La frattura originaria: dalla decolonizzazione alla divisione
Nel 1954, la sconfitta francese nella Battaglia di Dien Bien Phu segnò il tramonto definitivo dell’impero coloniale in Indocina e aprì una fase nuova, ma tutt’altro che pacifica. Gli Accordi di Ginevra stabilirono una divisione temporanea del Vietnam lungo il 17° parallelo, con l’obiettivo dichiarato di riunificare il Paese attraverso elezioni libere entro il 1956. Quelle elezioni non si tennero mai. La mancata consultazione popolare non fu una semplice anomalia procedurale, ma il primo atto di una crisi sistemica: il Vietnam divenne immediatamente un terreno di confronto tra modelli politici incompatibili[1]. A nord si consolidò la Repubblica Democratica guidata da Ho Chi Minh; a sud, un regime autoritario sostenuto dagli Stati Uniti. La divisione amministrativa si trasformò rapidamente in una frattura geopolitica.
Guerra fredda e ideologia: il Vietnam come scacchiere globale
Il conflitto vietnamita non può essere compreso senza il contesto della Guerra fredda. Washington interpretò la crisi come parte di una strategia globale di contenimento del comunismo, mentre Hanoi si presentava come avanguardia anticoloniale e rivoluzionaria[2]. La cosiddetta teoria del domino fu decisiva nel giustificare l’intervento americano: la caduta del Vietnam avrebbe potuto trascinare con sé l’intero Sud-est asiatico. Tuttavia, questa lettura riduceva una complessa realtà locale a un paradigma ideologico rigido. Sul terreno, la guerra divenne presto una “guerra per procura”: l’Unione Sovietica e la Cina sostennero il Nord, mentre gli Stati Uniti e i loro alleati appoggiarono il Sud[3]. Il Vietnam cessò di essere solo un teatro nazionale e si trasformò in un nodo cruciale dell’equilibrio globale.
Il fallimento dello Stato sudvietnamita
Un elemento spesso sottovalutato riguarda la debolezza strutturale del Vietnam del Sud. Il regime di Ngo Dinh Diem, sostenuto inizialmente da Washington, si rivelò incapace di costruire consenso interno. Autoritarismo, corruzione e repressione religiosa alimentarono il dissenso[4]. Il colpo di Stato del 1963, culminato con l’assassinio di Diem, segnò una svolta drammatica: anziché rafforzare il sistema politico, ne accelerò la disgregazione. Gli Stati Uniti si trovarono così a difendere un alleato privo di legittimità, costringendosi a un coinvolgimento sempre più diretto. Dal punto di vista della pubblica amministrazione, il Sud non riuscì mai a sviluppare istituzioni efficaci: la governance territoriale rimase fragile, soprattutto nelle aree rurali, dove il Fronte di Liberazione Nazionale consolidava il proprio controllo[5].
Una guerra diversa: guerriglia, territorio e asimmetria
La guerra del Vietnam rappresentò una rottura rispetto ai conflitti convenzionali del XX secolo. Le forze nordvietnamite e i Viet Cong adottarono strategie di guerriglia, sfruttando la conoscenza del territorio e il sostegno della popolazione. Reti sotterranee come i tunnel di Cu Chi e infrastrutture logistiche come il “sentiero di Ho Chi Minh” permisero una resilienza operativa straordinaria. Gli Stati Uniti, pur dotati di superiorità tecnologica, si trovarono intrappolati in una guerra asimmetrica. Le operazioni di “search and destroy” e i bombardamenti massicci non riuscirono a spezzare la capacità di resistenza del nemico. Al contrario, contribuirono spesso ad alienare la popolazione civile, rafforzando il consenso verso il Nord[6]. La guerra divenne così un incubo strategico: impossibile da vincere rapidamente, ma troppo costosa da abbandonare.
Lo stallo politico e militare
Alla fine degli anni Sessanta, il conflitto era entrato in una fase di stallo. Nonostante il dispiegamento di oltre mezzo milione di soldati, gli Stati Uniti non riuscivano a ottenere risultati decisivi. L’Offensiva del Tet rappresentò il punto di svolta. Dal punto di vista militare, fu una sconfitta per le forze comuniste, che subirono perdite enormi[7]. Ma politicamente fu un successo: dimostrò che il nemico era ancora forte e capace di colpire ovunque. Negli Stati Uniti, la fiducia nella vittoria crollò[8]. Il conflitto iniziò a essere percepito come una guerra senza sbocco, alimentando divisioni interne e crisi di legittimità istituzionale.
Opinione pubblica e crisi democratica
Un elemento cruciale fu il ruolo dell’opinione pubblica americana. Le immagini dei bombardamenti, delle vittime civili e degli errori militari — come l’uso del napalm — alimentarono un crescente movimento pacifista. Le proteste, culminate in grandi manifestazioni come quella di Washington del 1972, segnarono una frattura profonda tra cittadini e istituzioni. La pubblicazione dei Pentagon Papers rivelò inoltre che i leader politici nutrivano dubbi sulla guerra già da anni. Dal punto di vista del diritto costituzionale, il conflitto sollevò questioni fondamentali: l’assenza di una dichiarazione formale di guerra e l’uso estensivo dei poteri presidenziali misero in discussione l’equilibrio tra Congresso ed esecutivo[9].
