Ogni guerra prolungata produce, oltre ai suoi morti e alle sue linee del fronte, una seconda battaglia meno visibile: quella per stabilire quale modello organizzativo meriti di sopravviverle. Kiev sta combattendo in queste settimane anche questa guerra interna, e lo sta facendo nel modo peggiore possibile per una capitale sotto attacco missilistico: in piazza.

La rimozione di Mykhailo Fedorov dal ministero della Difesa ucraino non sarebbe, in condizioni normali, un evento che giustifica l’attenzione della geopolitica internazionale. Rimpasti di governo in tempo di guerra ne sono avvenuti a decine, in tutti i conflitti della storia. Ma quando la rimozione di un ministro produce manifestazioni di piazza per due giorni consecutivi, con cori che non chiedono la pace bensì la testa del comandante in capo delle Forze armate, il rimpasto smette di essere cronaca interna e diventa rivelatore di una faglia strutturale. Non riguarda solo l’Ucraina. Riguarda il modo in cui l’Occidente intero si sta interrogando, spesso senza dirlo apertamente, su cosa sia oggi un esercito.

Due culture, non due fazioni

Sarebbe un errore di lettura ridurre lo scontro tra Fedorov e il generale Oleksandr Syrsky a un conflitto di potere personale, o peggio a un duello tra un “modernizzatore” e un “conservatore”. La realtà è più interessante, e più inquietante, perché descrive due epistemologie della guerra che faticano a tradursi l’una nell’altra.

La prima è la guerra industriale: linee da tenere, riserve da accumulare, brigate da alimentare, una logica di attrito in cui la vittoria appartiene a chi possiede più massa e la sostiene più a lungo. È la grammatica in cui il sessantenne Syrsky, ufficiale formato nella tradizione sovietica, ha costruito la propria competenza e la propria autorità.

La seconda è la guerra distribuita: reti di sensori, cicli di produzione settimanali anziché pluriennali, software aggiornato al ritmo della contromisura nemica, un’architettura in cui il vantaggio non deriva dal possesso di piattaforme costose ma dalla velocità con cui l’informazione si trasforma in azione. È il mondo che Fedorov ha rappresentato fin dai tempi del ministero della Trasformazione digitale, e che ha trovato nell’“esercito dei droni” ucraino la sua incarnazione più compiuta.

Il punto cruciale, che il racconto giornalistico tende a semplificare, è che nessuna delle due culture nega l’altra. Syrsky non disprezza i droni Fedorov non immagina una guerra senza fanteria. Ciò che le separa è la gerarchia: quale delle due debba piegarsi all’altra nella progettazione della forza armata del futuro. È una domanda che nessun esercito occidentale ha ancora risolto, e che l’Ucraina è costretta ad affrontare sotto il fuoco nemico, senza il lusso delle commissioni parlamentari e dei programmi pilota di cui dispongono i suoi alleati.

L’economia della saturazione

C’è poi un secondo livello, meno visibile ma più decisivo, su cui si gioca questa contrapposizione: quello del costo. La guerra russo-ucraina, e più recentemente le campagne statunitensi contro l’Iran, hanno reso evidente un paradosso che comincia a preoccupare seriamente i pianificatori occidentali. Si può vincere ogni singolo scontro tattico e perdere ugualmente la guerra economica che lo sottende.

Quando un intercettore da diversi milioni di dollari viene impiegato sistematicamente contro un drone che ne costa una frazione minima, il rapporto di forza non si misura più in chilometri di territorio conquistato ma in velocità di esaurimento degli arsenali. Le operazioni del 2025 e del 2026 contro l’Iran hanno consumato quote significative delle scorte occidentali di sistemi come THAAD e SM-3, dimostrando che la superiorità qualitativa, se non accompagnata da una base industriale capace di sostenerla nel tempo, si trasforma in vulnerabilità strategica.

