Fin da quel fatidico 13 marzo 2013, giorno della tanto attesa fumata bianca e del seguente Habemus Papam, il mondo in trepidazione si era preparato ad un Pontefice diverso, di rottura, in netta contrapposizione con i pontificati precedenti. E di fatto, così fu. Jorge Mario Bergoglio, primo Papa gesuita e latino-americano della storia, ha effettivamente dato un risvolto pratico a questa sete d’innovazione ecumenica scegliendosi il nome di “Francesco I”, già questo basterebbe per indicarne l’unicità. Tanto è bastato, in prima battuta, a mandare il mondo cristiano e laico-liberale in un’estasi profonda ed incredibilmente duratura.

Francesco I è stato effettivamente un Papa di rottura, ma non per pace nel mondo, diritti civili e sociali, liberalizzazioni e tutta quella serie di questioni che a tutti competono meno che a un pontefice. Non più dalla fine dell’Ottocento, perlomeno. Papa Francesco I è stato innovativo e riformatore per l’ordinamento stesso della Chiesa cattolica, introducendo una serie di riforme strutturali interne che ne hanno modificato la morfologia e corretto profondamente la traiettoria dal punto di vista della gestione operativa e finanziaria. Cose che per i comuni mortali non sono visibili né tangibili, ma che a differenza di Angelus ed encicliche hanno una valenza pratica effettiva totale.

Ovviamente, quello di Francesco I è stato senz’altro un pontificato particolare nel contesto internazionale, in quanto intercorso in un periodo di importanti avvenimenti che hanno turbato profondamente l’ordine delle cose. Vale a dire guerre, pandemie, mutamenti macro-sociali più o meno ampi. Per lo stupor di molti, nel significato più stringente del termine, si è trattato di un tempo pregno di momenti carichi di significato simbolico, dalla celebre passeggiata per una lugubre e vuota San Pietro formato-Covid fino all’ultimo, postumo, incontro tra Donald Trump e Volodymyr Zelens’kyj nel sabato dei funerali. Qualcuno direbbe (anzi, ha proprio detto) che “l’influenza di Papa Francesco è talmente forte ed eterna che esercita la propria funzione pacificatoria anche post-mortem”. Ammesso che l’influenza del defunto Pontefice possa avere (avuto) un risvolto pratico e strategico di tale portata da lasciar supporre che un mero incontro di circostanza ad alto carico mediatico possa significare qualcosa di diverso da quella spettacolare e deludente realtà sostanziale che si cela dietro ogni operazione mediatica, programmata o meno che sia.

Nel traffico incessante di informazioni, agenzie, tweet, interviste, dichiarazioni di vicinanza, “gente che se lo accolla” (in simpatico ed estremamente appropriato gergo ultrà), capiamo il pontificato di Francesco I lontani dal fastidioso inquinamento generalista del dibattito pubblico.

La povertà al centro: virtuosismo finanziario e “spending review”

Il cuore del lessico francescano (attributo quanto mai appropriato) è il ritorno al culto degli “ultimi”, dopo decenni che avevano visto la Chiesa cattolica al centro di centrate polemiche riguardanti patrimoni, ricchezze e vizi della comunità ecclesiastica “manageriale”. Linea programmatica alla quale ha dato subito una forte valenza pratica rinunciando interamente al proprio stipendio. E con una serie di riforme gestionali e finanziarie, Francesco I ha provocato una discreta scossa interna all’apparentemente intoccabile ordine episcopale.

Nel 2013, tra i primissimi ordini esecutivi del Pontefice argentino, la prima spallata alla spina dorsale interna del Vaticano: l’Istituzione della Pontificia Commissione Referente sull’IOR (Istituto per le Opere Religiose). Si tratta, di fatto, di un’importante stretta sulla controversa “banca vaticana”, al centro di molti dei più gravi scandali e dei misteri irrisolti riguardanti le pagine più nere della storia della Repubblica, che ha visto intrecciarsi in trame unitarie le vite del crimine organizzato, degli istituti religiosi, dei servizi segreti deviati e del terrorismo politico. La Commissione ha l’obiettivo di garantire la massima trasparenza della gestione delle finanze vaticane, e ha già portato alla chiusura di oltre 5000 conti irregolari nonché alla revisione di quasi ogni operazione finanziaria non direttamente dedicata alle opere materiali ecclesiastiche, riducendo drasticamente i privilegi di accesso a conti agevolati per curiati di alto rango.

