Keir Starmer si è dimesso. Era rimasto solo.

E alla fine sarà “solo” anche chi arriverà dopo di lui, laburista o conservatore, riformista o radicale che sia. Gli inglesi non attraversavano una fase di caos così totale e generale da almeno ottant’anni. Non dal dopoguerra, quando il paese dovette reinventarsi tra macerie e impero perduto. Oggi la crisi non ha bisogno di bombe: si nutre di rendimenti dei titoli di Stato che restano elevati nonostante brevi cali tecnici, di disordini di piazza che si ripetono a distanza di pochi giorni, di “cacce all’immigrato” che tornano a Belfast come a Southampton dopo ogni accoltellamento strumentalizzato, di un partito di governo che implode in meno di due anni e di un’opposizione populista che cresce ma non sa ancora cosa fare del potere se mai lo conquistasse.

I dati economici dipingono un quadro di fragilità strutturale che nessun governo recente ha saputo invertire. I rendimenti dei gilt a 10 anni si attestano intorno al 4,8%, con picchi recenti oltre il 5% in momenti di maggiore turbolenza politica; quelli a 30 anni superano il 5,4%. Il debito pubblico netto sfiora il 95% del PIL (95,1% a fine maggio 2026). La crescita rimane anemica: +0,6% nel primo trimestre 2026, +1,4% nell’intero 2025, con le previsioni per quest’anno riviste al ribasso verso l’1% o meno a causa degli shock energetici internazionali e dell’incertezza domestica. L’inflazione è attesa in media al 3,2% per il 2026, con picchi vicini al 4% nella seconda parte dell’anno. Ogni nuovo sussulto politico fa salire il costo del denaro che Londra deve pagare per finanziarsi. È il verdetto silenzioso dei mercati su un paese che ha perso la capacità di generare crescita sostenibile, di controllare la propria traiettoria fiscale e di offrire prospettive concrete alle generazioni più giovani, intrappolate tra salari stagnanti e un mercato immobiliare inaccessibile.

Nelle strade il verdetto è più crudo e immediato. Le violenze anti-immigrazione di giugno 2026 – auto incendiate, case sgomberate con la forza, inseguimenti mirati dopo accoltellamenti attribuiti a richiedenti asilo – non rappresentano episodi isolati ma l’ultimo capitolo di un ciclo che si ripete dal 2024. La lista d’attesa del NHS supera ancora i 7,2 milioni di casi, con oltre 2,5 milioni di pazienti in attesa da più di 18 settimane e quasi 100.000 da oltre un anno. Anche se alcuni indicatori mostrano un lieve miglioramento (il 65,3% delle prestazioni entro le 18 settimane a marzo), il backlog resta un macigno che erode la fiducia nel contratto sociale. A questo si aggiungono le tensioni abitative croniche, il costo della vita che erode i redditi medi e una percezione diffusa di declino: quartieri che cambiano rapidamente senza che le istituzioni offrano strumenti di integrazione o di protezione per chi si sente spiazzato. Qui non si tratta più solo di policy fallite, ma di una frattura quotidiana che trasforma il malcontento in risentimento identitario.

La crisi è politica, non è “della politica”.

I dati sulla rappresentanza lo confermano con durezza. Alle amministrative di maggio 2026 Reform UK ha conquistato oltre 1.450 seggi in Inghilterra, surclassando i laburisti che ne perdevano quasi 1.500. La proiezione nazionale del voto dava Reform intorno al 26-27%, in un panorama frammentato dove nessun partito superava stabilmente il 20-25%. Nei sondaggi più recenti post-dimissioni di Starmer, Reform UK oscilla tra il 25% e il 28%, in testa o vicinissima, mentre Labour è scivolato intorno al 18-20%. In un’ipotetica elezione generale Reform potrebbe ambire a circa 245 seggi: non abbastanza per governare da solo, ma sufficiente a rendere qualsiasi maggioranza tradizionale precaria e instabile. Starmer si è dimesso il 22 giugno sotto la pressione di oltre cento parlamentari del suo stesso partito, dopo risultati locali disastrosi e l’ascesa di un movimento anti-sistema che ha trasformato l’immigrazione (indicata dal 68% dei suoi elettori come tema decisivo) da questione amministrativa a simbolo di un tradimento percepito.

