Pochi autori dell’antichità hanno esercitato un fascino così duraturo e ambiguo come Petronio. La sua figura emerge dalle fonti storiche avvolta da un’aura di eleganza, provocazione e mistero. Tacito lo descrive come un uomo capace di trasformare la propria esistenza in un’opera d’arte, un aristocratico raffinato che trascorreva le giornate nel sonno e le notti tra piaceri, incontri e conversazioni colte. Lontano dall’essere un semplice dissoluto, Petronio incarnava un modello di vita fondato sull’estetica e sul distacco ironico.
Divenuto uno dei consiglieri più ascoltati di Nerone in materia di gusto e raffinatezza, meritò il titolo di elegantiae arbiter, arbitro dell’eleganza. Proprio questa posizione privilegiata suscitò l’invidia del potente prefetto Tigellino, che contribuì alla sua rovina durante la repressione seguita alla congiura di Pisone del 65 d.C[1]. Costretto al suicidio, Petronio affrontò la morte con la stessa teatralità che aveva caratterizzato la sua esistenza: alternando banchetti, conversazioni leggere e momenti di riposo, quasi a negare al potere imperiale il diritto di trasformare la sua fine in uno spettacolo di paura[2].
La rivoluzione del Satyricon
Se la vita di Petronio appare straordinaria, la sua opera non lo è meno. Il Satyricon è uno dei testi più originali della letteratura latina e uno dei vertici assoluti del cosiddetto romanzo antico. Ciò che colpisce immediatamente è la sua natura ibrida: prosa e poesia si alternano continuamente, mentre registri linguistici differenti convivono in una struttura volutamente frammentaria[3]. L’opera segue le avventure di Encolpio, Gitone ed Eumolpo in un’Italia meridionale popolata da liberti arricchiti, avventurieri, truffatori e personaggi ai margini della società. Non vi sono eroi esemplari né modelli morali.
Al contrario, Petronio costruisce un universo dominato dall’instabilità, dall’inganno e dall’ossessione per il denaro. In questo senso il Satyricon costituisce una vera rivoluzione letteraria. Per la prima volta il mondo romano viene rappresentato senza idealizzazioni. Le classi sociali emergenti, i linguaggi popolari e le contraddizioni della vita quotidiana diventano materia narrativa degna di attenzione artistica. È proprio questa capacità di osservazione che ha spinto studiosi moderni a considerare Petronio uno dei più sorprendenti anticipatori del realismo europeo.
La Cena di Trimalchione e la società senza valori
Il cuore del Satyricon è senza dubbio la celebre Cena Trimalchionis. Per oltre cinquanta capitoli il lettore assiste al banchetto organizzato da Trimalchione, ex schiavo diventato immensamente ricco. La cena si trasforma in una gigantesca rappresentazione del potere economico, in cui ogni pietanza, ogni decorazione e ogni gesto hanno lo scopo di ostentare ricchezza. Petronio osserva questo spettacolo con uno sguardo impassibile e ironico.
Trimalchione possiede tutto, ma non possiede alcuna autentica grandezza morale o culturale. Il suo universo è costruito sull’apparenza e sulla continua esibizione di sé. La straordinaria modernità dell’opera risiede proprio qui[4]. Dietro il ritratto del liberto arricchito si intravede una riflessione universale sulla sostituzione dei valori con il prestigio economico. È una dinamica che attraversa i secoli e che rende il Satyricon sorprendentemente vicino alla sensibilità contemporanea.
Fellini e il tempo che collassa
Nel Novecento il primo autore a comprendere fino in fondo la forza visionaria di Petronio fu Pier Paolo Pasolini, ma prima ancora Federico Fellini ne offrì una reinterpretazione cinematografica destinata a lasciare il segno. Il Fellini Satyricon non è una ricostruzione storica della Roma imperiale. È piuttosto un viaggio onirico in un tempo sospeso. Il passato appare contemporaneamente remoto e futuro, archeologico e fantascientifico[5]. Le immagini sembrano provenire da un affresco in rovina e da un incubo moderno nello stesso momento. Fellini coglie l’essenza più profonda del testo petroniano: la sensazione di vivere in un mondo che ha perduto il proprio centro morale. I personaggi si muovono come frammenti di una civiltà in dissoluzione, figure che emergono per un istante dalla storia per poi scomparire nuovamente nel silenzio.
