In quarantotto ore Riyadh ha perso il controllo della costa yemenita del Mar Rosso e ha dovuto chiudere la principale alternativa terrestre a Hormuz. E, fatto ancor più notevole, i droni contro l’oleodotto sono partiti dall’Iraq. Dietro la maxi-operazione c’è la regia coordinata degli Houthi, che dimostrano di aver capito alla perfezione come fiaccare gli avversari, volteggiarvi intorno, colpirli al momento più opportuno. Questa volta con conseguenze decisamente macroscopiche.

I miliziani Houthi hanno raggiunto venerdì l’isola di Perim, nel mezzo dello stretto di Bab al-Mandeb, dopo il ritiro delle forze governative yemenite. Lo hanno riferito a Reuters quattro fonti del governo riconosciuto; un alto ufficiale militare governativo e un funzionario Houthi hanno confermato la presa ad Associated Press, entrambi a condizione di restare anonimi. Nella stessa giornata il movimento ha occupato la cittadina costiera di Dhubab, che guarda l’isola dalla terraferma, e il villaggio di Murad. Secondo le ricostruzioni di agenzia, l’intera costa yemenita del Mar Rosso è passata sotto controllo Houthi in circa diciotto ore.

https://www.bbc.co.uk/news/articles/c23x72yx2rvo

Poche ore dopo, a più di mille chilometri di distanza, il ministero dell’Energia saudita ha annunciato la chiusura precauzionale dell’oleodotto Est-Ovest, l’infrastruttura che porta il greggio dal giacimento di Abqaiq, sul Golfo, al terminal di Yanbu sul Mar Rosso. Il ministero degli Esteri del regno ha precisato che l’oleodotto è stato colpito giovedì mattina nelle regioni di Riyadh e Medina da diversi droni provenienti dall’Iraq, con feriti e danni materiali.

Le due notizie vanno lette insieme. L’Arabia Saudita, primo esportatore mondiale di greggio, ha perso nell’arco di due giorni la rotta marittima meridionale e la via terrestre che le serviva ad aggirare Hormuz, chiuso di fatto da marzo. E questa è una serie di eventi di notevole importanza.

La costa

L’offensiva era cominciata il 3 settembre lungo il litorale occidentale. Mercoledì notte gli Houthi sono entrati a Mokha, la città portuale che le forze fedeli al governo difendevano da anni. Un residente ha raccontato a BBC Arabic che l’attacco è arrivato senza preavviso e che i feriti sono rimasti nelle strade senza soccorso; un altro ha riferito che giovedì i combattenti pattugliavano la città a uffici e negozi chiusi. Il New York Times, che ha verificato un video di uomini armati sulla strada principale, giovedì scriveva che la sorte di Perim era ancora incerta.

Il tenente generale Tareq Saleh, comandante delle Forze di resistenza nazionale e vicepresidente del Consiglio di comando presidenziale, ha annunciato di aver spostato il proprio quartier generale in una località sicura, in consultazione con la coalizione a guida saudita. Le sue forze, ha detto, hanno pagato un prezzo alto affrontando un attacco pianificato e sostenuto dall’Iran. Una fonte militare yemenita ha riferito ad AFP che i miliziani hanno preso anche l’isola di Zuqar, un’ottantina di chilometri a nordovest di Mokha, dopo un bombardamento con razzi e uno sbarco con imbarcazioni; il New York Times ha raccolto la conferma del ritiro governativo da Zuqar e Hanish.

https://www.lbcgroup.tv/news/middleeastnews/957122/houthis-say-bab-al-mandab-navigation-safe-for-all-except-saudi-arabia/en

Venerdì sera il portavoce militare Houthi Yahya Saree ha dichiarato concluso con successo l’operazione avviata il 3 settembre per espellere le forze sostenute dai sauditi dalla costa occidentale, ribadendo che la navigazione marittima è sicura per tutte le compagnie a eccezione delle navi saudite, già soggette a divieto. Il comunicato non menziona Perim. Il centro di coordinamento delle operazioni umanitarie gestito dal movimento, che fa da tramite con gli operatori commerciali, ha confermato che l’embargo sul traffico saudita resta in vigore.

