Abidjan è la capitale africana su cui l’Italia ha concentrato più risorse: secondo l’ambasciata l’impegno complessivo si avvicina ai 480 milioni di euro. Abbiamo chiesto all’ambasciatrice Roberta Di Lecce a che punto sono i progetti, perché una piccola impresa italiana fatichi ancora ad arrivare fin qui e come la Costa d’Avorio si prepara alla scadenza europea di dicembre sul cacao.
La Costa d’Avorio produce il quaranta per cento del cacao mondiale ed è la prima economia dell’Unione economica e monetaria dell’Africa occidentale, di cui vale da sola circa il quaranta per cento del PIL. Ad Abidjan hanno sede la Banca africana di sviluppo e lo scalo commerciale di riferimento dell’area, che serve anche il Mali e il Burkina Faso. Il prodotto interno lordo è più che raddoppiato dal 2011 e la crescita si è mantenuta a lungo tra il sei e il sette per cento l’anno.
Quindici anni fa il Paese era tagliato in due da una linea di cessate il fuoco. La ribellione del 2002 lo aveva spaccato lungo l’asse nord-sud, la crisi seguita al voto del 2010 costò circa tremila morti, e le Nazioni Unite hanno chiuso la loro missione soltanto nel giugno 2017. Alassane Ouattara, ottantatré anni, governa da allora la ricostruzione ed è stato rieletto in ottobre 2025 per un quarto mandato, con quasi il novanta per cento dei voti e metà degli elettori alle urne, dopo l’esclusione dalla corsa dei due principali oppositori.
Adesso il Paese vuole industrializzarsi, e lo ha scritto nel Piano Nazionale di Sviluppo 2026-2030: lavorare in casa una quota crescente delle materie prime, far crescere piccole e medie imprese, dare lavoro a una popolazione vicina ai trenta milioni di abitanti con un’età mediana di poco superiore ai vent’anni. Ci prova in un momento difficile per la sua principale materia prima. Il prezzo del cacao è scivolato dai quasi tredicimila dollari per tonnellata del dicembre 2024 ai tre-quattromila di quest’anno, prima di risalire verso i seimila, e dal 30 dicembre il regolamento europeo sulla deforestazione chiederà alle imprese medie e grandi la tracciabilità geolocalizzata delle piantagioni, un onere che ricadrà su centinaia di migliaia di piccoli coltivatori.
L’Africa occidentale non appartiene alle direttrici storiche della presenza italiana nel continente, ed è però l’area in cui gli interessi italiani si stanno allargando più in fretta. L’ambasciata ad Abidjan è aperta dal 1961 e la Costa d’Avorio è da anni il quarto partner commerciale dell’Italia nell’Africa subsahariana. Il Piano Mattei l’ha inserita tra i suoi nove Paesi pilota e vi ha concentrato più risorse che altrove. Sul versante privato, il 25 maggio scorso Eni, presente qui dal 2015, ha approvato ad Abidjan insieme a Petroci e Vitol un investimento di circa quattro miliardi di dollari sulla terza fase di Baleine, il più grande giacimento di idrocarburi mai trovato nel Paese, con tutto il gas destinato al mercato interno.
Roberta Di Lecce è ambasciatrice d’Italia ad Abidjan dal novembre 2025, accreditata anche presso la Liberia e la Sierra Leone. Romana, in carriera diplomatica dal 2004, prima di arrivare qui ha lavorato a Khartoum, alla Rappresentanza permanente presso l’Unione europea, all’Unità di crisi della Farnesina e a Beirut, e nel 2023 ha retto l’ambasciata d’Italia a Damasco. L’abbiamo incontrata in ambasciata, nel quartiere di Cocody.