Pasolini e Petrolio: il nuovo Trimalchione
Se Fellini trasformò il Satyricon in un grande sogno cinematografico, Pasolini ne fece uno strumento di interpretazione del presente. Il rapporto tra Petronio e Petrolio è infatti molto più profondo di quanto possa apparire a una prima lettura[6]. L’ultimo e incompiuto romanzo pasoliniano racconta l’Italia del potere economico, dell’industria petrolifera e delle connessioni oscure tra finanza, politica e interessi internazionali. Il protagonista Carlo attraversa identità diverse e vive una continua metamorfosi che richiama sia il mito classico sia la fluidità narrativa del romanzo antico.
La società descritta da Pasolini presenta sorprendenti analogie con quella raccontata da Petronio. Come Trimalchione, anche le élite di Petrolio sembrano aver sostituito ogni principio etico con il culto della ricchezza e del successo[7]. Il denaro diventa il nuovo fondamento simbolico della comunità, mentre la cultura e la spiritualità vengono progressivamente svuotate. Pasolini riconosce nella modernità avanzata una forma di decadenza non meno radicale di quella osservata da Petronio nella Roma neroniana. Per questo il Satyricon diventa, nelle sue mani, una chiave interpretativa della contemporaneità[8].
Da Petronio a Calvino: una profezia ancora aperta
L’eredità del Satyricon non si esaurisce in Fellini e Pasolini. La sua ombra attraversa gran parte della letteratura del Novecento, da Arbasino fino alle riflessioni più ampie sulla società dei consumi. In particolare, le analisi di Pasolini sulla trasformazione antropologica prodotta dal capitalismo trovano sorprendenti punti di contatto con quelle di Italo Calvino. Entrambi compresero che il rischio maggiore della modernità non era soltanto economico, ma culturale[9].
La progressiva omologazione dei comportamenti, la perdita delle identità locali e la riduzione dell’uomo a consumatore rappresentavano fenomeni destinati a modificare profondamente la società occidentale. Rileggere oggi Petronio significa dunque molto più che tornare a un classico latino. Significa confrontarsi con una domanda ancora attuale: che cosa accade a una civiltà quando il benessere sostituisce i valori e l’apparenza prende il posto della sostanza?[10] È una domanda che attraversa duemila anni di storia e che continua a interrogarci, dalla Roma di Nerone fino al nostro presente globalizzato.
Capitalismo, tra convivio e appartenenza
Altro argomento interessante, legato alla globalizzazione e alle influenze statunitensi, è quello del consumismo nei periodi di festività, che Pasolini affronta nel suo intervento dell’11 gennaio 1969[11]. Utilizzando un termine sportivo, quelli dello Scrittore in questo intervento sono dei commenti “a caldo”, poiché la stesura dell’articolo avvenne proprio durante il periodo natalizio. «Sono tre anni che faccio in modo di non essere in Italia per Natale. Lo faccio di proposito, con accanimento, disperato dall’idea di non riuscirci; accettando magari di oberarmi di lavoro, di rinunciare a qualsiasi forma di vacanza, di interruzione, di sollievo»[12]. Pasolini apre l’articolo ricordando la sua infanzia in piccole realtà rurali, legate al mondo contadino, le quali avevano, seppur solo idealisticamente, un legame con Gerusalemme, ma dalla fine del secondo conflitto mondiale, superata la miseria postbellica, quel mondo è stato completamente inglobato dal capitalismo.
Ora è il capitalismo a dettare il senso stesso delle festività: «per il nuovo capitalismo, che si creda in Dio, nella Patria o nella Famiglia, è indifferente. Esso ha infatti creato il suo nuovo mito autonomo: il Benessere»[13]. La Chiesa è ormai totalmente asservita alla legge del Capitale e ad essa ha attinto andando a modificare e compromettere le sacre tradizioni della cristianità. La vera Chiesa prima risedeva in quel mondo preindustriale e contadino, fatto di miseria e tradizioni. In quel mondo il tempo era scandito dalle stagioni e dalle festività religiose. Ora invece, come ci dice Pasolini, il Capitale ha ormai inglobato e fatto sue le festività ecclesiastiche e della Chiesa potrebbe anche fare a meno, non gli serve più. «Se essa non ci fosse, esso ne potrebbe fare a meno»[14].