A seguire, nel febbraio 2014, l’Istituzione della Segreteria per l’Economia, affidata al cardinale George Bell, e del relativo Consiglio per l’Economia, composto da cardinali e laici per supervisionare le politiche economiche della Santa Sede. L’impatto è stato notevole: audit regolari e standard contabili internazionali da rispettare rigorosamente, una notevole riduzione dell’autonomia finanziaria dei dicasteri, con controlli più rigidi e centralità quasi totale dell’intera gestione economica. Il che vuol dire, tra le altre cose, consistenti tagli alle spese delle alte gerarchie ecclesiastiche.

Nell’estate 2015 arriva il Motu proprio per la gestione dei beni della Santa Sede, che ha trasferito la gestione dei beni della Santa Sede dalla Segreteria di Stato all’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (APSA), eliminando affitti agevolati per cardinali e per gli alti prelati in generale, e imponendo canoni di mercato per le proprietà vaticane. In continuità con tale ordine esecutivo, nel 2022 avviene il trasferimento dei fondi della Segreteria di Stato alla stessa APSA, rafforzando la centralità della gestione fondiaria.

Il 26 dicembre 2020, poi, una delle riforme più radicali della “amministrazione Bergoglio”: il Motu proprio sulla trasparenza nella gestione delle finanze pubbliche. Esso ha introdotto norme per la trasparenza negli appalti e nei contratti, richiedendo gare pubbliche e controlli anti-corruzione, limitandone l’assegnazione discrezionale e la conseguente “value chain” di benefici che ne deriva per i diretti prelati concessionari.

Insieme a ciò una serie di importanti riduzioni di stipendi per l’intera curia (-10% ai cardinali, -8% a capi e segretari dei dicasteri, -3% ai sacerdoti), l’imposizione di affitti a prezzi di mercato per gli appartamenti vaticani riservati a tutti i tipi di prelati e funzionari, sospensioni delle indennità storiche per cardinali ed alti funzionari, lettere programmatiche contenenti propositi di “deficit zero” ai cardinali e l’istituzione del Consiglio dei Cardinali, per ridurre l’influenza dei singoli dicasteri e promuovere una gestione collegiale degli affari ecclesiastici.

Il mondo in subbuglio e il “miracolo ortodosso”

Se nella gestione interna il defunto Pontefice è stato un riformatore di enorme pragmatismo, nelle dinamiche globali (come di consueto almeno dalle Leggi Guarentigie, se non addirittura dall’unificazione del Regno d’Italia) Papa Francesco non ha logicamente toccato palla. Encicliche, prediche, Angelus e letture, seppur dal forte impatto sociale, non hanno di certo smosso gli equilibri internazionali. E anzi, l’accordo provvisorio con la Cina per la nomina dei vescovi, più che migliorare effettivamente la condizione dei cattolici nell’impero del Dragone, gli è valso aspre critiche per aver legittimato un regime autoritario. Così come il riconoscimento della Palestina altro non ha fatto se non causare un’importante frattura con Israele, di fatto escludendo qualsiasi possibilità di mediazione per il Vaticano.

Di forte valenza istituzionale religiosa sono stati gli incontri con il Patriarca Ecumenico Bartolomeo I e soprattutto con il Patriarca di Mosca Kirill. Per la prima volta nella storia, dopo secoli di frizioni e diffidenze, il Papa e il Patriarca di Mosca si sono incontrati e hanno addirittura firmato una Dichiarazione Congiunta che ha affrontato temi come la persecuzione dei cristiani, la famiglia e la pace, ma ha anche riconosciuto le tensioni, come il conflitto in Ucraina. L’incontro, facilitato dalla neutralità di Cuba (frutto della mediazione di Francesco tra USA e Cuba), ha segnato un passo verso il dialogo con la Chiesa Ortodossa Russa, che rappresenta la più grande comunità ortodossa al mondo. Questo è probabilmente l’unico, vero capolavoro diplomatico di Papa Francesco, a dispetto di tutte le sviolinate sulle dichiarazioni tanto apprezzabili quanto generaliste profuse negli anni del pontificato.

…ma quanti nodi ancora da sciogliere

Le note dolenti del pontificato di Francesco sono riscontrabili soprattutto nell’amara delusione di chi, illuso, si sarebbe aspettato una rivoluzione dal punto di vista della trasparenza totale delle vicende vaticane più oscure, specie quelle che hanno segnato i più grandi misteri della storia italiana, pagine nere e di grande turbamento specialmente tra il dopoguerra e la fine gli anni ’90.