L’uscita impossibile e la caduta di Saigon
Gli Accordi di pace di Parigi segnarono formalmente il disimpegno, ma non posero fine al conflitto. Il Vietnam del Sud, privo del sostegno diretto statunitense, non riuscì a resistere a lungo. Nel 1975, la caduta di Saigon sancì la vittoria del Nord e la riunificazione del Paese sotto un regime socialista. Per gli Stati Uniti fu una sconfitta storica: la prima vera battuta d’arresto politico-militare della loro storia contemporanea[10]. Dal punto di vista geopolitico, il conflitto dimostrò i limiti della potenza militare in assenza di legittimità politica e comprensione del contesto locale.
Il costo umano e l’eredità geopolitica
Il bilancio della guerra è devastante: milioni di civili morti, intere regioni distrutte, ecosistemi compromessi dall’uso di agenti chimici come l’Agent Orange. Le cifre restano controverse, ma l’impatto umano è indiscutibile. Le conseguenze si estendono ben oltre il Vietnam: crisi dei rifugiati, traumi generazionali, sfiducia nelle istituzioni. Negli Stati Uniti, il conflitto lasciò una ferita profonda nella cultura politica e nella percezione del ruolo internazionale del Paese. Oggi, il Vietnam unificato rappresenta un caso emblematico di resilienza statale, ma anche un monito: la guerra del Vietnam non fu solo una tragedia militare, bensì il risultato di errori strategici, rigidità ideologiche e interessi politici incapaci di adattarsi alla realtà.
Pier Paolo Pasolini e il Vietnam: 19 ottobre 1968
Nell’appuntamento del 19 ottobre 1968 della rubrica “Caos” all’interno del Tempo[11], Pasolini analizza la politica estera, trattando una delle questioni più discusse dell’epoca: la guerra in Vietnam.

Egli apre l’articolo facendo notare al lettore che nelle ultime settimane la parola Vietnam non faccia più notizia. Lo scrittore lamenta l’uso che si è fatto di questa parola per oltre un decennio, abusandone e decontestualizzandola. «la parola Vietnam è stata nella maggior parte dei casi usata demagogicamente, ricattatoriamente, per obbligo, per moda, per moralismo, per necessità: al fine di strumentalizzare o di farsi strumentalizzare; con vanità, con superbia, con conformismo»[12]. Le parole di Pasolini ci sembrano più attuali che mai se pensiamo ai conflitti russo-ucraini e israelo-palestinesi. La grandezza dello scrittore sta proprio in questo, nell’essere sempre attuale, a volte anche più attuale dei nostri intellettuali, che battibeccano e dibattono nelle varie trasmissioni, senza però mai affrontare la questione.
Così continua poi lo scrittore bolognese: «ora c’è un momento di pausa (ah, certamente non definitivo) nella moda, atroce, del Vietnam; ora i Vietcong, sia pure in una breve mora, sembrano lontani e separati»[13]. Qui lo scrittore ci mette in luce come siano i mass media a decidere chi sia il nemico e come esso debba esserci ostile. «Mentre in Europa si combattono false battaglie di avanguardia (false in quanto oggettivamente premature: dappertutto in Europa c’è il fascismo, nelle sue varie forme): laggiù, nel Vietnam, si combatte una guerra di retroguardia: cioè si combatte prima di tutto per quelle cose minime ed elementari che sono la libertà e l’indipendenza….Voglio invitare ad essere realisti»[14].
Pasolini ci riporta nuovamente all’attualità, a quel battibeccare televisivo su questioni lontane, di cui poco si conosce e per le quali poco si fa per il raggiungimento della pace. Pasolini si fa sempre più attuale, a volte andando quasi a sorprendere il lettore contemporaneo, quando ci parla del proibizionismo legato al pacifismo e alla parola stessa “pace”, fenomeno che noi abbiamo visto ripresentarsi e crescere proprio in questi ultimi anni.
[1] E. Blakemore, Perché la guerra del Vietnam è durata decenni, in National Geographic, 11/11/2025, https://www.nationalgeographic.it/perche-la-guerra-del-vietnam-e-durata-decenni
[2] S. Karnow, Storia della guerra del Vietnam, Milano, Rizzoli, 1985, prefazione.
[3] N. Sheehan, Vietnam. Una sporca bugia, Milano, Edizioni Piemme, 2003, pp. 12-23.
[4] E. Blakemore, Perché la guerra del Vietnam è durata decenni, in National Geographic, 11/11/2025, https://www.nationalgeographic.it/perche-la-guerra-del-vietnam-e-durata-decenni
[5] S. Karnow, Storia della guerra del Vietnam, Milano, Rizzoli, 1985, prefazione.
[6] M. Frey, Storia della guerra in Vietnam – La tragedia in Asia e la fine del sogno americano, Torino, Einaudi, 2008, p. 102.
[7] H. Kissinger, Gli anni della Casa Bianca, Como, SugarCo, 1980, prefazione.
[8] E. Blakemore, Perché la guerra del Vietnam è durata decenni, in National Geographic, 11/11/2025, https://www.nationalgeographic.it/perche-la-guerra-del-vietnam-e-durata-decenni
[9] H. Kissinger, Gli anni della Casa Bianca, Como, SugarCo, 1980, prefazione.
[10] S. Karnow, Storia della guerra del Vietnam, Milano, Rizzoli, 1985, prefazione.
[11] Tempo, anno XXX, n. 43, 19 ottobre del 1968.
[12] Tempo, anno XXX, n. 43, 19 ottobre del 1968.
[13] Tempo, anno XXX, n. 43, 19 ottobre del 1968.





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