Perim si trova nel punto più stretto del passaggio e lo divide in due corsie: quella occidentale, più profonda e adatta alle grandi navi, e quella orientale. Ha una pista di atterraggio. Adam Baron, ricercatore del centro studi New America citato dal New York Times, l’ha indicata come la porzione di territorio strategicamente più preziosa dello Yemen.

Su queste pagine, nel giugno 2025, avevo dedicato allo stretto la prima puntata di una serie sui chokepoint mediorientali (Stretti e potere: il futuro del Medio Oriente passa dai suoi chokepoints), concludendo che solo una stabilizzazione durevole dello Yemen avrebbe potuto mettere in sicurezza quel nodo nel medio termine. La previsione era corretta nella sostanza e sbagliata nei tempi: immaginavo un orizzonte di anni e una minaccia missilistica lanciata dalla costa. Quindici mesi dopo, la minaccia è una guarnigione dentro il canale.

L’oleodotto

L’Est-Ovest corre per circa 1.200 chilometri attraverso la penisola arabica e ha una capacità potenziale fino a sette milioni di barili al giorno. Reuters, citando società di ship tracking e analisti, calcola che trasportasse tra il 4 e il 5 per cento dell’offerta petrolifera mondiale. L’amministratore delegato di Aramco Amin Nasser aveva dichiarato il mese scorso che l’oleodotto ha contato più del rilascio delle riserve strategiche nel contenere la crisi di approvvigionamento provocata dalla guerra con l’Iran.

https://www.bloomberg.com/news/articles/2026-09-11/saudi-oil-pipeline-that-bypasses-hormuz-shut-after-attacks

Immagini satellitari diffuse da Planet Labs mostrano danni da incendio in un impianto lungo il tracciato a sudest di Medina. Due funzionari statunitensi hanno riferito alla CNN che sono state colpite le stazioni di pompaggio adiacenti alla condotta, nelle località di Al Mesba’ah e Al Dhekra. Non è chiaro quanto tempo richiederanno le riparazioni. Nessun gruppo ha rivendicato l’attacco.

Riyadh ha scelto di non reagire per ora. Il ministero degli Esteri ha spiegato di aver accolto la richiesta del primo ministro iracheno di lasciare a Baghdad il tempo di intervenire per impedire attacchi dal proprio territorio, riservandosi il diritto di adottare ogni misura necessaria a protezione della sovranità e delle infrastrutture critiche. Il governo iracheno ha condannato l’attacco e aperto un’inchiesta; sabato mattina l’ufficio del primo ministro ha annunciato la rimozione di un comandante militare dopo che le verifiche avevano confermato l’origine irachena dei droni, partiti secondo Baghdad dalla provincia meridionale di Maysan, al confine con l’Iran. Un cartello di milizie irachene filo-iraniane ha negato ogni coinvolgimento.

Per la prima volta da luglio, quindi, la pressione sulle esportazioni saudite non arriva soltanto dallo Yemen.

I mercati

Il Brent ha chiuso la settimana in rialzo di oltre l’8 per cento, sopra i cento dollari al barile per la prima volta da metà maggio, e il diesel statunitense ha toccato un massimo storico. Venerdì i prezzi avevano ceduto leggermente dopo che il Financial Times aveva riferito di ministri degli Esteri mediorientali al lavoro su un’intesa temporanea per gestire il traffico attraverso Hormuz, con una riunione prevista lunedì a Salalah, in Oman. Reuters ha precisato di non aver potuto verificare la notizia.

I dati sulla produzione erano già in deterioramento prima degli eventi di questa settimana. Venerdì l’Agenzia internazionale per l’energia ha comunicato che ad agosto l’offerta saudita era scesa di 2,3 milioni di barili al giorno, a quota sei milioni: il livello più basso da oltre trent’anni, attribuito in parte agli attacchi contro le navi in transito nello stretto. I dati Kpler citati dal Financial Times indicano esportazioni tracciate intorno ai tre milioni di barili, minimo da almeno tredici anni.