Innanzitutto grazie ancora per la disponibilità: non L’avevo ancora ringraziata personalmente. Inizierei da una domanda generale, per poi arrivare al particolare. Come si è evoluta negli ultimi anni la strategia italiana in Africa occidentale, un’area storicamente distante (almeno nel racconto, più che nei numeri) dalle direttrici tradizionali della politica estera italiana in Africa, quella nordafricana e quella del Corno d’Africa? E in particolare: che tipo di rapporto l’Italia sta costruendo con i governi della regione, a cominciare da quelli presso cui Lei è direttamente accreditata?
L’Italia sta rafforzando la propria presenza in Africa occidentale, una regione che è sempre stata rilevante per il nostro Paese, sia dal punto di vista economico sia sotto il profilo migratorio e della sicurezza. Oggi tale interesse si traduce in una presenza più strutturata, in un impegno più visibile sul terreno e in una più ampia gamma di partenariati economici e istituzionali.
In questa regione la Costa d’Avorio occupa una posizione particolare. Innanzitutto per la sua traiettoria: passata attraverso una lunga fase di crisi politico-militare, oggi rappresenta una delle economie più dinamiche dell’area e un polo regionale, grazie al porto di Abidjan, alle reti energetiche, ai collegamenti commerciali e finanziari e alla presenza della Banca Africana di Sviluppo.
Esiste un’altra dimensione nel rapporto con l’Italia che sta diventando sempre più rilevante: l’Italia ospita una delle maggiori comunità ivoriane d’Europa. La relazione tra i nostri due Paesi non passa più soltanto attraverso governi e imprese: esiste ormai uno spazio sociale, culturale ed economico italo-ivoriano che rende il rapporto più articolato e, credo, più duraturo.
Rilanciando su questo: l’Italia non è l’unico Paese che guarda alla Costa d’Avorio. Qui c’è una presenza folta: francese, cinese, turca, dei Paesi del Golfo e da ultimo coreana, e con la Corea abbiamo firmato un accordo che prevede anche cooperazione congiunta nel Paese. Qual è, direbbe, il vantaggio comparato italiano rispetto a queste realtà?
Il principale vantaggio comparato dell’Italia risiede nella complementarità tra i due mercati. La Costa d’Avorio sta perseguendo una strategia di sviluppo volta a ridurre la dipendenza dall’esportazione di materie prime e a rafforzare la trasformazione locale dei prodotti. L’Italia, dal canto suo, vanta una consolidata esperienza manifatturiera e, in particolare, nel settore della trasformazione agroindustriale.
In questo contesto, il nostro Paese può offrire un contributo significativo attraverso il trasferimento di competenze, know-how, tecnologie, macchinari e modelli organizzativi a un tessuto industriale in fase di espansione. Si tratta di un percorso di sviluppo che presenta molte analogie con quello che l’Italia ha già vissuto e consolidato nel corso della propria crescita economica.
Inoltre, il mercato ivoriano presenta una dimensione sufficientemente ampia da offrire opportunità di crescita, ma non così estesa da risultare difficilmente accessibile. La presenza di grandi, medie e piccole imprese contribuisce a creare un ecosistema economico articolato e ricco di opportunità.
I segnali di interesse sono già evidenti. Accanto ai grandi gruppi, come Eni, stanno iniziando a guardare con attenzione alla Costa d’Avorio anche numerose medie imprese italiane e, auspicabilmente, in futuro un numero crescente di piccole imprese.
La Costa d’Avorio, dicevamo, è il primo esportatore mondiale di cacao, e l’Italia è tra i principali acquirenti attraverso grandi realtà come Ferrero, ma non solo. Che ruolo gioca oggi il settore privato italiano nel Paese? Lei diceva che la Costa d’Avorio ha l’ambizione di diventare un Paese industriale come il nostro: qual è invece oggi la nostra presenza qui? E ci sono margini per una filiera che vada oltre l’esportazione, verso la trasformazione della materia prima?
