Il 4 ottobre Flávio Bolsonaro ha ottenuto il 47,03% dei voti validi, Luiz Inácio Lula da Silva il 45,16%. Il ballottaggio del 25 ottobre dirà chi governerà il Brasile. Ma la questione che interessa a chi guarda al Sudamerica da fuori è un’altra: perché un movimento il cui fondatore è condannato a 27 anni e tre mesi per il complotto volto a restare al potere dopo la sconfitta del 2022, e vive agli arresti domiciliari, risulti più forte del suo capo. Jair Bolsonaro è escluso dalla scena. Il bolsonarismo no.

Il nome è diventato un marchio trasferibile: dà forma al risentimento contro il Partito dei lavoratori e tiene insieme settori evangelici, conservatori cattolici, militari, agrari, imprenditori. Tra questi pilastri, il mondo evangelico è quello che meglio spiega la tenuta. Non è l’unico motore, ma senza le sue reti il movimento avrebbe faticato a farsi fenomeno di massa.

Il voto

Flávio ha chiuso primo, non ha vinto: a nessuno dei due è bastato superare il 50%. Ma il margine è maggiore di quanto i sondaggi lasciassero intendere. Alla vigilia l’istituto di sondaggi Datafolha dava Lula avanti, 45% a 42% sui voti validi; nelle urne il rapporto si è rovesciato. Nelle prime proiezioni della serata Flávio superava addirittura la soglia che avrebbe chiuso la partita, poi il vantaggio si è assottigliato. Lui stesso ha ammesso di essere convinto di vincere subito. Gli altri candidati non hanno raggiunto il 3% ciascuno: l’elettorato si è diviso in due, e chi non lo ha fatto è rimasto a casa. L’astensione, al 21,08%, è la più alta dal 1998.

Più del presidente conta il Parlamento. Il Partito liberale di Bolsonaro avrà la prima bancata sia al Senato, con 28 seggi su 81, sia alla Camera, con 121 su 513. Tarcísio de Freitas è stato rieletto governatore di San Paolo al primo turno, e la destra ha preso diversi governatorati, tra cui Minas Gerais. Alla vigilia del ballottaggio, secondo Gazeta do Povo, dieci governatori sono schierati con Flávio e cinque con Lula. Il dato locale precede quello nazionale: il bolsonarismo ha già una geografia di potere, e il capo dello Stato non ne è la condizione.

Il vuoto

Il capitano non nasce nel 2018. Deputato federale dal 1990, per decenni Jair Bolsonaro resta una curiosità del Congresso, noto per la nostalgia del regime militare e per una retorica dell’ordine che il sistema politico trattava come folklore. Ciò che cambia non è l’uomo, ma il paese.

Il 2013 incrina la fiducia nei partiti: le proteste contro il rincaro dei trasporti si dilatano in una domanda indistinta di servizi, pulizia, rappresentanza. Poi la recessione, l’inchiesta Lava Jato, l’impeachment di Dilma Rousseff nel 2016, l’arresto di Lula nel 2018. Il sistema perde legittimità proprio mentre perde i suoi garanti. In quel vuoto Bolsonaro si presenta come alternativa all’establishment: anti-petismo, rabbia anticorruzione, culto dell’ordine, ostilità al mutamento dei costumi, fusi in un’unica battaglia per salvare la patria. Il partito è debole, ma la rete digitale supplisce. L’attentato di settembre lo sottrae ai dibattiti televisivi nel momento in cui avrebbero potuto danneggiarlo. Più che un voto di protesta, è la costruzione di un’identità.

L’infrastruttura

Le chiese evangeliche non hanno fornito soltanto voti. Hanno fornito territorio. Pastori e congregazioni occupano le periferie dove lo Stato è fragile e offrono ciò che esso non dà: appartenenza, assistenza, comunicazione quotidiana, una lettura morale degli eventi. Per il bolsonarismo questa rete ha assolto tre compiti: portare il messaggio dove i partiti non arrivano, tradurre la contesa politica in scontro tra valori cristiani e minaccia della sinistra, conferire al candidato una legittimità religiosa che la sua biografia non garantiva.

L’intesa è anche organizzativa. Nel 2018 Edir Macedo, fondatore della Chiesa universale del Regno di Dio, appoggia Bolsonaro e nel 2022 conferma. La Folha Universal, organo della Chiesa, veicola la difesa della famiglia tradizionale e il timore di un governo di sinistra. La Chiesa ha una proiezione partitica nel Republicanos, che il 7 ottobre ha formalizzato il sostegno a Flávio per il secondo turno, senza tuttavia imporre una linea vincolante agli iscritti. Alla vigilia del primo turno Datafolha attribuiva a Flávio il 52% delle intenzioni di voto tra gli evangelici: un sondaggio, non una conta delle schede, che indica però un terreno favorevole.

Sarebbe tuttavia un errore leggere un blocco dove c’è un mosaico. Le chiese sono molte, le leadership mutevoli. La stessa Chiesa universale aveva sostenuto Lula e Dilma in fasi precedenti, prima di riallinearsi. Il rapporto è ideologico e insieme strategico: i valori conservatori facilitano l’accordo, l’accesso alle istituzioni lo rende conveniente. Una religione pragmatica in politica non è una religione meno sincera, è una religione che ha imparato a trattare.

Il sospetto della regia

Ogni volta che una chiesa protestante si afferma nel cortile di casa degli Stati Uniti, riaffiora la tentazione di cercare la mano di Langley. La formula secondo cui la CIA avrebbe promosso le chiese evangeliche per fermare la teologia della liberazione è seducente e semplifica troppo. Il pentecostalismo latinoamericano ha radici nei primi decenni del Novecento e accelera dagli anni Settanta. Secondo il Pew Research Center, nel 1970 pentecostali e carismatici non superavano il 4% della popolazione regionale.