Caroline Rose del Soufan Center osserva che il controllo Houthi di Perim e del litorale costringerà gli operatori a riconsiderare rotte alternative più costose, con effetti a cascata sulle infrastrutture che dipendono da quel traffico, a partire dal canale di Suez. Evitare Bab al-Mandeb significa circumnavigare l’Africa: secondo le stime riportate dal Guardian a luglio, il doppio del tempo di viaggio e un costo aggiuntivo tra i due e i due milioni e mezzo di dollari per transito.

Teheran e Baghdad

Reuters ha riferito giovedì, citando fonti governative yemenite, iraniane e regionali, che l’avanzata lungo la costa è avvenuta con indicazioni dirette dei Guardiani della Rivoluzione, impegnati ad aprire un secondo fronte nella guerra con gli Stati Uniti. Due fonti iraniane hanno aggiunto che la settimana precedente Teheran aveva chiesto agli Houthi di intensificare gli attacchi contro l’Arabia Saudita, promettendo fondi, armi e ufficiali. L’Iran definisce il movimento un alleato ma nega di fornirgli direzione militare e respinge la definizione di proxy: a un avvertimento saudita recapitato tramite il Pakistan, un alto funzionario iraniano ha risposto che l’Iran non controlla gli Houthi.

Il Guardian ricorda che il gruppo, pur allineato ideologicamente a Teheran e rifornito di armi iraniane, viene considerato un attore indipendente con una propria agenda. Il Financial Times indica quale sia: gli Houthi chiedono a Riyadh il pagamento degli stipendi nelle aree sotto il loro controllo, l’accesso alle entrate petrolifere delle zone governative e un risarcimento per i danni di guerra. I sauditi considerano queste richieste un’estorsione e hanno passato mesi ad armare e addestrare le forze yemenite alleate in previsione dello scontro.

https://www.repubblica.it/esteri/2024/02/06/news/chi_sono_houti_storia_milizia-422065144/

Ahmed Nagi, analista per lo Yemen dell’International Crisis Group, ha detto al Financial Times che il movimento prepara da tempo questa battaglia e che per i suoi comandanti la costa è il fronte più strategico: controllare il litorale serve a imporre condizioni a Riyadh. Mohammed Albasha, del Basha Report, prevede un conflitto lungo, con tutte le parti preparate da anni.

L’attacco all’oleodotto introduce un attore diverso. Se l’origine irachena è confermata e la rivendicazione resta assente, la sequenza suggerisce un coordinamento su più teatri che nessuna delle parti ha interesse a dichiarare: Baghdad perché nega di ospitare basi di lancio, Teheran perché nega di dirigere le milizie, Riyadh perché una risposta contro l’Iraq aprirebbe un terzo fronte. La decisione saudita di non reagire va letta in questa cornice.

Un elemento sulle capacità del gruppo yemenita è emerso giovedì da una direzione inattesa. Anthropic, l’azienda statunitense che sviluppa il modello di intelligenza artificiale Claude, ha pubblicato un rapporto in cui descrive una cellula con base nello Yemen settentrionale impegnata in tre programmi di sviluppo di armi, tra cui un missile balistico multistadio e un razzo guidato con computer di volo di classe telefonica. Secondo l’azienda, gli attori hanno impiegato il suo strumento di programmazione al posto di ingegneri software per scrivere il software di guida e navigazione, aggirando le protezioni e frammentando il lavoro su più sessioni. Il rapporto non nomina gli Houthi e l’azienda ha rifiutato di confermare al Financial Times che si trattasse di loro; il quotidiano osserva che pochi altri gruppi corrispondono alla descrizione. Il test di un razzo guidato sarebbe fallito. Si tratta di un’autodichiarazione aziendale, non di una verifica indipendente.

