisa oppositrice, ha avvertito apertamente che il conflitto potrebbe costare ai Repubblicani le midterm, collegando il tradimento della promessa “No More Foreign Wars” sia ai possibili risultati nelle primarie sia alla più ampia irritazione della base. Il dato biografico è rivelatore: la rottura tra Greene e Trump era maturata anche attorno alla gestione degli Epstein files. Per una parte tutt’altro che marginale del movimento Maga, Epstein e Iran non sono due crisi separate che si succedono nel tempo. Sono due prove convergenti dello stesso fenomeno — il progressivo allontanamento del trumpismo istituzionale dal suo mandato originario, la trasformazione del movimento da strumento di rottura con l’establishment a nuova variante dell’establishment stesso.
Il fattore economico
Anche assumendo che la guerra riuscisse a reintegrare simbolicamente la base, resterebbe un problema strutturale che nessuna retorica militare è in grado di risolvere: il costo della vita. Su questo terreno i dati disponibili sono sfavorevoli all’amministrazione in modo netto. In base alle ultime rilevazioni solo il 37% degli americani approva il conflitto, mentre il 59% lo disapprova — una proporzione che ribalta completamente quella che si registra all’interno dell’elettorato repubblicano e che segnala con chiarezza dove si colloca il paese reale rispetto alla base del partito. Il conflitto si è già tradotto in un forte shock percepito sui prezzi dell’energia: il prezzo medio della benzina negli Stati Uniti è salito di quasi un dollaro al gallone dal 28 febbraio, il 55% degli intervistati dichiara di averne già risentito nelle proprie finanze familiari, e l’87% si aspetta ulteriori rialzi nelle settimane a venire.
Per le elezioni di novembre questo quadro è potenzialmente devastante, perché il costo della vita resta il tema numero uno per il voto di medio termine e il gradimento di Trump sulla gestione economica è sceso al 29%. Il paradosso politico che si delinea è il seguente: la guerra può aiutare Trump a recuperare il controllo simbolico sul racconto interno, ma erode simultaneamente il terreno economico su cui si decidono le midterm. Il consenso che produce tra i Repubblicani non è il consenso utile — quello degli indipendenti, dei suburban voters, degli elettori più sensibili all’inflazione che spesso determinano l’esito nei seggi in bilico.
Epstein decisivo senza essere “maggioritario”
Il modo più serio di valutare l’impatto politico degli Epstein files non è chiedersi se diventeranno il tema dominante della campagna fino a novembre. In una elezione americana il tema dominante assoluto non esiste quasi mai: la competizione si svolge su più piani simultaneamente, e ciò che conta è la combinazione degli effetti, non la gerarchia dei titoli. La domanda giusta è più sottile: gli Epstein files possono produrre effetti elettoralmente decisivi anche senza occupare il centro del dibattito? La risposta è sì, attraverso tre meccanismi che operano al di sotto della soglia della visibilità mediatica.
Il primo è la smobilitazione silenziosa. Molti elettori frustrati dalla gestione del dossier molto difficilmente passeranno ai Democratici: il sistema politico americano, la polarizzazione e l’assenza di alternative credibili lo rendono improbabile. Più probabilmente voteranno con meno entusiasmo, doneranno meno alle campagne, faranno meno volontariato sul campo, difenderanno Trump con meno convinzione nelle conversazioni quotidiane e sui social. Nelle midterm, dove la partecipazione è strutturalmente più bassa che nelle presidenziali e dove ogni punto percentuale di affluenza può valere seggi concreti, questo tipo di demotivazione diffusa pesa enormemente. Con maggioranze ridotte all’osso sia alla Camera sia al Senato, ai Repubblicani basta uno scivolamento minimo per perdere il controllo del Congresso.