È precisamente su questo terreno — non su un afflato tecnologico astratto, ma su un calcolo costi-benefici imposto dall’asimmetria demografica e industriale con Mosca — che Fedorov ha costruito il proprio capitale politico. La sua proposta implicita non era sostituire i carri armati con i droni, ma imporre al nemico una struttura di costi insostenibile: la difesa stratificata, in cui l’arma più sofisticata viene riservata alla minaccia più pericolosa, e tutto il resto viene affrontato con strumenti economici, sacrificabili, rapidamente rimpiazzabili.

L’errore di calcolo presidenziale

Il presidente Volodymyr Zelensky si è trovato di fronte a un dilemma classico della leadership in tempo di guerra: quale dei due rischi minimizzare, la discontinuità del comando militare o l’alienazione della componente più dinamica del proprio ecosistema della difesa. Ha scelto di proteggere Syrsky, calcolando che sostituire un ministro fosse amministrativamente meno costoso che sostituire un capo di stato maggiore nel mezzo di un fronte esteso.

Il calcolo era militarmente comprensibile. Politicamente si è rivelato miope, per almeno tre ragioni che meritano di essere isolate perché ciascuna descrive un rischio replicabile altrove.

Primo: Fedorov non era percepito come un semplice ministro sostituibile, ma come il simbolo di una comunità — tecnici, produttori di droni, volontari, comandanti innovatori — che aveva investito nella promessa di una modernizzazione strutturale delle Forze armate. Rimuoverlo è stato letto come la vittoria dell’apparato tradizionale sul gruppo che prometteva di riformarlo dall’interno.

Secondo: la presidenza ha sottovalutato quanto il malcontento verso Syrsky fosse già diffuso in settori dell’opinione pubblica e delle stesse Forze armate, che gli attribuiscono un eccesso di centralizzazione decisionale e una tendenza a difendere posizioni oltre il punto di convenienza tattica. Che queste accuse siano o meno verificabili dall’esterno conta meno, in termini politici, di quanto contí la loro diffusione.

Terzo, e più rilevante per una lettura geopolitica: Zelensky ha sopravvalutato la capacità di assorbimento della società ucraina in nome dell’unità nazionale. Le proteste non segnalano una crisi di regime — l’Ucraina resta compattamente mobilitata contro l’aggressione russa — ma segnalano che il capitale politico accumulato dal 2022 non è una risorsa infinita, e che la gestione della guerra tecnologica è ormai percepita dall’opinione pubblica come questione di sopravvivenza nazionale, non di efficienza amministrativa.

Una lezione che eccede i confini ucraini

La tentazione, per chi osserva da fuori, è di archiviare la vicenda come una turbolenza interna a un paese in guerra. Sarebbe una lettura miope quanto quella attribuita a Zelensky. Le architetture militari della NATO sono state costruite attorno a un numero limitato di piattaforme qualitativamente superiori — aviazione stealth, sistemi missilistici di precisione, comando centralizzato e sofisticato. È un modello che conserva un valore enorme nei conflitti simmetrici e ad alta intensità, ma che mostra crepe evidenti quando deve sostenere campagne prolungate contro sciami di minacce economiche prodotte in serie.

Il vero vincitore della prossima generazione di conflitti non sarà l’esercito che avrà scelto tra il carro armato e il drone, ma quello capace di costruire un’architettura a due velocità: piattaforme avanzate riservate agli obiettivi strategici, e una massa di sistemi economici, distribuiti, rapidamente sostituibili per la logorante quotidianità del campo di battaglia. È esattamente la sintesi che a Kiev, in queste settimane, non si è riusciti a costruire — non perché mancasse la comprensione teorica, ma perché le due culture hanno finito per contendersi l’accesso al presidente invece di cooperare nella definizione della dottrina comune.

In questo senso lo scontro Fedorov-Syrsky non è un incidente di percorso ucraino. È un’anticipazione, resa visibile dalla pressione estrema della guerra, del conflitto istituzionale che attende ogni esercito occidentale nei prossimi anni: tra ministeri e stati maggiori, tra industria tradizionale e industria tecnologica, tra chi comanda sul terreno e chi innova nei laboratori. L’Ucraina lo sta vivendo senza la possibilità di rinviarlo. Il resto dell’Occidente ha ancora, forse, il tempo di studiarlo prima di doverlo attraversare a sua volta.

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