Samuel Huntington ha attraversato la seconda metà del Novecento come pochi altri intellettuali americani. Con un piede nell’accademia e uno nella stanza dei bottoni, con la lucidità di chi sa leggere le strutture profonde della storia e il coraggio — o l’imprudenza — di ridurle a sistema. La sua teoria dello scontro di civiltà, formulata nel 1993 e sviluppata nell’omonimo libro del 1996, è diventata uno dei testi più citati, più fraintesi e più discussi della geopolitica contemporanea.

A quasi trent’anni di distanza, vale la pena tornare a leggerla senza le distorsioni dell’agiografia né quelle della critica ideologica: per capire che cosa Huntington ha davvero visto, che cosa non ha visto affatto, e perché le sue domande — anche quando le risposte si rivelano sbagliate — continuano a essere le più scomode che si possano porre a un sistema internazionale che non ha ancora trovato un’altra teoria all’altezza di sostituirle.

Chi era Huntington

Samuel Phillips Huntington nasce a New York il 18 aprile 1927, in una famiglia della classe media protestante che gli trasmette quella miscela di rigore morale e ambizione intellettuale tipica della borghesia anglosassone d’anteguerra. È un bambino precoce, di quelli che bruciano le tappe senza sembrare di correrle: entra a Yale a quattordici anni, si laurea a diciotto, consegue il dottorato ad Harvard a ventitré. Non è la traiettoria di un enfant prodige nel senso spettacolare del termine — non c’è nulla di esibito nella sua formazione — ma quella di un intellettuale che ha già capito, giovanissimo, che il suo posto è nella stanza dove si ragiona sul potere, non in quella dove lo si esercita direttamente.

Resta ad Harvard quasi tutta la vita, salvo una breve parentesi alla Columbia, e ne diventa una delle figure più rappresentative: cofondatore della rivista Foreign Policy nel 1970, direttore del John M. Olin Institute for Strategic Studies, membro del Consiglio di Sicurezza Nazionale durante l’amministrazione Carter, per la quale coordina la pianificazione strategica. È in quegli anni — la fine dei Settanta, il disordine post-Vietnam, la crisi degli ostaggi in Iran, l’invasione sovietica dell’Afghanistan — che Huntington affina la sua diffidenza verso le grandi narrazioni ottimistiche sulla politica internazionale.

Washington gli insegna quello che Harvard gli aveva solo suggerito: che il mondo non si lascia redimere dalle buone intenzioni, e che le strutture resistono molto più a lungo delle ideologie che pretendono di cambiarle. Muore il 24 dicembre 2008, a Martha’s Vineyard, lasciando una produzione scientifica che attraversa quattro decenni e almeno tre grandi dibattiti della politologia americana — e una teoria destinata a sopravvivergli, nel bene e nel male, molto più di quanto lui stesso probabilmente avesse previsto.

Un teorico delle strutture

Samuel Huntington non ha mai amato le profezie. Eppure è diventato uno dei profeti più citati e contestati degli ultimi trent’anni. Formatosi tra Yale, Chicago e Harvard — dove giunse giovanissimo alla cattedra — fu qualcosa di raro nell’accademia anglosassone: un intellettuale che sapeva muoversi tra il seminario e la stanza dei bottoni. Collaborò con l’amministrazione Carter, contribuì alla riflessione strategica americana durante la Guerra Fredda, e portò nei corridoi del potere quella stessa intransigenza analitica che dispiegava nelle aule universitarie. Non era un funzionario in abito accademico, né un accademico che sognava il potere. Era, più precisamente, un teorico delle strutture — convinto che il mondo obbedisse a logiche profonde, resistenti agli entusiasmi della congiuntura.

L’avvertimento

Quella convinzione non era nata dal nulla. Già negli anni Sessanta, con il saggio Political Order in Changing Societies, Huntington aveva liquidato con eleganza crudele il mito allora dominante: che sviluppo economico e modernizzazione conducessero automaticamente alla democrazia. Al contrario, sosteneva, senza istituzioni solide il cambiamento sociale produce soltanto instabilità. Era una tesi controcorrente nell’America del Great Society, un’America ancora convinta che la storia obbedisse alla logica del progresso lineare — e proprio per questo rimase. Non come curiosità storiografica, ma come avvertimento. Quella stessa attenzione all’ordine, al peso specifico delle istituzioni, alle strutture di lungo periodo che resistono alle mode del momento, avrebbe poi informato la sua opera più ambiziosa e discussa.