La filiera del cacao è un tema centrale non solo nei rapporti economici tra Europa e Africa, ma anche per il modello di sviluppo della Costa d’Avorio. Le autorità ivoriane ritengono infatti sempre meno sostenibile un sistema basato sull’esportazione di materie prime e sull’importazione di prodotti trasformati. Per questo il Paese punta ad aumentare progressivamente la trasformazione locale del cacao e delle altre produzioni agricole, diversificare l’economia e rafforzare capacità industriali e competenze sul territorio.
In questo quadro si inserisce l’iniziativa Cacao Connect, con cui la cooperazione italiana intende creare una piattaforma di collaborazione tra istituzioni, imprese, ricerca e società civile. L’obiettivo è affrontare in modo integrato le principali sfide della filiera, dalla qualità del prodotto alla tracciabilità, dalla sostenibilità ambientale alle condizioni economiche dei produttori e allo sviluppo delle comunità agricole. Per l’Italia si apre così un’importante opportunità di contribuire alla creazione di maggiore valore aggiunto locale, accompagnando l’evoluzione del settore del cacao da semplice esportatore di materia prima a filiera industriale più competitiva e strutturata.
Permangono tuttavia alcune criticità che rendono il mercato ivoriano complesso, soprattutto per le piccole e medie imprese italiane: distanza geografica, collegamenti diretti limitati, pressioni sulle infrastrutture, procedure fiscali e doganali articolate, regole finanziarie rigorose nell’area UEMOA e un percorso verso la piena conformità agli standard internazionali ancora in corso. A ciò si aggiunge la necessità di una buona conoscenza della lingua francese. Per questo risultano essenziali strumenti finanziari adeguati, garanzie, reti di contatti affidabili e un forte sostegno istituzionale, ambiti nei quali il Sistema Italia può svolgere un ruolo determinante nell’accompagnare l’internazionalizzazione delle imprese.

E su questo aspetto: la comunità italiana che risiede in Costa d’Avorio è ormai una comunità di imprenditori, o è ancora prevalentemente…?
La comunità italiana in Costa d’Avorio è particolarmente interessante perché riflette l’evoluzione storica delle relazioni tra i due Paesi, avviate poco dopo l’indipendenza ivoriana. Nel corso dei decenni si è infatti sviluppata una presenza italiana articolata e diversificata, composta da generazioni e profili differenti. I primi connazionali a stabilirsi nel Paese furono soprattutto imprenditori e missionari. Successivamente, la collettività si è arricchita con l’arrivo di organizzazioni della società civile e della cooperazione allo sviluppo, molte delle quali operano sul territorio da decenni e, in alcuni casi, su richiesta delle stesse autorità ivoriane. A queste realtà si sono aggiunti nuovi imprenditori provenienti dall’Italia, contribuendo a consolidare la presenza economica italiana.
Più recentemente, l’arrivo di Eni e le opportunità offerte dal settore energetico hanno contribuito a portare la Costa d’Avorio al centro dell’attenzione del sistema economico italiano. Si è trattato di un’evoluzione relativamente rapida: se in passato il Paese era considerato un mercato di nicchia, interessante soprattutto per comparti specifici come il cacao e il legno, oggi viene sempre più percepito come un mercato dalle prospettive ampie e diversificate, capace di attrarre l’interesse di numerosi settori produttivi.
Un attore più recente sono gli italo-ivoriani, che rappresentano un importante ponte culturale, sociale ed economico tra i due Paesi.
Grazie. Tornando al Piano Mattei, più nello specifico: il programma NEDA, National Electricity Digitalization and Access, con un finanziamento di 150 milioni di euro dal Fondo Italiano per il Clima, è tra le iniziative più consistenti della prima fase del Piano Mattei nel Paese. A che punto è l’attuazione concreta di questo e degli altri progetti pilota, e quali sono le principali difficoltà incontrate nell’implementazione?