Washington un interesse lo ebbe, e lo dichiarò. Nel 1969 l’amministrazione Nixon incaricò la CIA di redigere un rapporto sulla Chiesa in America Latina, includendo i gruppi non cattolici e i missionari. Nel 1980 il documento di Santa Fe I, opera di consiglieri conservatori, indicò nella teologia della liberazione una minaccia agli interessi americani. Ma il primo prova l’attenzione, il secondo l’orientamento: nessuno dei due prova un piano operativo per creare o finanziare un movimento religioso. L’anticomunismo favorì reti conservatrici e indebolì i settori cattolici vicini alla sinistra. Non spiega perché milioni di persone abbiano scelto quelle chiese: per i culti familiari, la promessa di riscatto, il sostegno concreto contro dipendenze, violenza, precarietà. Ridurre tutto a una regia significa cancellare l’autonomia dei credenti, e con essa la parte più interessante del fenomeno.

Il ballottaggio

Il primo sondaggio Datafolha sul secondo turno, condotto il 6 e 7 ottobre su 2.520 persone, dà Flávio al 49% e Lula al 45%, con il 5% tra bianche e nulle. Sui voti validi è 52 a 48, entro il limite dell’errore statistico, che è di due punti. Una distanza che non decide niente e racconta molto: la rimonta, per Lula, dovrebbe avvenire in tre settimane e contro una tendenza che i sondaggi non avevano visto. Il presidente ha 80 anni, e il pronostico, tra gli osservatori brasiliani, si è spostato con decisione verso Flávio.

Il vantaggio ha un’unica ombra visibile, che si chiama Banco Master. Lo scandalo bancario ha coinvolto a lungo il campo di Lula, ma a maggio è arrivato a toccare anche Flávio: messaggi diffusi dall’Intercept Brasil mostrano che chiese al banchiere Daniel Vorcaro risorse per il film sulla vita del padre. L’11 settembre il giudice Mendonça, indicato al Supremo da Jair Bolsonaro, ha reso pubblica un’indagine su Flávio per sospetta corruzione, riciclaggio ed evasione valutaria legate a quel finanziamento. Brian Winter, direttore di Americas Quarterly, avverte che l’unico rischio reale per Flávio è una “bomba” ancora inedita, di cui si parla da mesi: potrebbe essere una leggenda metropolitana, scrive, ma servirebbe un ordigno di eccezionale potenza per ribaltare un risultato di questa portata.

Il fronte evangelico, intanto, non è più un monolite nemmeno per Flávio. Silas Malafaia, il pastore più influente nel campo bolsonarista, aveva sostenuto in precedenza la candidatura di Tarcísio o di Michelle Bolsonaro e giudicava Flávio privo della forza per battere Lula; oggi è con lui. Le trattative con i leader religiosi, nei mesi scorsi, hanno attraversato frizioni sulla composizione delle liste. Lula ha preparato un’offensiva proprio su questo terreno, dove di solito parte svantaggiato. Un sondaggio Quaest di maggio registrava dopo il culto con Malafaia una crescita di cinque punti per Flávio tra gli evangelici e un calo di quattro tra i cattolici: l’identità religiosa si sposta insieme al candidato.

Le premesse del governo che verrebbe sono più incerte del risultato. Winter prevede un’ondata conservatrice paragonabile a quella americana del 2024, con un Congresso favorevole, un’amnistia per Jair come primo capitolo, un deficit nominale vicino al 10% del Pil da affrontare e un clima di entusiasmo sui mercati. Alessandra Ribeiro, economista di Tendências, è meno sicura: la maggioranza di centrodestra c’è, ma il Legislativo è ormai autonomo dall’Esecutivo e le sue forze non condividono una linea, soprattutto sull’aggiustamento fiscale. Thomas Traumann, analista di GloboNews, nota che la forza del Partito liberale darebbe a Flávio quella libertà dal Centrão che suo padre non ottenne mai. Sono letture diverse della stessa aritmetica. Washington osserva da vicino: Flávio è un alleato di Trump, ma lo stesso Americas Quarterly ricorda che Lula e lui condividono più di quanto sembri su commercio con la Cina e minerali critici.

La sopravvivenza

Il primo turno mostra che il bolsonarismo sopravvive al suo fondatore. La detenzione di Jair alimenta, per una parte dei sostenitori, la narrazione della persecuzione; il figlio può presentarsi come erede e insieme come ricambio. Secondo Reuters, la famiglia esce rafforzata dal voto, con Jair ancora presente nella campagna.

Gli evangelici trasformano un orientamento in una presenza quotidiana, ma non esauriscono il consenso. Contano anche gli elettori non evangelici che chiedono più durezza sulla sicurezza e i cittadini delusi dal governo Lula; astensione e voto utile hanno fatto il resto, a detta degli analisti brasiliani.

Quanto al sorpasso degli evangelici sui cattolici, spesso fissato al 2032, va ridimensionato. Il censimento del 2022 registra, tra i dieci anni in su, il 56,7% di cattolici e il 26,9% di evangelici. Il demografo José Eustáquio Diniz Alves, che aveva indicato il 2032, ha rivisto la previsione: il 2049 è uno scenario possibile, non una data. Il Brasile resta un paese plurale, e il suo destino politico non si deduce dalle curve demografiche.

Il 25 ottobre si misurerà la capacità della destra di tenere unita una coalizione ampia, con le chiese come uno dei suoi snodi principali. Se Flávio vincesse, non sarebbe perché gli evangelici hanno votato in blocco, né perché la condanna del padre abbia smesso di contare. Sarebbe perché una macchina politica ha imparato a vivere senza il proprio leader.

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