L’effetto-Mamdani non è solo una moda del momento. Non più. È ciò che adesso fa tremare le fondamenta stesse dell’establishment democratico. Ma non su sussidi, assicurazioni o sfratti. Sulla questione più importante di tutti: la visione degli elettori riguardo la politica estera americana, le alleanze strategiche e la propensione a combattere determinate guerre al fianco dei propri storici, imprescindbili alleati.
Israele è stato l’epicentro tematico di tutte le campagne elettorali per le primarie di pochi giorni fa, insieme alla casa e alla distribuzione della ricchezza. Mai nella storia americana il sostegno ad Israele è stato una tematica in discussione talmente fondamentale e divisiva per l’elettorato medio da portare all’estromissione sistematica dei candidati più favorevoli. Fino a pochi anni fa sostenere l’alleanza americano-israeliana era un fatto scontato, ad eccezione di poche voci dissidenti provenienti principalmente dai circoli intellettuali universitari.
Oggi, nello stato più ebraico degli Stati Uniti, il paradigma è cambiato. Brad Lander, Claire Valdez e Darializa Avila Chevalier mandano a casa eminenze grigie democratiche del calibro di Dan Goldman e Adriano Espaillat, il “Re di Washington Heights”, una delle macchine elettorali più efficienti dell’intero blocco democratico. E lo fanno con uno slogan unanime, inedito ed estremamente complesso da gestire per l’intera politica americana: “fuori Israele dal potere americano”.
Lander e Goldman: due ebrei agli antipodi
Per capire il contesto in cui questa spaccatura si è aperta definitivamente, è opportuno farsi una passeggiata nelle roccaforti democratiche in cui si è consumato lo scontro elettorale. Il NY-10 è uno dei distretti più ricchi, istruiti e culturalmente influenti degli Stati Uniti. Copre la parte meridionale di Manhattan (da SoHo e Greenwich Village fino a Wall Street e Chinatown) e si estende oltre l’East River per inglobare la cosiddetta “Brownstone Brooklyn” (quartieri storici come Park Slope, Cobble Hill, Carroll Gardens e Sunset Park).
Questo distretto vanta una delle più alte percentuali di elettori ebrei della nazione, ma è politicamente stratificato: accanto a comunità più tradizionali e moderate, ospita la più forte concentrazione di giovani professionisti, intellettuali e attivisti ebrei della sinistra non sionista o sionista-liberale (Working Families Party, IfNotNow, Jewish Voice for Peace). Essendo un distretto blindato a favore dei Democratici (Solid Blue), la primaria del 23 giugno è stata la vera e propria elezione generale.
In questa cornice, si sono affrontati Dan Goldman e Brad Lander.
Entrato alla Camera nel 2022 vincendo una primaria affollatissima con solo il 25,8% dei voti (grazie soprattutto all’autofinanziamento), Dan Goldman è l’erede miliardario della dinastia dell’abbigliamento Levi Strauss. Ex procuratore federale, Goldman era diventato un eroe nazionale per i democratici moderati nel 2019, guidando l’accusa nel primo processo di impeachment contro Donald Trump.
Goldman è esattamente l’archetipo dell’establishment di Washington: protetto dal leader della minoranza alla Camera Hakeem Jeffries, sostenuto dalla governatrice Kathy Hochul e storicamente fedele alla linea dell’AIPAC e dei gruppi tradizionali pro-Israele. Per difendersi dall’avanzata della sinistra, Goldman aveva persino annunciato in aprile che avrebbe attinto al suo immenso patrimonio personale per fare il “match” (raddoppiare di tasca propria) di ogni singola donazione ricevuta.
In sostanza, un avversario apparentemente imbattibile.
Brad Lander, 56 anni, è invece da oltre quindici anni un pilastro della politica progressista di New York. Urbanista di professione e attivista di vocazione, ha rappresentato Brooklyn al Consiglio Comunale per dodici anni prima di essere eletto City Comptroller (Controllore finanziario di New York City) dal 2022 al 2025. Vanta una lunga storia di attivismo di piazza, comprese denunce per disobbedienza civile a fianco dei sindacati e dei migranti.
Nel 2025, Lander aveva tentato una quasi solitaria corsa a sindaco di New York. Capito che l’onda giovanile stava premiando il socialista progressista Zohran Mamdani, Lander si era ritirato stringendo un patto di “cross-endorsement” (sostegno incrociato) con Mamdani. L’alleanza ha funzionato: Mamdani ha vinto la poltrona di sindaco e nel corso del mandato ha spinto Lander a sfidare Goldman a Washington, mettendo a sua disposizione la macchina organizzativa dei Socialisti Democratici (DSA).