Il secondo meccanismo è la riduzione della fiducia operativa. Epstein colpisce l’idea che il trumpismo mantenga le promesse più sacre del proprio contratto con l’elettorato anti-sistema. Quando una base percepisce che il proprio leader stia proteggendo il potere anziché smascherarlo, non lo abbandona necessariamente — la psicologia dei movimenti identitari è più complessa di così. Ma diventa più riluttante a credere ai nuovi framing strategici proposti dall’alto. Questo rende più difficile convincerla, per esempio, che la guerra in Iran sia un sacrificio necessario nell’interesse nazionale piuttosto che l’ennesima deviazione imposta da apparati e alleati stranieri. Il capitale di credibilità del leader si consuma, e una volta consumato non si ricostituisce facilmente.
Il terzo meccanismo è la frammentazione narrativa. Quando il leader non controlla più interamente il racconto del proprio campo politico, la coalizione entra in una fase di attrito endogeno che ha conseguenze organizzative concrete e misurabili. Una coalizione divisa tra la narrativa del tradimento della promessa isolazionista, quella della fiducia incondizionata al leader, quella della priorità a Israele e quella del cover-up su Epstein fatica a convergere su un messaggio semplice, coerente e replicabile porta a porta nei distretti competitivi. Senza un messaggio semplice, le organizzazioni locali lavorano meno efficacemente e diventa più faticoso motivare gli elettori incerti.
La guerra non basta
La guerra ha certamente ridotto la quota di spazio mediatico dedicata agli Epstein files. Ma questa riduzione non si traduce in chiusura politica del dossier, per tre ragioni che operano su piani distinti.
La prima ragione è istituzionale. Il caso continua a produrre atti formali — deposizioni, nuove release documentali, conflitti tra Congresso e Dipartimento di Giustizia — che lo mantengono strutturalmente aperto e riattivabile indipendentemente dall’andamento del ciclo delle notizie. Finché il tema è alimentato da strutture ufficiali dello Stato e non soltanto dalla retorica online, nessun cambio di agenda mediatica può davvero seppellirlo.
La seconda ragione è sociologica. Il pubblico più sensibile al dossier Epstein non è semplicemente un pubblico di breaking news, volatilmente attratto dallo scandalo del momento e altrettanto facilmente distraibile. È una comunità politica coesa, che interpreta la politica come uno scontro permanente con un establishment occulto e che legge ogni sviluppo — compresa la scomparsa del tema dai titoli — attraverso questa griglia interpretativa. Per questa comunità, il silenzio mediatico può essere letto non come normalizzazione ma come ulteriore conferma della copertura in atto. Il tentativo di spostare l’attenzione rischia così di produrre un effetto boomerang: Reuters aveva già riferito che Trump e i suoi collaboratori cercavano di convincere gli influencer Maga a ridimensionare il tema e spostarsi su altre priorità, e il fatto stesso che tale operazione di persuasione fosse necessaria e visibile segnalava quanto la questione fosse politicamente sensibile.
La terza ragione è politico-elettorale. Anche se Epstein sparisse completamente dai titoli per settimane, i suoi effetti possono sopravvivere e sedimentarsi sotto forma di sfiducia diffusa. Nelle elezioni americane non conta soltanto ciò che gli elettori stanno discutendo il giorno prima del voto: conta l’impressione di fondo che si sono formati nel tempo su affidabilità, coerenza e autenticità del leader. Epstein lavora su questo livello profondo — sulla credibilità strutturale del trumpismo come progetto di rottura con l’establishment — non su quello superficiale e volatile del ciclo quotidiano delle news.
Le midterm si vincono nei margini
I Repubblicani si avvicinano alle elezioni di novembre con maggioranze parlamentari che definire sottili è quasi un eufemismo, e con venti contrari già chiaramente visibili. Il partito deve difendere la Camera in un contesto in cui i Democratici puntano a quasi quaranta seggi repubblicani; al Senato la mappa geografica è più favorevole ai Repubblicani, ma diversi stati restano competitivi e la Camera è altamente contendibile. In situazioni del genere non servono terremoti elettorali: bastano micro-perdite di entusiasmo concentrate nei posti giusti, piccoli spostamenti tra indipendenti e suburban voters in una manciata di distretti, qualche punto percentuale in meno nel turnout della base più motivata.