La sfida principale del Piano Mattei è trasformare gli impegni politici in risultati concreti, un processo già avviato in Costa d’Avorio. Tra i progetti più significativi vi è NEDA, che combina l’estensione dell’accesso all’elettricità con la modernizzazione della rete energetica. L’Italia contribuisce attraverso il Fondo Italiano per il Clima con 150 milioni di euro, nell’ambito di un più ampio programma ivoriano sostenuto anche dalla Banca Mondiale, mentre la definizione finanziaria della componente italiana è in fase avanzata.
Accanto a NEDA si è consolidato un portafoglio molto più ampio di iniziative. Sono già operativi REUSSIR per il rafforzamento della scuola primaria, CASA per la formazione professionale e l’occupabilità dei giovani e IDEA per la registrazione delle nascite, l’identità giuridica e l’accesso dei minori ai servizi essenziali. Nel settore sanitario sono in corso gli interventi sull’ospedale di Abobo e un’operazione di finanza mista per la realizzazione dell’ospedale di Songon e dell’istituto di formazione sanitaria INFAS ad Abengourou. A questi si aggiungono programmi nei settori dell’agricoltura e agroindustria, dell’ambiente, del digitale e della collaborazione tra le Scuole Nazionali di Amministrazione dei due Paesi.
Il dato più rilevante è la dimensione raggiunta dall’impegno italiano, che tra donazioni, crediti agevolati e altri strumenti finanziari si avvicina ai 480 milioni di euro. Non si tratta più di una serie di interventi isolati di cooperazione, ma della costruzione di un partenariato economico e istituzionale articolato. Proprio questa complessità rappresenta però la sfida maggiore: i grandi progetti richiedono studi tecnici, sostenibilità finanziaria, procedure amministrative e un forte coordinamento tra attori italiani, ivoriani e multilaterali. Inoltre, sia l’Ufficio della Cooperazione italiana ad Abidjan sia l’ufficio di rappresentanza di CDP, aperto nel 2026, sono strutture relativamente recenti, il che significa che si stanno costruendo contemporaneamente i progetti e gli strumenti necessari per realizzarli.
Grazie. Su questo: quando si presentano problemi nell’implementazione, a qualsiasi livello essi si verifichino, cosa può fare concretamente questa ambasciata per superarli? Può farmi un esempio concreto?
L’Ambasciata svolge innanzitutto un ruolo di raccordo e di dialogo costante con le istituzioni ivoriane. Questo lavoro si sviluppa a tutti i livelli, dai Ministri ai Direttori Generali, fino ai funzionari incaricati di seguire i singoli progetti. L’esperienza dimostra che, per garantire l’avanzamento delle iniziative sul terreno, è necessario mantenere un dialogo continuo, strutturato e basato sulla fiducia reciproca.
Grazie. E tra tutti questi soggetti: la risposta al Piano Mattei ai diversi livelli, dal governo al beneficiario finale o alla cooperativa, è allineata, oppure ci sono aspettative diverse che poi l’ambasciata deve conciliare?
Talvolta è necessario allineare le aspettative dei diversi interlocutori, ad esempio per chiarire le modalità di accesso agli strumenti di finanziamento o per definire con precisione il ruolo dell’Ambasciata. È importante sottolineare che l’Ambasciata non finanzia direttamente i progetti: la sua funzione è piuttosto quella di coordinare l’azione della cooperazione italiana, delle istituzioni finanziarie nazionali e dei diversi soggetti attuatori coinvolti negli interventi.
In questo senso, il nostro ruolo può essere assimilato a quello di un direttore d’orchestra: garantire che ciascun attore comprenda le proprie responsabilità, che le diverse componenti operino in modo coerente e che l’insieme proceda in maniera armonica verso obiettivi condivisi.
Grazie. Prima accennava a come il Piano Mattei si coordina con altri strumenti. Venendo alla dimensione più prettamente europea: a giugno 2025 c’è stato il vertice The Mattei Plan for Africa and the Global Gateway, copresieduto dalla Presidente del Consiglio Meloni e dalla Presidente della Commissione europea von der Leyen. Alla luce anche di quanto è emerso in quella sede, il Piano Mattei può rappresentare un modello ispiratore per una strategia comune dell’Unione Europea, o resterà un canale italiano dentro un programma europeo più ampio?