Lo scontro come sistema

Nel 1993, sulle pagine di Foreign Affairs, apparve un articolo destinato a segnare un’epoca. La tesi era formulata con la brutalità propria dei grandi sintetizzatori: con la fine del conflitto ideologico tra Stati Uniti e Unione Sovietica non si apriva affatto la stagione della pace democratica universale, come Francis Fukuyama profetizzava (fallendo clamorosamente) ne La fine della Storia, ma emergevano nuove — e in realtà molto più antiche — linee di divisione. I conflitti futuri, scriveva Huntington, non sarebbero stati determinati principalmente da ideologie o interessi economici, bensì da fattori culturali e religiosi. Le grandi civiltà, intese come comunità storiche fondate su lingua, religione e tradizioni condivise, diventavano i veri soggetti della geopolitica contemporanea. Il libro del 1996, The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order, avrebbe sviluppato questa intuizione in un sistema compiuto: un mondo suddiviso in grandi blocchi culturali — occidentale, islamico, sinico, indù, ortodosso — destinati a cooperare al loro interno e a entrare in conflitto lungo le cosiddette linee di faglia, i margini di contatto tra universi valoriali irriducibili l’uno all’altro.

Modernizzazione senza occidentalizzazione

Il meccanismo interno della teoria era però più sofisticato di quanto i suoi critici abbiano spesso ammesso, e merita di essere restituito nella sua articolazione reale prima di essere giudicato. Huntington non stava semplicemente reintroducendo il determinismo culturale nella politologia americana, né proponendo una nuova versione del vecchio orientalismo. Stava ponendo una questione più scomoda e strutturalmente più interessante: che cosa accade quando la modernizzazione non produce convergenza verso i valori occidentali, ma piuttosto il suo contrario — un rafforzamento delle identità locali, una reazione identitaria alle pressioni della globalizzazione?

La distinzione tra modernizzazione e occidentalizzazione era il vero nocciolo teorico del suo sistema. Le società non occidentali, nel momento in cui si rafforzano economicamente, non imitano l’Occidente: lo sfidano nei propri termini, rivendicando la legittimità delle proprie tradizioni. Era una tesi fastidiosa per chiunque credesse nell’universalismo liberale come destino dell’umanità — e su questo punto il mondo gli ha dato più ragione di quanto i suoi detrattori vogliano concedere.

Lo scontro di civiltà trent’anni dopo

A quasi trent’anni di distanza, il bilancio è ambivalente con la precisione dei grandi errori fecondi. Il ritorno delle identità culturali e religiose nella politica internazionale è un dato che nessuna analisi seria può ignorare. Dopo il breve ottimismo degli anni Novanta — quando l’idea di una convergenza globale verso il modello liberale sembrava ancora plausibile, anzi imminente — il sistema internazionale ha assistito a una riemersione di nazionalismi, appartenenze confessionali e rivendicazioni di sovranità culturale che Huntington aveva anticipato con notevole lucidità.

Anche la sua visione di un ordine multipolare ha trovato conferma storica: l’ascesa della Cina, il ritorno della Russia come potenza revisionista, il ridimensionamento relativo dell’Occidente indicano che il sistema non è più dominato da un unico centro di irradiazione politica e valoriale. I nuovi poli non si limitano a competere sulle quantità — risorse, mercati, arsenali — ma propongono modelli politici e valoriali esplicitamente alternativi, talvolta costruiti in opposizione deliberata al modello liberale occidentale.

Le civiltà non sono blocchi

È però quando si passa dall’intuizione generale all’analisi concreta che i limiti della teoria di Huntington si rivelano con altrettanta nettezza, e con la stessa sistematicità. Il principale difetto di Huntington è la sua tendenza a trasformare oggetti storicamente fluidi e internamente conflittuali — le civiltà, appunto — in blocchi dotati di una logica unitaria e di un interesse riconoscibile. Insiemi attraversati da tensioni acute, da fratture confessionali, linguistiche, politiche, vengono trattati come attori coerenti sulla scena internazionale.