Il cataclisma elettorale
Metti un miliardario contro un attivista di piazza nel 2026 e lo spettacolo è servito: la campagna del nel NY-10 si è trasformata istantaneamente in un corpo a corpo sul Medio Oriente. La particolarità sta nel fatto che sia Goldman che Lander sono ebrei, il che ha privato l’establishment della possibilità di usare l’accusa di antisemitismo per delegittimare lo sfidante.
Forte dell’endorsement di pesi massimi della sinistra come il senatore Bernie Sanders, la senatrice Elizabeth Warren e lo stesso sindaco Mamdani, la campagna di Lander ha reclutato migliaia di giovani universitari che hanno setacciato il distretto porta a porta, ribaltando lo strapotere finanziario di Goldman.
Forte di un’ondata di consenso che cresceva a dismisura, Lander ha infine rotto gli indugi e ha sposato la linea dei movimenti studenteschi, definendo apertamente la condotta militare israeliana a Gaza come un “genocidio” e criticando aspramente Goldman per non essere stato abbastanza duro con il governo israeliano. Goldman si era limitato a critiche moderate sulle violenze dei coloni in Cisgiordania, ma senza mai mettere in discussione gli aiuti militari.
Già a maggio, i sondaggi dell’Emerson College/PIX11 avevano mostrato un distacco preoccupante (Lander al 57% e Goldman al 23%), ma i vertici del partito pensavano che la macchina dei moderati e l’affluenza nei quartieri ricchi di Manhattan potessero arginare il colpo. La notte del 23 giugno, i risultati ufficiali hanno sancito una sconfitta umiliante per l’incumbent.
Pochi minuti dopo la chiamata della sua vittoria da parte dei network, Brad Lander è salito sul palco del suo party a Brooklyn insieme al sindaco Zohran Mamdani e al Public Advocate Jumaane Williams, pronunciando le parole manifesto di questa tornata:
“Sarò uno dei membri ebrei del Congresso più pronti a difendere i diritti umani dei palestinesi, e al tempo stesso mi opporrò fermamente all’antisemitismo. Non sono due lavori diversi. Sono lo stesso identico lavoro.”
Valdez vs Reynoso: la battaglia del “Commie Corridor”
La seconda, grande vittoria della linea Mamdani è avvenuta nel 7° Distretto, un mosaico urbano che unisce i quartieri più giovani, gentrificati, ad alta densità associativa e progressisti di New York: Williamsburg, Greenpoint e Bushwick a Brooklyn, che si estendono fino a Long Island City, Sunnyside, Ridgewood e Maspeth nel Queens.
Politicamente è a tutti gli effetti un distretto blindato dai dem, storicamente operaio e portoricano, ma che negli ultimi quindici anni ha visto l’afflusso massiccio di giovani lavoratori dell’arte, dei servizi, studenti universitari e sindacalisti. È lo stesso identico territorio che, pochi mesi prima, aveva garantito il margine di vittoria più alto a Zohran Mamdani nella sua storica scalata a sindaco di New York.
L’elezione del 2026 è stata innescata dallo storico ritiro di Nydia Velázquez, in carica ininterrottamente dal 1992 e prima donna portoricana eletta al Congresso. La sua uscita di scena ha aperto una voragine politica, spaccando il fronte progressista.
Il candidato delle istituzioni: Antonio Reynoso
Antonio Reynoso, così come Dan Goldman, era l’erede designato dall’establishment. Organizzatore di comunità per l’Association of Community Organizations for Reform Now, consigliere comunale dal 2013 al 2021 e infine eletto Presidente del Municipio di Brooklyn (Brooklyn Borough President) nel 2021.
Reynoso correva con il supporto ufficiale della Velázquez, dei grandi sindacati tradizionali e del Working Families Party. Pur avendo inserito nel programma slogan duri (come l’abolizione dell’ICE e la richiesta di stop alle operazioni militari a Gaza), rappresentava l’ala sinistra interna alle istituzioni democratiche.
Claire Valdez: la pittrice indipendente
Claire Valdez, se possibile, è ancora più underdog di Brad Lander. Nata nella riserva indiana Ysleta del Sur Pueblo nel territorio texano, si è trasferita a New York per fare la pittrice, mantenendosi con lavori a basso salario da Taco Bell e Trader Joe’s.
Diventata assistente amministrativa alla Columbia University, si iscrive alla UAW Local 2110 (il sindacato dei colletti bianchi universitari), guidando storici scioperi interni. Nel 2024 compie il primo miracolo politico venendo eletta all’Assemblea dello Stato di New York per il Queens. Claire Valdez è uno dei pezzi pregiati dell’ormai affermata corrente Mamdani, sostenuta dalla sezione newyorkese dei Socialisti Democratici d’America (NYC-DSA). In linea con il suo personaggio pubblico, ha impostato la campagna su un’identità di classe radicale e senza compromessi.