Il punto di partenza del Piano Mattei è l’aver fornito all’Italia una cornice politica unitaria per i rapporti con l’Africa, integrando cooperazione allo sviluppo, diplomazia, investimenti, imprese, energia, infrastrutture e formazione. Tuttavia, una strategia efficace su scala continentale non può essere sostenuta da un singolo Paese europeo. Per questo il Piano punta a operare in sinergia con gli strumenti europei e multilaterali. In questa direzione si collocano il Vertice Piano Mattei-Global Gateway del giugno 2025, che ha generato undici accordi per circa 1,2 miliardi di euro, e il successivo riconoscimento del Piano nella dichiarazione sulle partnership internazionali adottata dal G7 nel 2026.
La collaborazione con il Global Gateway europeo presenta importanti complementarità, in particolare nell’identificazione di progetti ad alto impatto, nello sviluppo di infrastrutture, nella mobilitazione di capitali privati e nell’utilizzo di garanzie e strumenti di finanza mista. Questo approccio offre opportunità significative al tessuto produttivo italiano, composto soprattutto da piccole e medie imprese che dispongono di competenze e tecnologie molto richieste, ma che spesso non possiedono da sole le risorse finanziarie o la propensione al rischio necessarie per operare in mercati complessi.
Un ruolo centrale è svolto anche dalla dimensione multilaterale, in particolare dalla collaborazione con la Banca Africana di Sviluppo, con sede ad Abidjan. La Mattei Plan and Rome Process Financing Facility è diventata uno strumento multidonatore a cui hanno aderito, oltre all’Italia, Emirati Arabi Uniti e Danimarca, mentre nel 2026 è stato formalizzato un nuovo quadro di cofinanziamento tra Italia e Banca Africana di Sviluppo per sostenere progetti in agroindustria, manifattura, energia e ambiente. La logica alla base di queste partnership è pragmatica: per generare trasformazioni durature servono risorse finanziarie superiori a quelle di un singolo bilancio nazionale. La sfida consiste quindi nel mantenere la capacità italiana di proposta e di individuazione dei progetti, valorizzando al tempo stesso il contributo degli strumenti europei, multilaterali e di cofinanziamento.

Grazie. E restando su questa dimensione europea: il regolamento 1115 del 2023 sulla deforestazione entrerà in vigore tra pochi mesi. Per quelli che sono, diciamo, gli umori a ridosso di questa entrata in vigore, c’è preoccupazione da parte ivoriana rispetto a questa spinta europea?
La Costa d’Avorio dispone di priorità di sviluppo chiare e articolate, delineate nel Piano Nazionale di Sviluppo 2026-2030, che individua gli obiettivi strategici del Paese per i prossimi anni. Tra queste figura l’adeguamento del sistema produttivo nazionale ai nuovi standard internazionali in materia di sostenibilità ambientale e, in particolare, ai requisiti previsti dal regolamento europeo sulla deforestazione.
In quest’ottica, l’approccio delle autorità ivoriane è farsi trovare pronti: sviluppare gli strumenti di tracciabilità, consolidare i sistemi di controllo e accompagnare produttori e filiere nell’adeguamento agli standard richiesti. Si tratta di una sfida significativa, ma anche di un’opportunità per modernizzare il sistema produttivo ivoriano e accrescerne la competitività nel lungo periodo.
Grazie. Arriviamo all’ultima domanda: in questi Suoi dieci mesi di mandato, c’è un progetto o un’esperienza che considera particolarmente significativo del rapporto italo-ivoriano, o a cui Lei è personalmente più legata?
