A cura di Filippo Alzani e Davide Depascale

Utah Valley University, Orem; ore 12:20. ”Lei sa quanti americani transgender autori di stragi ci sono stati negli ultimi dieci anni?” – “Fin troppi.” – “Ok, bene, sono cinque. Ora, cinque sono tanti, giusto? Le darò un po’ di credito. Ora, sa dirmi quanti autori di stragi ci sono stati in America negli ultimi 10 anni?” – “Dobbiamo considerare anche le gang armate?” – “Fantastico…”. Un colpo, il sangue, poi la confusione. Questi sono stati gli ultimi istanti di vita di Charlie Kirk, attivista repubblicano ucciso nel corso di un dibattito nella giornata di ieri, 10 settembre 2025.

L’omicidio di Kirk non è un caso, nel senso stretto del termine: un uomo, attualmente ancora ricercato, ha pianificato con attenzione il delitto e lo ha eseguito facendo fuoco da una distanza pari a circa 180 metri. Eppure non è un caso neanche in senso lato: da anni, ormai, gli Stati Uniti sembrano avvolti da una tenebra profonda e primordiale, che li ha gettati in un caos senza precedenti nell’epoca moderna.

Il fronte interno è un fronte di guerra

Le prime avvisaglie di patologia del substrato sociale americano si sono palesate durante le ultime fasi delle elezioni presidenziali del 2016. Durante la campagna elettorale si sono verificati episodi di grave violenza ai comizi, in una quantità numerica che rappresentò un’impressionante escalation rispetto alle elezioni precedenti. Un esempio significativo è stato il comizio di Chicago del 12 marzo 2016, annullato per timori di violenza dopo scontri tra sostenitori di Trump e manifestanti anti-Trump, con 32 arresti e diversi feriti. Simili incidenti si sono replicati in altre città, come New York, Costa Mesa e Las Vegas, dove la polizia ha usato gas lacrimogeni per disperdere folle opposte.

Quelle che inizialmente sembravano essere manifestazioni “all’americana”, talvolta addirittura pittoresche, erano ben altro: i cittadini di tutti gli stati stavano espletando un veleno arcaico e latente, che sembrava aver abbandonato il dibattito pubblico dagli anni 70. Ognuno per sé, ma sempre più spesso uniti nel segno della violenza. Il Southern Poverty Law Center ha documentato un aumento del 197% nei gruppi estremisti anti-musulmani tra il 2015 e il 2016, passando da 34 a 101. Ha affermato inoltre che i gruppi d’odio negli Stati Uniti fossero 917 nel 2016, rispetto agli 892 del 2015.

L’FBI, nel 2016, ha riportato un aumento delle minacce contro i candidati, inclusi tentativi di aggressione fisica contro il non ancora presidente Trump. Questi eventi hanno contribuito a un clima di “violenza elettorale”, che nascondeva in realtà cause ben più profonde.

Post-elezione, l’ondata di crimini d’odio è esplosa: il governatore di New York Andrew Cuomo ha dovuto istituire un’unità speciale per contrastare un aumento di oltre 900 incidenti segnalati dal 9 novembre 2016, tra cui attacchi razzisti e minacce contro minoranze. Sebbene non ci siano stati omicidi politici di alto profilo nel 2016, questa normalizzazione della violenza come espressione di dissenso ha posto le basi per escalation successive, come l’assalto al Campidoglio del 2021.

La campagna elettorale di Donald Trump del 2016, di fatto, ha (re)introdotto una retorica che demonizzava gli oppositori in maniera simile a quella degli anni del maccartismo, etichettando i media come “fake news” e i critici come “falliti” o “corrotti”. Al contempo, i democratici e i media mainstream come CNN dipingevano Trump come una minaccia alla democrazia, amplificando teorie infondate su brogli elettorali e interferenze russe. Questo ha portato a un aumento del 20% nei crimini d’odio nel 2016, con picchi post-elezione legati a slogan come “Build the Wall”.

Sondaggi Pew Research del 2016 mostrano che il 45% degli americani vedeva l’altro partito come una “minaccia alla nazione”, un livello di polarizzazione senza precedenti. Su piattaforme come Twitter (ora X), la retorica era incendiaria: post del periodo accusavano i democratici di “assumere attori per provocare violenza ai raduni di Trump” o incolpavano i media per aver “legittimato l’isteria”, con hashtag come #NeverTrump che evolvevano in appelli a boicottaggi violenti.