Questa semplificazione non è un dettaglio metodologico: è il punto in cui la teoria rischia di diventare fuorviante. Molti dei conflitti più violenti degli ultimi decenni si sono verificati all’interno delle stesse aree culturali — le guerre civili del Medio Oriente, le lacerazioni del mondo islamico tra sunniti e sciiti, tra monarchie del Golfo e repubbliche rivoluzionarie, tra nazionalismi arabi e islamismo transnazionale. La civiltà, in questi casi, non ha unificato: ha offerto il vocabolario della contesa, non la sua soluzione.

La lezione ucraina

Il caso ucraino è a questo riguardo illuminante, non perché smentisca Huntington dall’esterno, ma perché rivela il limite strutturale del suo metodo dall’interno. Egli riteneva improbabile un conflitto tra Russia e Ucraina proprio in virtù della loro vicinanza culturale: un errore di lettura che non è accidentale, ma nasce direttamente dall’impianto teorico.

La tendenza a sopravvalutare la coesione interna dei blocchi civilizzazionali porta inevitabilmente a sottovalutare il ruolo della geopolitica classica — equilibri di potenza, logiche di sicurezza, interessi strategici di Stato — che continua a operare trasversalmente alle identità culturali, e spesso in contraddizione con esse. La guerra in Ucraina è spiegabile in larga misura come conflitto di potenza, come tentativo russo di impedire l’espansione di un’alleanza militare percepita come minaccia esistenziale: uno schema che Tucidide avrebbe riconosciuto senza difficoltà, e che Huntington faticava ad accomodare nel suo sistema.

L’ibridazione che non ha visto

Vi è poi il tema della globalizzazione, che Huntington ha sistematicamente sottostimato nella sua capacità di produrre ibridazione e interdipendenza. Il mondo che descriveva — diviso in grandi blocchi relativamente impermeabili — corrisponde sempre meno alla realtà di un sistema caratterizzato da catene del valore transnazionali, flussi migratori di scala storica, e un’ibridazione culturale che non conosce confini di civiltà.

Le identità contemporanee sono spesso multiple, stratificate, non riducibili a appartenenze nette. Il manager saudita laureato a Londra, l’ingegnere cinese nel polo tecnologico berlinese, il teologo islamico che dibatte su piattaforme digitali californiane: sono tutti personaggi che la teoria fatica a ospitare senza forzature, perché la loro esistenza stessa contraddice la premessa delle civiltà come insiemi chiusi e autoriproduttivi.

Le domande giuste, gli strumenti sbagliati

Nel complesso, il pensiero di Huntington rappresenta una delle interpretazioni più influenti e più onestamente sbagliate della politica internazionale contemporanea. La sua forza risiede nell’aver riportato al centro dell’analisi la dimensione culturale — nel mostrare come identità, valori e religione continuino a influenzare i comportamenti degli attori internazionali in modi che il puro calcolo razionale degli interessi non riesce a spiegare. Il suo limite è il rovescio della stessa medaglia: aver ridotto questa intuizione a un sistema chiuso, deterministico, che oscura il ruolo altrettanto decisivo del potere, dell’economia e delle dinamiche interne agli Stati. La cultura conta — ma conta insieme ad altre variabili, non al loro posto.

Un sistema internazionale senza profezie

Huntington non è né il profeta confermato che i suoi epigoni vorrebbero, né il teorico smentito che i suoi critici si affrettano a seppellire. È qualcosa di più utile: un intellettuale che ha posto le domande giuste con gli strumenti sbagliati, che ha visto con anticipo i contorni di un mondo che stava per arrivare senza riuscire a descriverne con precisione i meccanismi interni. La sua intuizione fondamentale — che i conflitti riguardino anche l’identità e non solo gli interessi materiali, che la storia non si riduca a una gara economica tra attori razionali — rimane uno dei contributi più duraturi al pensiero geopolitico del secondo Novecento.

Il mondo contemporaneo, però, dimostra ogni giorno che cultura, politica ed economia sono intrecciate in modi che nessuna teoria monofattoriale riesce a sciogliere senza perdere per strada la maggior parte della realtà. Se la fine della Guerra Fredda aveva alimentato l’illusione di un mondo destinato alla convergenza liberale, la realtà degli ultimi decenni ha rivelato qualcosa di più antico e meno confortante: un sistema internazionale frammentato, multipolare e instabile, dove le civiltà sì contano, ma da sole non bastano a spiegare nulla.​​​​​​​​​​​​​​​​

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