È in questo senso che gli Epstein files possono rivelarsi decisivi — non perché spostino da soli l’ago della bilancia nazionale, ma perché agiscono da moltiplicatore di vulnerabilità in una coalizione che deve già fronteggiare rincari energetici, scontento economico diffuso e tensioni ideologiche aperte sulla guerra. Se anche una quota limitata della base più cospirazionista-libertaria si smobilita o si disimpegna silenziosamente, e contemporaneamente gli indipendenti puniscono i Repubblicani sui costi economici del conflitto, la combinazione può essere sufficiente a far perdere la Camera o a restringere ulteriormente i margini in stati e distretti che si decidono su poche migliaia di voti.
Possibili scenari
Su cosa succederà da qui a novembre, si possono formulare delle ipotesi di vario tipo. Il primo scenario è quello più favorevole per l’amministrazione: guerra breve, prezzi energetici che si stabilizzano rapidamente, dossier Epstein congelato senza nuove rivelazioni o scontri istituzionali rilevanti. In questo caso la guerra produce il dividendo di leadership che Trump cercava, il costo economico del conflitto si assorbe senza danni permanenti, e i Repubblicani possono concentrare la campagna su sicurezza, forza proiettata e cultural issues. È uno scenario possibile, ma non quello più supportato dai dati disponibili: i prezzi energetici sono già saliti in misura significativa e l’inchiesta parlamentare su Epstein è ancora aperta con una subpoena attiva.
Il secondo scenario è il più pericoloso per i Repubblicani: guerra prolungata, prezzi alti per tutto l’arco della campagna elettorale, dossier Epstein periodicamente riattivato da nuove audizioni, documenti o polemiche sulle redazioni. In questo caso la guerra non sostituisce Epstein ma si somma ad esso, trasformando una vulnerabilità di fiducia in una vulnerabilità composita — fiducia interna erosa, più indipendenti ostili, più economia percepita in peggioramento. Qui i Repubblicani potrebbero perdere la Camera; al Senato la mappa è più favorevole, ma le distanze si restringono.
Il terzo scenario vede un’escalation militare con forte ricompattamento dell’elettorato repubblicano, ma perdita di appeal nel paese più ampio: è ciò che i sondaggi mostrano già in embrione, con approvazione repubblicana alta e approvazione nazionale bassa. Trump uscirebbe dalla guerra con un partito disciplinato attorno a sé, ma con meno capacità di attrarre moderati e indipendenti nei distretti competitivi. Epstein resterebbe secondario nei titoli, ma continuerebbe a lavorare nel sottosuolo della coalizione: non impedirebbe la lealtà dei più fedeli, ma precluderebbe la piena ricostituzione dell’entusiasmo trasversale che aveva caratterizzato il 2024.
La conclusione analiticamente più robusta non è che la guerra con l’Iran “sostituisce” Epstein, né che Epstein cancellerà i Repubblicani a novembre. È che i due dossier si sommano: Epstein indebolisce la fiducia della base più anti-establishment proprio mentre la guerra apre una seconda linea di frattura su coerenza ideologica e costi economici, colpendo il terreno su cui si decidono molte midterm.
La guerra può aver coperto la frattura generata dagli Epstein files, ma non l’ha sanata. Anzi, per una parte della base che interpreta il conflitto come distrazione o come prova di subordinazione del trumpismo a logiche estranee all’America First, la guerra non ricuce la coalizione: la costringe soltanto a rinviare il regolamento di conti. Finché il dossier Epstein resta istituzionalmente aperto e il conflitto con l’Iran resta economicamente costoso, la base Maga potrà apparire compatta in superficie ma restare fragile in profondità.





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