Il Capitalismo ha, in poco tempo, annichilito e annientato la sacralità che risedeva nella festività stessa, andando però a generare una nuova tipologia di sacralità, quella del dono, o meglio “regalo”. Il regalo, quello consumistico, è molto distante dal concetto di dono cristiano. Ironicamente Pasolini afferma che il Natale essendo originariamente una festa pagana ed allegra, ha bisogno del capitalismo consumistico per tornare a quella felicità ed allegria incontrollate. Come ci dice Pasolini quella del Natale paradossalmente non è più una festività religiosa, egli suggerisce infatti che la Chiesa debba distinguersi allontanando le sue festività da quelle ormai generate dal mondo capitalistico. «Ma allora, questa festa pagana ritorni pagana: la sostituzione della natura industriale a quella naturale, sia completa anche nelle feste. E la Chiesa se ne distingua»[15]. Quella che si vive sotto natale è una psicosi bellica dell’acquisto, del consumo sfrenato e irrefrenabile.
In alcuni interventi si scorge un Pasolini più intimo, pronto a parlare di sé e della sua quotidianità. L’intervento del 1° marzo 1969[16] ne è un esempio. Partendo dalla sua quotidianità di una giornata bolognese, inizia una dissertazione sulla bellezza intrinseca di Bologna durante la stagione invernale. Pasolini quel giorno si era recato a Bologna in occasione del Congresso del Partito Comunista. Tanta frenesia, ci dice l’autore, era riscontrabile nella gente solo durante la Pasqua e il Natale: «Soltanto a Natale e a Pasqua c’è nei gesti della gente tanta letizia e ansia di qualcosa che si riconferma come nuovo. Solo che ormai a Natale e a Pasqua tale letizia è nevrotica e sciocca: mentre qui c’è una specie di calma ragionante che anziché renderla odiosa, la comunica»[17]. Subito però Pasolini si dissocia da tale sentimento, poiché dietro ad esso risiede quel pericoloso sentimento del volersi conformare obbligatoriamente: «il sentimento di appartenere per forza ad una collettività e allo spirito di questa collettività»[18].
[1] R. Syme, Tacitus, Oxford, 1958, II, p. 387; G. Pugliese Carratelli, Tabulae Herculanenses, in La parola del passato, n. 2, 1946, p. 381.
[2] G. Clemente, Guida alla storia romana, Milano, Mondadori, 2011, p. 323.
[3] Petronio Arbitro, Satyricon, introduzione, traduzione e note a cura di A. Aragosti, Milano, Bur Rizzoli, 1997, p. 6.
[4] Petronio Attico, Satryeicon, introduzione, traduzione e note di Andrea Aragosti, Milano, Bur Rizzoli, 1995.
[5] P. P. Pasolini, Petrolio, a cura di Maria Careri e Graziella Chiarcossi, con una nota di Aurelio Roncaglia, Collana Supercoralli, Torino, Einaudi, 1992.
[6] E. Vulliamy, Who really killed Pier Paolo Pasolini?, in The Guardian, 24 agosto 2014.
[7] G. Chiarcossi Cerami, «“Petrolio” e il capitolo rubato», in Doppiozero, 17 dicembre 2022.
[8] A. Bernardino, Vita di Luigi Einaudi, Padova, CEDAM, 1954; R. Faucci, Einaudi, Luigi in Dizionario Biografico degli Italiani, Volume 42, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1993.
[9] F. Forte, A onor del vero: un’autobiografia politica e civile, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2017, p. 223. Forte dichiara di essere al corrente del fatto che Pasolini si sia ispirato a lui per la stesura di Petrolio.
[10] P. P. Pasolini, Petrolio, Milano, Mondadori, 2012, «FORTE (8 settembre 1973)».
[11] Tempo, anno XXXI, n. 1, 4 gennaio del 1969.
[12] Tempo, anno XXXI, n. 1, 4 gennaio del 1969.
[13] Tempo, anno XXXI, n. 1, 4 gennaio del 1969.
[14] Tempo, anno XXXI, n. 1, 4 gennaio del 1969.
[15] Tempo, anno XXXI, n. 1, 4 gennaio del 1969.
[16] Tempo, anno XXXI, n. 9, 1 marzo del 1969.





Lascia un commento