Questa frammentazione non è un semplice rimescolamento di carte. È il segnale che il vecchio sistema bipolare ha esaurito la sua capacità di rappresentare un corpo sociale sempre più diviso tra metropoli globalizzate e province arrabbiate, tra élite cosmopolite e ceti medi che si sentono abbandonati. Il “popolo inglese” non esiste più come entità compatta: è attraversato da linee di faglia generazionali, territoriali e culturali che la politica tradizionale non riesce più a ricomporre. La crisi permea il tessuto sociale prima ancora delle istituzioni: è una perdita di fiducia nel patto che legava i cittadini allo Stato, nella capacità della nazione di definire un destino comune al di là delle appartenenze settoriali.

I leader populisti possono cavalcare questa onda per brevi tornate elettorali. Possono promettere confini sigillati, priorità ai britannici, un ritorno a un’immaginario di coesione nazionale. E possono vincere consensi proprio perché parlano una lingua che i partiti tradizionali hanno dimenticato. Ma trasformare quel consenso in governo stabile e in pacificazione reale è una missione impossibile. Perché le radici del malessere affondano in trasformazioni irreversibili: una demografia che invecchia e richiede welfare più costoso, una globalizzazione che ha spostato posti di lavoro e capitali, un multiculturalismo gestito senza un chiaro progetto di integrazione condiviso. Una volta al potere, i populisti si troverebbero di fronte agli stessi vincoli esterni – mercati finanziari esigenti, dipendenza energetica, rapporti commerciali post-Brexit – e alle contraddizioni interne: la base che chiede soluzioni radicali e immediate contro istituzioni che rispondono lentamente, se rispondono.

Il Regno Unito, in questo senso, funziona da cartina di tornasole per l’Occidente contemporaneo. Un paese con arsenale nucleare, seggio permanente al Consiglio di Sicurezza, City of London come centro finanziario globale e ruolo chiave nella NATO non può permettersi un’instabilità cronica senza trascinare conseguenze più ampie. Un’Inghilterra divisa indebolisce la deterrenza atlantica di fronte alle sfide russe e cinesi, complica i rapporti post-Brexit con l’Unione Europea su migrazione e commercio, e offre un precedente pericoloso per altre democrazie europee e nordamericane alle prese con analoghe tensioni populiste e identitarie. Il declino relativo non è solo economico: è geopolitico. La Gran Bretagna rischia di passare da attore influente a esempio di come le società avanzate possano frammentarsi quando perdono la capacità di narrare un futuro comune.

Chiunque prenda le redini di Downing Street nelle prossime settimane – che sia Andy Burnham o un altro emergente dal caos laburista – si troverà di fronte a un compito quasi sovrumano: non soltanto gestire l’ordinaria amministrazione, ma tentare di ricucire un tessuto sociale lacerato da decenni di cambiamenti accelerati senza un progetto condiviso. I dati economici, le liste d’attesa sanitarie, le piazze infiammate e i sondaggi elettorali dipingono uno scenario in cui la tecnica amministrativa non basta più. Servirebbe una visione capace di ridare senso a un’identità nazionale ferita, senza cadere nelle semplificazioni pericolose né nei dinieghi delle élite.

Starmer se n’è andato da solo, schiacciato dal peso di aspettative tradite. Il suo successore potrebbe presto scoprire che la solitudine del potere, in queste condizioni, non è una metafora ma la condizione strutturale di chi prova a governare un paese che ha smesso di riconoscersi. E che il prezzo di questa solitudine – misurato in mercati nervosi, strade agitate e istituzioni screditate – non lo pagherà solo la Gran Bretagna, ma un intero ordine occidentale che guarda a Londra come specchio anticipatore del proprio futuro incerto.