Così simili ma così diversi
A differenza di altre primarie, Reynoso e Valdez condividevano formalmente molte posizioni di politica interna. La divergenza è stata totale sulla radicalità dell’azione e sulla politica estera, soprattutto quella mediorientale:
La Valdez, a tutti gli effetti, ha fatto della politica estera un pilastro identitario. Da deputata statale era stata la prima firmataria del “Not On Our Dime Act”, una proposta di legge pionieristica per vietare alle organizzazioni non profit dello Stato di New York di inviare fondi esentasse per finanziare gli insediamenti israeliani illegali in Cisgiordania. Durante la campagna per il Congresso ha definito la condotta israeliana a Gaza come un “apartheid e genocidio”, spingendosi a chiedere l’arresto del Primo Ministro Benjamin Netanyahu qualora fosse atterrato a New York.
Sebbene tutto sommato Reynoso usasse parole simili, la base giovanile del distretto ha identificato in Valdez l’unica candidata totalmente slegata dai finanziatori corporate del partito, legati in maniera covalente ai grandi gruppi d’interesse Israel-oriented. Valdez ha capitalizzato il voto dei comitati studenteschi e degli attivisti che chiedevano il disinvestimento totale da Israele, identidicando Reynoso come un frontman poco credibile per una rottura di questo tipo.
Secondo chi ha scelto Claire Valdez non bisogna solo rompere con le guerre di Israele, ma con ogni sua forma d’influenza diretta o indiretta nella politica americana.
La primaria, in questo caso, ha anche smentito uno dei miti ancestrali della politica americana, quello secondo cui i socialisti non sanno raccogliere fondi. Tra gennaio e marzo 2026, la macchina organizzativa di Valdez ha surclassato gli avversari raccogliendo 751.680 dollari, quasi interamente tramite piccole donazioni sotto i 50 dollari, superando sia i 630.068 dollari di Reynoso (sostenuto dai super PAC sindacali) sia i 644.604 della consigliera comunale Julie Won, che ha sfondato principalmente nel queens ma senza riuscire ad imporsi davvero nella corsa.
La notte del 23 giugno non c’è stata partita. Con i seggi scrutinati nel “Commie Corridor”, il vantaggio di Valdez si è rivelato incolmabile fin dalle prime schede del voto anticipato. 56% contro il 35% del suo avversario, il più grande traguardo dell’area Mamdani secondo solo alla vittoria, a mio personale avviso totalmente incredibile, di Darializa Avila Chevalier.
La primaria delle primarie: NY-13
La primaria democratica nel 13° Distretto Congressuale di New York (NY-13) del 23 giugno 2026 è passata alla storia come il più grande e inaspettato upset (sorpresa elettorale) dell’anno a livello nazionale. Qui non è caduto solo un deputato, ma si è letteralmente sgretolata una delle “macchine politiche” territoriali ritenute più solide e imbattibili di tutta New York City.
La battaglia ha avuto luogo in un territorio demograficamente e culturalmente denso, a larghissima maggioranza ispanica (con una storica e fortissima comunità dominicana) e afroamericana, che comprende quartieri iconici come Harlem, Washington Heights, Inwood e una porzione del Northwest Bronx. Politicamente è una roccaforte democratica inattaccabile (il vincitore della primaria ha la certezza matematica del seggio a Washington). Al suo interno convivono anime diverse: la vecchia guardia legata alle lotte per i diritti civili e all’associazionismo di quartiere, e una forte componente di giovani progressisti, studenti e accademici legati alle grandi istituzioni del distretto, prima fra tutte la Columbia University.
Davide contro Golia
Eletto per la prima volta nel 2016 (succedendo allo storico Charlie Rangel, congressman dal mandato ultraventennale e tra i fondatori del Congressional Black Caucus), Espaillat è stato il primo ex immigrato irregolare a entrare al Congresso degli Stati Uniti, il che lo ha reso un simbolo dell’allora nuova ala dirigente del Partito Democratico.
Oggi, però, il ragazzo ormai 71enne ha decisamente fatto strada. Presidente del potentissimo Congressional Hispanic Caucus, Espaillat non è mai stato solo un deputato. Era a tutti gli effetti la testa di serie di una macchina elettorale spietata ed efficientissima che controllava nomine, consiglieri comunali e deputati statali nell’alto di Manhattan.
Espaillat è uno storico alfiere dell’establishment del partito, e in questo ciclo elettorale Espaillat è stato massicciamente sostenuto dai super PAC del settore immobiliare e dai gruppi di pressione filo-israeliani come l’AIPAC e il DMFI (Democratic Majority for Israel), raccogliendo centinaia di migliaia di dollari per blindare la sua rielezione. Non aveva tuttavia fatto i conti con una dottoranda ispanica appena trentenne, che ha di fatto stravolto definitivamente le gerarchie di potere democratiche nello Stato di New York.