Le reazioni

Il principe ereditario Mohammed bin Salman ha parlato con Donald Trump almeno due volte nelle ventiquattr’ore di giovedì, chiedendo un intervento militare americano contro gli Houthi. Trump ha rifiutato, secondo quanto riferito da Axios sulla base di due funzionari statunitensi e ripreso da Reuters; l’amministrazione ha fatto sapere di non voler intraprendere per ora un’azione diretta. Mercoledì il presidente aveva ammesso di non aspettarsi la fine della guerra con l’Iran prima delle elezioni di midterm di novembre. Secondo NBC News, che cita un funzionario statunitense, i militari americani stanno però assistendo le controparti saudite nell’individuazione e nel coordinamento degli obiettivi in Yemen.

L’Arabia Saudita ha colpito l’aeroporto di Mokha, secondo una emittente Houthi, senza che siano stati segnalati danni o vittime, e continua a bombardare obiettivi nell’entroterra. Reuters nota che i raid risparmiano le aree strategiche conquistate in settimana. Un funzionario saudita ha spiegato al New York Times che Riyadh legge l’escalation come un tentativo di trascinarla più a fondo nel conflitto, cosa che preferirebbe evitare.

https://www.dailysabah.com/world/mid-east/saudi-arabia-vows-to-take-necessary-measure-after-houthi-strikes

Sul patto di difesa collettiva firmato il mese scorso con Turchia e Pakistan, il Guardian scrive che l’accordo ha natura difensiva e che si ritiene improbabile una sua applicazione alle operazioni saudite in Yemen. Il ministro della Difesa pakistano ha indicato al New York Times la soglia: aggressione non provocata o propagazione del conflitto yemenita in territorio saudita.

Il capo del Consiglio di comando presidenziale Rashad al-Alimi ha chiesto ai paesi arabi e alla comunità internazionale di contribuire alla protezione delle coste yemenite. Le forze governative hanno annunciato l’impiego di mezzi aerei per riprendere le posizioni perdute, a cominciare dalla strada per Mokha; il colonnello Majed al-Nazili ha invitato i civili a evitare il tratto tra Taiz e Mokha.

Il costo

Il Guardian riporta stime dell’ACLED su 276 morti in cinque giorni di combattimenti. L’Organizzazione mondiale della sanità parla di oltre mille persone uccise o ferite. Venerdì l’Organizzazione internazionale per le migrazioni ha comunicato almeno 46.000 sfollati dall’inizio dell’escalation, con un numero in crescita di ora in ora; molte famiglie, ha detto la direttrice generale Amy Pope, fuggono per la seconda o la terza volta nello stesso conflitto. Chi lascia Mokha si dirige verso Aden.

L’Europa

La missione europea Aspides, a comando italiano, opera nell’area dal febbraio 2024 con un mandato difensivo: scorta ai mercantili, sorveglianza, nessuna azione contro obiettivi a terra. Era una risposta costruita su una minaccia che partiva dalla costa e colpiva le navi in mare aperto. La situazione di questi giorni è diversa: un attore che siede dentro il passaggio e che dichiara di voler selezionare il traffico anziché interromperlo, lasciando transitare tutti tranne le navi saudite.

Per l’Italia il tema è concreto, visto quanto del commercio nazionale passa per la direttrice indo-mediterranea. La domanda che ne discende, e che al momento nessuno a Bruxelles ha formulato in pubblico, riguarda gli strumenti: se il controllo del passaggio diventa materiale, la libertà di navigazione si difende ancora scortando i convogli o va negoziata.

Quattro elementi diranno nelle prossime settimane in quale direzione si muove la crisi: i tempi di riparazione delle stazioni di pompaggio sull’Est-Ovest, la tenuta della decisione saudita di non rispondere all’Iraq, l’esito dell’incontro di lunedì a Salalah, e i dati di transito attraverso Bab al-Mandeb, che distinguono un blocco effettivo da una leva negoziale.

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