E alla fine sarà “solo” anche chi arriverà dopo di lui, laburista o conservatore, riformista o radicale che sia. Gli inglesi non attraversavano una fase di caos così totale e generale da almeno ottant’anni. Non dal dopoguerra, quando il paese dovette reinventarsi tra macerie e impero perduto. Oggi la crisi non ha bisogno di bombe: si nutre di rendimenti dei titoli di Stato che restano elevati nonostante brevi cali tecnici, di disordini di piazza che si ripetono a distanza di pochi giorni, di “cacce all’immigrato” che tornano a Belfast come a Southampton dopo ogni accoltellamento strumentalizzato, di un partito di governo che implode in meno di due anni e di un’opposizione populista che cresce ma non sa ancora cosa fare del potere se mai lo conquistasse.

I dati economici dipingono un quadro di fragilità strutturale che nessun governo recente ha saputo invertire. I rendimenti dei gilt a 10 anni si attestano intorno al 4,8%, con picchi recenti oltre il 5% in momenti di maggiore turbolenza politica; quelli a 30 anni superano il 5,4%. Il debito pubblico netto sfiora il 95% del PIL (95,1% a fine maggio 2026). La crescita rimane anemica: +0,6% nel primo trimestre 2026, +1,4% nell’intero 2025, con le previsioni per quest’anno riviste al ribasso verso l’1% o meno a causa degli shock energetici internazionali e dell’incertezza domestica. L’inflazione è attesa in media al 3,2% per il 2026, con picchi vicini al 4% nella seconda parte dell’anno. Ogni nuovo sussulto politico fa salire il costo del denaro che Londra deve pagare per finanziarsi. È il verdetto silenzioso dei mercati su un paese che ha perso la capacità di generare crescita sostenibile, di controllare la propria traiettoria fiscale e di offrire prospettive concrete alle generazioni più giovani, intrappolate tra salari stagnanti e un mercato immobiliare inaccessibile.

Nelle strade il verdetto è più crudo e immediato. Le violenze anti-immigrazione di giugno 2026 – auto incendiate, case sgomberate con la forza, inseguimenti mirati dopo accoltellamenti attribuiti a richiedenti asilo – non rappresentano episodi isolati ma l’ultimo capitolo di un ciclo che si ripete dal 2024. La lista d’attesa del NHS supera ancora i 7,2 milioni di casi, con oltre 2,5 milioni di pazienti in attesa da più di 18 settimane e quasi 100.000 da oltre un anno. Anche se alcuni indicatori mostrano un lieve miglioramento (il 65,3% delle prestazioni entro le 18 settimane a marzo), il backlog resta un macigno che erode la fiducia nel contratto sociale. A questo si aggiungono le tensioni abitative croniche, il costo della vita che erode i redditi medi e una percezione diffusa di declino: quartieri che cambiano rapidamente senza che le istituzioni offrano strumenti di integrazione o di protezione per chi si sente spiazzato. Qui non si tratta più solo di policy fallite, ma di una frattura quotidiana che trasforma il malcontento in risentimento identitario.

La crisi è politica, non è “della politica”

I dati sulla rappresentanza lo confermano con durezza. Alle amministrative di maggio 2026 Reform UK ha conquistato oltre 1.450 seggi in Inghilterra, surclassando i laburisti che ne perdevano quasi 1.500. La proiezione nazionale del voto dava Reform intorno al 26-27%, in un panorama frammentato dove nessun partito superava stabilmente il 20-25%. Nei sondaggi più recenti post-dimissioni di Starmer, Reform UK oscilla tra il 25% e il 28%, in testa o vicinissima, mentre Labour è scivolato intorno al 18-20%. In un’ipotetica elezione generale Reform potrebbe ambire a circa 245 seggi: non abbastanza per governare da solo, ma sufficiente a rendere qualsiasi maggioranza tradizionale precaria e instabile. Starmer si è dimesso il 22 giugno sotto la pressione di oltre cento parlamentari del suo stesso partito, dopo risultati locali disastrosi e l’ascesa di un movimento anti-sistema che ha trasformato l’immigrazione (indicata dal 68% dei suoi elettori come tema decisivo) da questione amministrativa a simbolo di un tradimento percepito.