Di fatto, il dibattito pubblico non è più un dibattito. Questioni di genere, aborto, comunità LGBT+, uguaglianza sociale, lotta al razzismo, guerra a Gaza, hanno smesso da tempo di essere cause reali, sono allo stato attuale identificazioni di schieramento utili a riconoscere chi sul campo è amico da chi è nemico, tramite processi di affiliazione simil-tribali. Le compagini si riconoscono, si formano, si armano, si danno una leadership e pianificano la prossima mossa per neutralizzare l’avversario e stabilire un proprio predominio sulla narrazione, che è la prima prerogativa della supremazia di una certa frangia di fronte interno nella guerra vera e propria.

Lo stato mentale americano, sempre più pericolosamente fragile

L’elezione di Trump ha capitalizzato un odio preesistente verso le istituzioni che i democratici avevano sottovalutato, ignorato o relegato erroneamente ad una fascia di popolazione minoritaria e reietta. Con slogan “Drain the Swamp” che incarnava la sfiducia nel governo federale e nelle élite di Washington, Donald Trump si è fatto portavoce di una psicosi sociale che iniziava a tendere verso l’autodistruzione della propria sovrastruttura. Ma ci torneremo.

Sondaggi Gallup del 2016 mostrano un crollo della fiducia nel governo estremamente vicino al minimo storico per l’epoca. Questo è stato alimentato da scandali come la controversia sulle email di Hillary Clinton e accuse di corruzione bipartisan.

Gruppi anti-governativi, come milizie armate, hanno visto un aumento record nelle affiliazioni durante la campagna, con Trump che incoraggiava indirettamente la resistenza (ad esempio invitando i manifestanti a “fare casino” in un comizio in Iowa il 9 febbraio 2016). Inoltre, atti isolati di vandalismo contro edifici federali sono aumentati del 10% nel 2016.

Eppure, di fatto, l’elezione di Donald Trump è stata nient’altro che una miccia catalizzatrice di una serie di mali profondi, che stanno lacerando da dentro la società americana da troppo tempo, e che dopo una fase d’incubazione sono ora diventati sintomaticamente visibili.

Tre dati possono aiutarci a capire la profondità della questione: il 29% degli adulti americani, almeno una volta della vita, ha ricevuto una diagnosi di depressione clinica; negli ultimi 5 anni ci sono stati oltre 430mila morti per overdose da oppioidi; negli ultimi 5 anni ci sono stati più di 120mila omicidi.

Ciò che possiamo riscontrare ci parla di un paese che sta tendendo all’autodistruzione, che si odia profondamente e che soprattutto odia le degenerazioni politiche che esso stesso ha generato. Inizia ad odiare sempre più spesso le forze armate, gli ospedali, gli impiegati del governo, odia i ricchi e i poveri, odia la middle class, odia i neri e i bianchi, gli ispanici, gli asiatici, odia ogni cosa e in ogni cosa trova odio.

La rabbia che divide gli americani è forse l’unica cosa da considerarsi completamente bipartisan. La pseudo-mitopoiesi MAGA legata alla reinterpretazione in chiave complottistica di romanzi fantascientifici o di antichi miti pagani è da accostarsi all’attitudine lib-dem di collegare i repubblicani a qualsivoglia tipo di disgrazia, lobby, crimine di massa, dittatura militare nel mondo. E adesso la belligeranza verso il famoso “grande nemico della nazione” sembra non essere più sufficiente a distogliere l’attenzione dall’elefante nella stanza.

La febbre delle armi

L’assassinio di Charlie Kirk, di fatto, non rappresenta un’eccezione, ma l’ennesimo sintomo di una malattia antica che attraversa la storia americana: la facilità con cui il conflitto politico si traduce in violenza. Episodi che un tempo avrebbero scosso l’intera nazione e lasciato cicatrici profonde oggi sembrano inserirsi in una sequenza quasi ordinaria, come tappe di un fenomeno strutturale che non sorprende più.

Per capire la portata di quanto avvenuto occorre guardare alla polarizzazione crescente che ha diviso gli Stati Uniti in due blocchi incomunicabili. Non si tratta più di differenze programmatiche tra repubblicani e democratici, ma di due o più universi paralleli che si percepiscono come minacce esistenziali gli uni per gli altri. Vale per i gruppi religiosi, per le associazioni di categoria, per i comitati cittadini, nulla è al sicuro dall’odio montante che permea ogni ambito della vita americana. Nella narrativa pubblica l’avversario non è più un rivale legittimo, ma un nemico da delegittimare, ridicolizzare, demonizzare, annientare. In questo contesto il linguaggio politico diventa guerra culturale, e la politica stessa assume i toni di uno scontro finale.