Un aspetto del mio lavoro al quale tengo particolarmente è quello delle visite sul terreno. In questi dieci mesi ho avuto l’opportunità di visitare diverse aree del Paese e di vedere direttamente gli effetti concreti delle iniziative sostenute dall’Italia. Queste missioni consentono non solo di verificare l’impatto degli interventi finanziati con risorse italiane, ma anche di conoscere da vicino il lavoro svolto dalle organizzazioni della società civile italiana presenti in Costa d’Avorio, sia quelle attive da decenni sia quelle giunte più recentemente.
Le visite sul campo permettono inoltre di cogliere una realtà del Paese molto più ampia e articolata di quella che emerge osservandolo esclusivamente attraverso la prospettiva della capitale.
Un altro elemento che emerge con particolare evidenza è la straordinaria diversità della Costa d’Avorio, un Paese caratterizzato da una grande varietà di lingue, culture ed etnie, che concorrono alla complessità e alla ricchezza del suo tessuto sociale.
Grazie. E rispetto a quando Lei è arrivata: che aspettative aveva, e come è cambiato, o come ha cambiato Lei, il lavoro di questa ambasciata, sotto la Sua direzione?
In questi ultimi mesi ci siamo concentrati sull’avvio progressivo dei diversi progetti previsti, grazie anche al lavoro di un Ufficio della Cooperazione italiana di recentissima istituzione che, fin dall’inizio, ha operato con grande dinamismo e capacità di realizzazione. A questo si è aggiunta l’apertura dell’ufficio di rappresentanza di Cassa Depositi e Prestiti, lo scorso aprile, che ha ulteriormente rafforzato la presenza italiana nel Paese.
Un primo esempio concreto di approccio «Sistema Italia» è stata la partecipazione al Regional Business Forum dell’Unione Europea dedicato al programma Global Gateway e ai grandi corridoi infrastrutturali, in particolare gli assi Abidjan-Lagos e Abidjan-Ouagadougou. In quell’occasione abbiamo lavorato coinvolgendo imprese, SACE, ICE, AICS e Ambasciata in un’unica azione di sistema. Lo stesso modello è stato replicato in occasione della presentazione del Piano Nazionale di Sviluppo ivoriano.
Un ulteriore elemento particolarmente incoraggiante è il riconoscimento che l’Italia riceve da parte delle autorità ivoriane. Sempre più spesso i nostri interlocutori evidenziano il contributo positivo apportato da iniziative italiane, sia pubbliche sia private.
Grazie. Si può dire che la professione diplomatica sia anche un sapersi reinventare, un cambiare lavoro di continuo. Il Suo percorso professionale L’ha portata in sedi molto diverse tra loro, e diverse anche nelle finalità che l’ambasciata persegue sul territorio: cosa ha dovuto disimparare, tra virgolette, di quello che…
In realtà non credo che, nei diversi incarichi, si disimpari qualcosa: si accumulano esperienze e competenze che si stratificano nel tempo. In Costa d’Avorio ho rafforzato una dimensione del lavoro diplomatico legata alla promozione economica, al dialogo con le imprese e alla costruzione di partenariati di lungo periodo.
Un altro aspetto particolarmente stimolante è la possibilità di lavorare su una scala progettuale molto ampia e con modalità di finanziamento innovative. La Costa d’Avorio offre prospettive di crescita nel medio e lungo termine e beneficia di un contesto relativamente stabile, fattori che consentono di guardare oltre l’orizzonte immediato.
Operare in Costa d’Avorio richiede rapidità, dinamismo e capacità di adattamento. Allo stesso tempo, insegna a non limitarsi alla risposta alle esigenze del presente, ma a dedicare attenzione alla progettazione e alla costruzione del futuro. Ed è forse questa una delle lezioni più interessanti che si possono trarre dall’esperienza ivoriana: quando è accompagnata da visione strategica, pragmatismo e capacità di realizzazione, l’ambizione rappresenta una qualità preziosa e un potente fattore di sviluppo.






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