Chiariamo subito un aspetto: abbiamo sentito tutte le forze politiche dire che il dibattito sulla legge non interessa “alla gente” e che ci sono cose più importanti. Vero, per carità, ma tutti in realtà sanno che in una democrazia parlamentare è la legge madre e per alcuni aspetti la più importante. O almeno, quella che decide la nuova maggioranza, la futura composizione di Camera e Senato e quindi le carriere politiche dei parlamentari.
Entriamo dei dettagli.
Il nome: per semplicità e perchè l’ha fortemente voluta la premier diremmo “Melonellum”, ma ufficialmente è stata chiamata “Stabilicum”. Espediente retorico che farebbe presupporre una garanzia di stabilità, ma a proporla è il governo più stabile e longevo della Repubblica, eletto con la scorsa legge elettorale, il “Rosatellum”. Si sa, 1+1 non sempre fa 2 in politica.
Oggetto di diverse discussioni parlamentari, retroscena, ipotesi fantasiose, la nuova legge elettorale è stata votata alla Camera in prima battuta a luglio. In quella votazione, però, la maggioranza era andata sotto di un voto, motivo per cui, per evitare sorprese e chiudere i conti, è stata posta la fiducia che magari avrà convinto chi tra i parlamentari temeva elezioni anticipate.
Passiamo ai tecnicismi.
La nuova legge elettorale elimina i collegi uninominali del “Rosatellum” ed è prevalentemente proporzionale con un super premio di maggioranza di 70 deputati e 35 senatori per chi supera il 42%.
Grande clamore per il ritorno delle preferenze, ma nessun trionfalismo: queste ultime sono molto limitate. Il sistema riprende l’arcinoto meccanismo delle liste bloccate ma con alcune modifiche. Per ogni collegio avremo un capolista bloccato, eletto dunque senza tener conto delle preferenze, e un listino di sei candidati, scelti dal partito, tra cui è possibile esprimere solo tre preferenze a crocette.
Nei fatti molte proiezioni dimostrano come, oltre ai capilista, saranno eletti circa il 20% dei candidati del listino collegato. Probabilmente solo il PD e FdI, in quanto partiti maggiori, eleggeranno parlamentari eletti con le crocette oltre al capolista. In più il capolista potrà essere candidato in 5 collegi oltre che nel listino del premio di maggioranza. Ciò rende molto difficile capire chi sarà eletto, e soprattutto riduce di molto il peso specifico delle preferenze, introdotte sostanzialmente solo a metà (e in listini precompilati dai partiti).
Per farla breve possiamo riassumere così: ti faccio scegliere tra quelli che piacciono a me e poi non è per nulla detto che siano eletti.
Un punto di attenzione riguarda i capilista designati senza obbligo di rispetto della parità di genere, e questo ha generato molte polemiche soprattutto tra gli esponenti del centro sinistra.
Appare il voto fuori sede anche se con delle limitazioni: bisogna vivere fuori dalla residenza da almeno 9 mesi.
Viene inoltre ampliato il numero delle firme utili per presentare una lista, limitando spazi democratici a nuovi progetti con ambizioni nazionali. Per ciascun collegio occorreranno 7000 firme. Occorre precisare però che la raccolta firme vale per le forze politiche che non hanno formato un gruppo nella precedente legislatura. Bastano solo tre deputati a formare un gruppo interno al gruppo misto per ovviare alle firme. Per le formazioni già presenti in parlamento sono sufficienti 1500 firme.
La vera novità macroscopica, passata stranamente in leggera sordina, è che si dovrà indicare il nome del candidato premier sulla scheda elettorale. Qui molti hanno visto un travestimento di una riforma molto cara a questo governo, ovvero il premierato. Nei fatti si tratta di un’indicazione del leader politico, ricordando che la nomina del Premier è prerogativa esclusiva del Capo dello Stato. Per questo, però, attendiamo la valutazione della Corte Costituzionale.
Sbrigliate le questioni tecniche, andiamo al punto politico.
Qual è la ragione per cambiare l’attuale legge elettorale che pur ha assicurato al governo stabilità e longevità?
Non è da escludere, per quanto sembri impossibile, una paura neanche troppo latente di Giorgia Meloni di perdere le elezioni, o comunque di impantanarsi in una situazione complessa che la potrebbe spingere a sgraditi compromessi (citofonare “Vannacci”). Nei fatti, lo spartiacque della parabola meloniana è stato il referendum sulla giustizia. Ha giocato tanto su quel momento elettorale, andando quasi in all-in, e di fatto è stata battuta. Era un voto chiaramente politico. La premier ha capito che il voto negativo così netto del referendum , nel momento del suo maggior successo, significava ben altro e ha raddrizzato il tiro su alcuni aspetti cruciali della sua immagine politica agli occhi dell’intera nazione, anche i meno attinenti alla politica interna. Uno su tutti, per esempio, il rapporto con Donald Trump.
In più è arrivato il guastatore Vannacci a sparigliare le carte e a togliere il sonno a Meloni e La Russa, giocando all’intero centrodestra un discreto tiro mancino. L’ipotesi circolata per alcuni giorni su un eventuale ballottaggio era studiata in ottica di neutralizzare il Generale, vero ago della bilancia delle prossime elezioni. Diversi sondaggi danno vincente il CDX solo con Vannacci dentro, e questa è una gatta da pelare di proporzioni piuttosto preoccupanti.
La premier, di mestiere, sta cercando di sgonfiare Futuro Nazionale e ottimizzare gli ultimi mesi di legislatura per andare presto alle urne ed evitare di dover ancora rincorrere le proposte di Vannacci come la legge sulle classi differenziate, o arginare il caro carburanti con misure temporanee anche attraverso la collaborazione dei colossi del petrolio. Oppure con la sospensione del bollo auto, l’elefante nella stanza per lenire le ferite dei pendolari e oscurare tutto il resto. Ma dilatare questo tempo potrebbe logorare il consenso ancora molto alto della Premier fino a soglie pericolose.
In tutto questo, dall’altro lato, il cosiddetto “campo largo” fatica a trovare una strada unitaria e ancor di più il leader della colazione. Primarie si, primarie no? Con Renzi o senza? Prima il programma o il nome che guida la coalizione? Tramontata l’ipotesi di un nome terzo, Elly Schlein ha più volte ribadito di essere favorevole alle primarie nel caso non fosse riconosciuta la leadership al PD come primo partito della coalizione. Tutti interrogativi che al momento non hanno risposta e che rischierebbero di far arrivare in ritardo e impreparati al voto, probabilmente più imminente di quanto pensiamo.





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