Afro-latina di 32 anni, figlia di immigrati dominicani, Darializa Avila Chevalier si è formata proprio frequentando la Columbia University.
Dottoranda in sociologia alla CUNY e investigatrice per l’ufficio dei difensori pubblici di Harlem (agli atti Neighborhood Defender Services), la Chevalier ha passato l’ultimo decennio nelle prime linee dell’attivismo radicale. È stata organizzatrice di movimenti contro le deportazioni e le discriminazioni razziali come il noto Families for Freedom.
Dall’anno scorso, il suo attivismo ha preso la direzione del nuovo one-man della sinistra socialista formato “urban”: Zohran Mamdani. Nel 2025 ha lavorato come responsabile dell’organizzazione territoriale per la campagna elettorale (poi vincente) dell’attuale sindaco, che l’ha poi investita e sostenuta come candidata ufficiale della sua coalizione per scardinare l’establishment del distretto.
Organized people can outmatch organized money
Darializa Avila Chevalier ha una lunga storia di attivismo pro-palestinese, iniziata ai tempi dell’università con la richiesta di disinvestimento americano da ogni attività riconducibile a Israele. Nel 2024 è stata in prima linea come organizzatrice delle storiche proteste e degli accampamenti studenteschi alla Columbia University, venendo persino arrestata durante il blocco della Hamilton Hall. Questa rete di attivismo giovanile ha fornito alla sua campagna un esercito instancabile di volontari per il porta a porta.
Chevalier ha impostato la sua comunicazione politica su un messaggio chiaro: “Organized people can outmatch organized money” (Le persone organizzate possono battere i soldi organizzati). Ha accusato Espaillat di aver tradito la working class del distretto accettando i finanziamenti delle grandi lobby immobiliari e dei super PAC filo-israeliani, mentre i complessi residenziali pubblici (NYCHA) del distretto cadevano a pezzi.
Nonostante l’establishment abbia tentato di affondarla nelle ultime settimane di campagna tirando fuori vecchi post provocatori e radicali scritti da Chevalier sui social tra il 2018 e il 2022 (in cui criticava duramente i vertici democratici e si definiva abolizionista delle prigioni), la base elettorale ha premiato la sua coerenza e radicalità rispetto allo status quo impersonato da Espaillat.
I mercati predittivi e i sondaggi interni davano Espaillat ampiamente favorito fino a pochi giorni dal voto, forte della sua imbattuta macchina elettorale. I dati reali del 23 giugno hanno gelato i vertici del partito:
Chevalier ha vinto con un margine ristretto di circa 2.300 voti, ma è la mappa di quei voti che mostra un dato politico straordinario: Espaillat ha retto nei suoi feudi storici del Bronx e tra l’elettorato più anziano, ma Chevalier lo ha letteralmente travolto a Manhattan, cannibalizzando il voto dei giovani di Harlem e la zona universitaria attorno alla Columbia, dove l’affluenza è stata record per una primaria di metà anno.
La faglia è ufficialmente aperta
Il crollo di Adriano Espaillat nel NY-13, combinato con la vittoria di Brad Lander nel NY-10 e di Claire Valdez nel NY-7, segna di fatto la nascita di una nuova competizione egemonica nei democratici, che parte direttamente dal cuore pulsante dell’America cosmopolita: New York City. E non si limiterà, probabilmente, ad essere un’ondata di moda cittadina.
Se dieci anni fa lo stato di New York era un epicentro dell’establishment democratico “Us-rael Oriented”, oggi va preso atto di un cambio di paradigma radicale: i democratici, probabilmente, non sono più uniti, e tra le forze centrifughe ci sono quelle che si oppongono ai gruppi d’interesse filo-israeliani con una “guerrilla-politics” che punta tutto su una sorta di efficace azionariato politico popolare.
Non è di certo un trend definitivo: candidati filo-israeliani come la nuova leva Adrian Boafo in Maryland e Ritchie Torres nel Bronx (l’unico vincente a New York) sono riusciti a tenere saldamente botta, confermando il peso delle divisioni geografiche ed economiche tra elettori democratici. Ma la partita della new-generation democratica, ora, è definitivamente aperta. Insieme ai tre newyorkesi l’ascesa dirompente di Christian Menefee in Texas e le vittorie di Rashida Tlaib in Michigan e Ilmar Omar in Minnesota hanno aperto di fatto una delle fratture più pesanti della storia dem recente. Si tratta di un attacco diretto all’establishment di partito per come tutti oggi lo conosciamo. E con una possibile faglia di attivisti che contestano i gruppi d’interesse israeliani direttamente dentro al congresso, questa volta, la posta in gioco di questo scontro intergenerazionale è tra le più alte in assoluto.





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