Tanto per cominciare, la prima traccia di delusione sta nello sgomento di Pietro Orlandi, fratello della tristemente nota Emanuela, che si sente dire dal Pontefice “Emanuela sta in cielo” senza ulteriori spiegazioni. Un’evidente inciampo del Papa, che ha messo in ombra tutti i buoni propositi proclamati in quegli interminabili mercoledì stracolmi di fedeli da tutto il mondo in Piazza San Pietro. Vatican Girl, straordinaria docu-inchiesta realizzata dal defunto Andrea Purgatori e dal direttore di Domani, Emiliano Fittipaldi, con prove inedite e rivelazioni a dir poco sconcertanti provenienti da supertestimoni chiave, aveva aperto una vera e propria voragine in un sottosuolo di omertà, diffidenza e mistero, e quasi tutti eravamo convinti che la verità sarebbe giunta di lì a poco. E invece, nulla di fatto: in perfetta continuità con i suoi predecessori, il benevolo gesuita rivoluzionario ha di fatto scelto il silenzio radio. Non che ci fossimo illusi davvero che il capo della più grande istituzione religiosa d’Occidente potesse essere davvero un rivoluzionario, ma io stesso, anche solo per un istante, ho voluto credere al sollevamento del “velo dipinto”, vuoi per eccessiva pressione, per sacrificio necessario, o magari per coprire altro ancora. Sarà sicuramente per il prossimo papa.

In secundis, i più grandi scandali che hanno irrimediabilmente macchiato il rapporto tra fedeli e istituzioni vaticane rimangono irrisolti, avvolti da una coltre di silenzio e opacità generale. Dai Pandora Papers che hanno rivelato 295 milioni di dollari in fondi neri alla congregazione dei Legionari di Cristo di Marcial Maciel fino ai ripetuti scandali sessuali puntualmente insabbiati o soffocati grazie alla lentezza dei processi canonici interni (come accaduto nel caso del gesuita Marko Rupnik che tutt’ora continua ad operare in alcune diocesi) fino agli strascichi del crack del Banco Ambrosiano, alle peripezie del cardinale Marcinkus, quando si è trattato di fare il passo in avanti per espiare i propri peccati capitali la Chiesa cattolica ha sempre preferito asserragliarsi nel proprio silente cameratismo.

Riguardo i temi sociali, la questione della rappresentanza femminile nelle istituzioni vaticane resta una questione spinosa e complessa: nonostante la promulgazione della Costituzione apostolica Praedicate Evangelium del 2022, il peso delle donne nella Chiesa cattolica rimane irrilevante. Non che sia una questione cui qualsivoglia pontefice possa provvedere di sua mano, per una miriade di fattori diretti e indiretti, ma si tratta pur sempre di uno dei fondamenti del principio di uguaglianza promosso a più riprese da Francesco stesso.

Di fatto, come espresso ad inizio articolo, Papa Francesco ha generato enormi aspettative sulle riforme ecclesiastiche grazie al suo linguaggio pastorale, all’attitudine popolare e alla tendenza al superamento delle disuguaglianze presente in ogni dove nella sua dialettica. Motivo per cui anche i più autorevoli membri delle comunità LGBTQIA+ sono rimasti notevolmente delusi nel constatare, alla fine dei giochi, che la dottrina cattolica non ha subìto alcun mutamento in dodici anni di pontificato da questo punto di vista. E anzi ordini esecutivi come il Fiducia supplicans, che hanno autorizzato i preti a benedire coppie omosessuali con la forte specifica che tali benedizioni non equivalgono affatto ad un’approvazione del matrimonio omosessuale, sono passati come striminziti contentini gettati in pasto all’opinione pubblica per placare le crescenti polemiche verso un conservatorismo religioso che, negli ultimi tempi, è tornato piuttosto di moda.

E la crisi sembra sempre più insanabile

La religione cristiana cattolica, di fatto, negli anni ha perso enormemente la sua funzione di collante pastorale e sociale nel corso dei decenni, vuoi per le caratteristiche peculiari del credo, per i continui coinvolgimenti nelle pagine più nere della storia moderna, per la mancanza di innovazione interna, per il sintomatico e naturale scollamento che la globalizzazione ha prodotto nei confronti di quelle istituzioni spesso conservatrici e tradizionaliste che ora risultano più un freno all’exploit sociale umano che non un fondamento identitario simil-nazionale.

Alla Chiesa cattolica, oltre a mancare un esercito regolare ed un’espansione geografica reale, mancano coerenza, unità d’intenti e visione. Tre elementi che fanno tutta la differenza del mondo se si vuole parlare non soltanto di confessione religiosa ma di guida pastorale identitaria e comune.