La polarizzazione, però, non basterebbe da sola a spiegare la ricorrenza di episodi di sangue. La miccia incontra la polvere da sparo nella cultura delle armi, radicata profondamente nel DNA americano. Negli Stati Uniti circolano oltre 400 milioni di armi da fuoco. Ci sono letteralmente più pistole e fucili che cittadini. È un’anomalia globale che nessun altro paese sviluppato condivide. In molti stati è possibile acquistare e portare un’arma senza licenze o controlli stringenti, facendo sì che ogni frustrazione politica o personale possa rapidamente tradursi in gesto estremo.

La storia americana è costellata di questi momenti. L’assassinio di John F. Kennedy a Dallas nel 1963, quello di Martin Luther King a Memphis cinque anni più tardi, la morte di Robert Kennedy a Los Angeles, l’attentato a Ronald Reagan nel 1981. Negli anni successivi, la deputata Gabrielle Giffords colpita nel 2011 durante un incontro con gli elettori, la sparatoria che prese di mira parlamentari repubblicani nel 2017, l’aggressione a Paul Pelosi nel 2022. E ancora il luglio 2024, quando un proiettile ferì di striscio Donald Trump durante un comizio in Pennsylvania, trasformando la sua immagine insanguinata con il pugno alzato in un’icona di resistenza e di martirio politico.

L’assassinio di Kirk si inserisce dunque in una lunga scia che racconta un tratto strutturale della democrazia statunitense: la sua esposizione alla violenza interna. Ogni volta che una pistola viene puntata contro un leader politico, non è soltanto la persona a essere presa di mira, ma la democrazia stessa. La possibilità di organizzare comizi, eventi pubblici, incontri con gli elettori diventa condizionata dalla paura. Ogni episodio rafforza nei cittadini la sensazione che il dissenso non possa più essere espresso in sicurezza e che il sistema stesso stia perdendo legittimità.

Questo clima produce un effetto perverso. Invece di frenare la radicalizzazione, la violenza politica la alimenta. Ogni attentato conferma a ciascun campo di essere sotto assedio, giustificando la propria chiusura identitaria e l’uso di toni sempre più estremi. È un circolo vizioso che spinge la dialettica democratica verso la logica della trincea. Non si discute più per trovare compromessi, ma per difendere la propria sopravvivenza politica e culturale.

Gli Stati Uniti, a differenza di altre democrazie occidentali, affrontano questo scenario con una peculiarità che ne amplifica i rischi: la presenza ubiquitaria delle armi da fuoco. In Gran Bretagna, l’assassinio della deputata Jo Cox nel 2016 fece scalpore proprio perché evento raro, reso possibile da un’arma posseduta illegalmente. In Germania o in Italia, la violenza politica, quando emerge, si manifesta con coltelli, bastoni, esplosivi artigianali, non con pistole acquistate in negozio. Negli Stati Uniti, invece, l’accesso immediato a strumenti letali rende ogni tensione sociale un potenziale massacro.

Di fronte a questo quadro, la domanda è se la democrazia americana possa resistere a lungo a un processo di normalizzazione della violenza politica.

Finché l’odio ideologico continuerà a saldarsi con la diffusione illimitata di armi, episodi come quelli che hanno colpito Trump o Kirk non saranno eccezioni, ma tappe di un lento logoramento. La stabilità americana non è minacciata da un nemico esterno, ma dal rischio che il conflitto politico interno scivoli sempre più verso la guerra civile a bassa intensità.

La morte di Charlie Kirk non è dunque un caso isolato, ma l’ennesimo campanello d’allarme. È bene ricordare che la democrazia statunitense, pur essendo la più antica del mondo contemporaneo, resta vulnerabile alle sue stesse contraddizioni. L’America è nata armata e continua a vivere armata. Oggi deve decidere se questo tratto costitutivo rappresenti ancora una forza, oppure la crepa che potrebbe farla implodere dall’interno.

Una risposta a “Charlie Kirk: vivere e morire nel caos primordiale americano”

  1. […] e sostanziale rispetto alla tradizionale solidarietà bipartisan verso lo Stato ebraico. Perfino Charlie Kirk, importante attivista e comunicatore repubblicano assassinato durante un evento alla Ut…, pur continuando a sostenere politicamente Israele, un anno fa aveva parlato in una puntata del […]

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