Questa frammentazione non è un semplice rimescolamento di carte. È il segnale che il vecchio sistema bipolare ha esaurito la sua capacità di rappresentare un corpo sociale sempre più diviso tra metropoli globalizzate e province arrabbiate, tra élite cosmopolite e ceti medi che si sentono abbandonati. Il “popolo inglese” non esiste più come entità compatta: è attraversato da linee di faglia generazionali, territoriali e culturali che la politica tradizionale non riesce più a ricomporre. La crisi permea il tessuto sociale prima ancora delle istituzioni: è una perdita di fiducia nel patto che legava i cittadini allo Stato, nella capacità della nazione di definire un destino comune al di là delle appartenenze settoriali.

I leader populisti possono cavalcare questa onda per brevi tornate elettorali. Possono promettere confini sigillati, priorità ai britannici, un ritorno a un’immaginario di coesione nazionale. E possono vincere consensi proprio perché parlano una lingua che i partiti tradizionali hanno dimenticato. Ma trasformare quel consenso in governo stabile e in pacificazione reale è una missione impossibile. Perché le radici del malessere affondano in trasformazioni irreversibili: una demografia che invecchia e richiede welfare più costoso, una globalizzazione che ha spostato posti di lavoro e capitali, un multiculturalismo gestito senza un chiaro progetto di integrazione condiviso. Una volta al potere, i populisti si troverebbero di fronte agli stessi vincoli esterni – mercati finanziari esigenti, dipendenza energetica, rapporti commerciali post-Brexit – e alle contraddizioni interne: la base che chiede soluzioni radicali e immediate contro istituzioni che rispondono lentamente, se rispondono.

Il Regno Unito, in questo senso, funziona da cartina di tornasole per l’Occidente contemporaneo. Un paese con arsenale nucleare, seggio permanente al Consiglio di Sicurezza, City of London come centro finanziario globale e ruolo chiave nella NATO non può permettersi un’instabilità cronica senza trascinare conseguenze più ampie. Un’Inghilterra divisa indebolisce la deterrenza atlantica di fronte alle sfide russe e cinesi, complica i rapporti post-Brexit con l’Unione Europea su migrazione e commercio, e offre un precedente pericoloso per altre democrazie europee e nordamericane alle prese con analoghe tensioni populiste e identitarie. Il declino relativo non è solo economico: è geopolitico. La Gran Bretagna rischia di passare da attore influente a esempio di come le società avanzate possano frammentarsi quando perdono la capacità di narrare un futuro comune.

Chiunque prenda le redini di Downing Street nelle prossime settimane – che sia Andy Burnham o un altro emergente dal caos laburista – si troverà di fronte a un compito quasi sovrumano: non soltanto gestire l’ordinaria amministrazione, ma tentare di ricucire un tessuto sociale lacerato da decenni di cambiamenti accelerati senza un progetto condiviso. I dati economici, le liste d’attesa sanitarie, le piazze infiammate e i sondaggi elettorali dipingono uno scenario in cui la tecnica amministrativa non basta più. Servirebbe una visione capace di ridare senso a un’identità nazionale ferita, senza cadere nelle semplificazioni pericolose né nei dinieghi delle élite.

Starmer se n’è andato da solo, schiacciato dal peso di aspettative tradite. Il suo successore potrebbe presto scoprire che la solitudine del potere, in queste condizioni, non è una metafora ma la condizione strutturale di chi prova a governare un paese che ha smesso di riconoscersi. E che il prezzo di questa solitudine – misurato in mercati nervosi, strade agitate e istituzioni screditate – non lo pagherà solo la Gran Bretagna, ma un intero ordine occidentale che guarda a Londra come specchio anticipatore del proprio futuro incerto.

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