La fiducia nel clero, al momento, è ai suoi minimi storici. In Europa occidentale, la frequenza alla messa domenicale è crollata verticalmente. Ad esempio, in Francia è scesa dal 27% negli anni ’70 a circa il 5% nel 2020; in Germania, solo il 6% dei cattolici frequenta regolarmente la messa (dati 2022). In Italia, la partecipazione è diminuita dal 50% negli anni ’80 a circa il 20-25% nel 2023.Negli Stati Uniti, il Pew Research Center (2020) ha rilevato che solo il 24% dei cattolici adulti frequenta la messa settimanale, rispetto al 75% degli anni ’50. In America Latina, tradizionalmente cattolica, il Brasile vede una frequenza alla messa del 10-15% tra i cattolici dichiarati (dati 2021), con un calo rispetto al 40% degli anni ’90. Di più: In Germania, il fenomeno delle Kirchenaustritte (uscite ufficiali dalla Chiesa) è esploso: 522.000 cattolici hanno lasciato nel 2022, un record storico, spinti da scandali e tasse ecclesiastiche obbligatorie. In Svizzera, 34.182 cattolici hanno abbandonato la Chiesa nel 2021, un aumento del 50% rispetto a un decennio prima. In Irlanda, un tempo roccaforte cattolica, il numero di persone che si dichiarano “senza religione” è salito al 14% nel 2016, mentre i cattolici praticanti sono scesi sotto il 30%.

Papa Francesco ha “picconato” la curia dall’interno, producendo risultati notevoli dal punto di vista della gestione virtuosa degli affari interni. E questo, dal punto di vista della vicinanza ecclesiastica al mondo “terrestre”, è sicuramente un grande primo passo per perseguire quel riavvicinamento che Papa Francesco aveva a più riprese dichiarato essere fondamentale per il futuro della casa di Dio in terra.

Eppure persiste quella particolare sensazione di freno a mano tirato che parte dalle molte, troppe ferite insanabili che continuano a tenere le istituzioni della Chiesa cattolica fin troppo lontane dai soggetti delle loro prediche. In Italia, baluardo storico e geografico della religione cristiana cattolica, stando ad un recente sondaggio il 60% di chi lascia il credo cattolico lo fa per ragioni legate agli scandali di cui la Santa Sede non ha mai risposto. E anche i fedeli attuali, in numero sempre maggiore, iniziano a chiedere conto di tutte quelle volte in cui la Chiesa si è elevata (e non in maniera spiritualmente virtuosa) al di sopra della società umana, delle sue leggi, dei suoi costumi. Non risulta più possibile perseguire un ritorno alla capillarità pastorale della Chiesa cattolica senza considerare una ristrutturazione interna dolorosa, costosa e potenzialmente esplosiva, questo è ormai un dato di fatto. Il dubbio e l’incertezza di chi osservava il cadavere di Roberto Calvi penzolare da Blackfriars Bridge si è inevitabilmente trasformato in frustrazione e sdegno quando Enrico De Pedis è stato sepolto nella cripta della Basilica di Sant’Apollinare, e neanche il più umile dei prelati ha potuto, ha voluto o è riuscito a dare una spiegazione a venti, trenta, quarant’anni di interconnessioni dirette tra la massima istituzione religiosa mondiale ed ogni sorta di malefatta terrestre, dalla mafia al terrorismo politico fino alle frodi finanziarie e ai tentativi di golpe.

Tirando le somme, a prescindere dalla benevolenza comunicativa del leader di turno, l’ordine ecclesiastico intero dovrà iniziare a pensare a dolorosi compromessi se vuole evitare il lento e progressivo crollo della propria tenuta comunitaria, già enormemente a rischio nei suoi centri nevralgici e simbolici. Poiché allo stato attuale, nella fase di complicata transizione che il mondo di oggi sta vivendo, la più grande religione al mondo per numero di fedeli sprofonda nelle debolezze delle proprie istituzioni, soffocata dall’enorme peso specifico di una storia in preoccupante chiaroscuro che sembra non conoscere punti di svolta.

Una risposta a “Francesco, pastore solo nella crisi della Chiesa”

  1. […] Leone XIV dovrà affrontare la crisi della Chiesa che allontana sempre più i suoi fedeli, e la causa maggiore sono gli scandali ripetuti che serpeggiano a tutti i livelli delle gerarchie […]

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