Un vecchio adagio, forse un po’ inflazionato e sfilacciato dagli appassionati di teorie della cospirazione, dice che chi governa davvero il mondo non si espone in prima persona.

Negli ultimi decenni, la febbre da complotto ha contagiato larga parte dell’opinione pubblica, senza distinzioni sociali e culturali.

Ammetterlo è un semplice atto di lucidità.

Tutti, chi più e chi meno, siamo diventati diffidenti, pronti a credere che ci sia sempre un’impalcatura segreta dietro vicende che interessano la sfera pubblica, ad ogni livello. C’è chi tende a vedere complotti un po’ dappertutto, oltre ogni ragionevole probabilità, spesso apparendo agli occhi degli altri come uno di quei tizi che gridano che la fine è vicina.

Il comprensibile biasimo sociale nei confronti di chi sostiene che vaccinarsi contro malattie debellate da secoli equivalga a trasformarci in schiavi delle élite, o simili amenità, ha però instillato in noi il timore che notare un’ombra, una sfumatura che comprometta il quadro possa farci sembrare quello zio sessantenne che conclude, laconico, ogni dibattito sulla politica con un “non ce lo dicono”.

Eppure, le reti di potere si strutturano negli spazi che rischiamo di non osservare per paura di sembrare complottisti.

Connessioni che diventano apparati e che, protetti dalla discrezione e favoriti dall’indifferenza, discutono del nostro futuro senza coinvolgerci in questo processo di cosmogonia creativa. Peter Thiel ha fatto della discrezione e dell’azione lontana dai riflettori i propri codici agenti, una vera e propria tecnica di potere.

Palantir Technologies, la sua impresa di maggior successo e certamente la più controversa, rappresenta la perfetta attuazione di questo modus operandi: nata senza particolari proclami e con la benedizione e il sostegno della CIA, nel 2003, ha progressivamente guidato la Silicon Valley in un processo di fusione con l’apparato politico-militare, asservendo l’expertise tecnologico alla sicurezza e al controllo.

Ma non è l’unico capolavoro di riservatezza di Thiel, il quale, nel 2006, insieme ad Auren Hoffman – il fondatore del data broker di localizzazione SafeGraph e della società di identity-resolution LiveRamp – ha fondato Dialog, un network privato, talvolta definito il Bilderberg dell’era tech, che si delinea come comunità professionale continuativa, selettiva e a pagamento, costruita per mantenere rapporti ad alta fiducia tra persone che esercitano forme diverse di potere.

Il periodo in cui è nata Dialog non è casuale: il 2006 è immediatamente successivo alla costituzione di Founders Fund da parte di Thiel – il VC che è diventato principale veicolo dei suoi investimenti ed estensore della sua influenza nel mondo tech – e coincide con la fase in cui i membri della cosiddetta “PayPal Mafia” hanno iniziato a consolidarsi come gruppo di potere nella Silicon Valley.

Il nucleo dell’attività di Dialog, per diversi anni, si è concentrato in un ritiro annuale “off the record”, con regole procedurali severissime. Un evento limitato a pochi, selezionatissimi, invitati, fra i quali anche accademici e ricercatori con conversazioni brevi e moderate. Il ritiro, tuttavia, non esaurisce più l’attività di Dialog, infatti, nel 2020 l’organizzazione ha avviato un programma di membership che oggi dichiara oltre 1.000 membri, diversi ritiri e incontri annuali con più di 200 partecipanti.

Un invito del 2022, pubblicato dallo statistico Andrew Gelman sul suo blog, descrive il format come pensato per chi non ama i panel tradizionali: il gruppo punta sui contributi di personaggi riflessivi e introversi e sul dialogo, piuttosto che sulle presentazioni.

Dialog, per quasi vent’anni, ha agito mettendo in contatto, lontano dallo sguardo pubblico, dirigenti, politici, accademici e grandi investitori.

Di recente, a incrinare lo scudo di riservatezza che la avvolge non è stato un sofisticato attacco informatico, ma una porzione del codice del suo stesso sito lasciata esposta online. Il 16 giugno 2026, Wired e Straight Arrow News hanno pubblicato due inchieste parallele su una serie di documenti interni di Dialog lasciati esposti online.

Entrambe le testate si sono mosse sulla base delle informazioni fornite dall’hacktivist svizzera maia arson crimew, che ha ricevuto una soffiata anonima. Wired ne ha verificato autonomamente i contenuti e ha ottenuto, attraverso una fonte distinta e non identificata, la lista di registrazione del prossimo ritiro.

Incrociando i due lavori emerge una mappa articolata del network: 113 profili genericamente collegati a Dialog e 222 persone registrate all’evento previsto dal 12 al 16 agosto nei pressi di Dublino.

I documenti contengono biografie, città di residenza, storico delle partecipazioni, orientamento politico, informazioni relative al matchmaking, recapiti personali e contatti di emergenza. E qui si palesa in modo evidente la sindrome della profilazione tipica di Thiel e di Palantir.

Ma, ironie a parte, la documentazione mette in luce altri elementi interessanti, fra i quali anche il programma del ritiro: sono previste sessioni di dialogo su felicità e denaro, energia nucleare, scenari di terza guerra mondiale, tecnologie da campo di battaglia e perfino temi inerenti la vita sessuale.

Tra le persone collegate al network o registrate all’evento figurano il segretario al Tesoro USA Scott Bessent, il senatore repubblicano Ted Cruz, il cofondatore di Palantir Joe Lonsdale, il segretario dell’Esercito degli Stati Uniti Dan Driscoll, il deputato Jim Himes della Commissione Intelligence, il generale NATO Alexus Grynkewich, il premio Nobel Roger Myerson e diversi dirigenti di Google e Google DeepMind.

Dunque, senza cedere alla tentazione della dietrologia, cosa ci dice di nuovo quanto rivelato? Le inchieste restituiscono l’immagine di un’infrastruttura relazionale riservata, così come ne esistono tante altre, ma con una peculiarità: ciò che emerge è la capacità di Dialog di creare contiguità sociale tra persone che, nel mondo pubblico, appartengono a settori e istituzioni formalmente distinti che sarebbe opportuno si confrontassero attraverso i canali ufficiali, ove previsti.

Uno spazio di confronto, fino ad oggi rimasto in penombra, in cui figure politiche di primo piano, militari, imprenditori privati, accademici e altre personalità pubbliche discettano amabilmente di questioni che riguardano comunità molto più ampie del loro circolo ristretto.

Forse il vecchio adagio su chi governa il mondo senza esporsi va solo aggiornato: oggi chi detiene potere e influenza si espone, con la certezza che noi, pur di non somigliare allo zio sessantenne, abbiamo rinunciato a guardare anche dove dovremmo farlo. Credo ci sia un confine evidente fra credere a teorie strampalate e accorgersi che i centri decisionali si sono allontanati dalle loro sedi naturali e a tracciare quel confine è la razionalità.

Ed è proprio con razionalità che siamo chiamati a difendere gli spazi nati per discutere di ciò che riguarda la collettività, prima che il terreno venga occupato dall’ennesima congrega di miliardari con la sindrome messianica.

Quis custodiet ipsos custodes?

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