Le elezioni in Israele del 27 ottobre per la ventiseiesima Knesset non hanno prodotto un vincitore. Il Likud del premier uscente Benjamin Netanyahu è il primo partito con 26 seggi, contro i 32 della legislatura uscente, e precede Yashar, la lista nuova di zecca dell’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot, che ne ha 21. Il blocco a sostegno di Netanyahu, formato da Likud, partiti ultraortodossi e destra religiosa, si ferma a 53 seggi, ben lontano dai 61 necessari e molto sotto i 68 della legislatura che si chiude. Il rovescio è maggiore di quanto dica il primato del Likud, che resta il perno del sistema ma ha perso peso rispetto agli alleati e agli avversari.
Dentro quel blocco la destra religiosa non cresce. Otzma Yehudit di Itamar Ben-Gvir ottiene 7 seggi, e Sionismo Religioso di Bezalel Smotrich, presentatosi in blocco tecnico con Zehut di Moshe Feiglin, ne ottiene 6. Insieme fanno 13, uno in meno dei 14 che le due forze avevano conquistato nel 2022 su una lista unica. La vicenda ha un risvolto istruttivo. Ad agosto Netanyahu aveva chiesto pubblicamente ai due di correre insieme, avvertendo che divisi avrebbero consegnato il paese a Eisenkot, a Golan e ai partiti arabi. Ben-Gvir aveva rifiutato, accusando il premier di voler indebolire Otzma Yehudit per preparare un governo di unità nazionale con Eisenkot. Dalle urne esce un risultato che non dà torto né all’uno né all’altro. La separazione è costata un seggio, ma Ben-Gvir ne guadagna uno rispetto ai sei che aveva dentro la lista comune, e la destra non ha pagato un prezzo tale da ribaltare il risultato.
Il campo sionista di opposizione ha 48 seggi. Sono quelli di Yashar, di B’Yachad di Naftali Bennett e Yair Lapid, di Yisrael Beytenu di Avigdor Lieberman e dei Democratici di Yair Golan, che ne hanno rispettivamente 21, 12, 7 e 8. Chi guarda al solo confronto fra campi sionisti conclude che Netanyahu ha perso meno degli altri. Il risultato che ridisegna la mappa è però un altro: i partiti arabi salgono a 19 seggi, 12 alla Lista Comune e 7 a Ra’am. Nel 2022, con Hadash-Ta’al e Ra’am separati e il Balad sotto la soglia del 3,25%, ne avevano 10. Il precedente record era di 15 seggi, nel 2020, quando correvano insieme. La destra religiosa perde un seggio mentre la rappresentanza araba quasi raddoppia. Il confronto fra le due curve, al netto di ogni lettura politica, descrive meglio di un commento lo spostamento avvenuto.
Una mobilitazione che qualcuno aveva provato a impedire
L’affluenza generale è stata del 77,7%, la più alta dal 1999, contro il 70,6% del 2022. Quella dei cittadini arabi, che sono circa un quinto della popolazione, è stata stimata da Canale 12 attorno all’80%, a fronte del 53% del 2022. È un salto che da solo non spiega nulla, ma dice quanto sia stato percepito alto il costo dell’astensione.
Le ragioni vanno cercate in una legislatura vissuta dagli elettori arabi come ostile. Il tema più sentito è la violenza criminale nelle comunità arabe. Secondo l’organizzazione Abraham Initiatives, nel 2025 si sono contati 252 omicidi, un record, e la stampa israeliana e internazionale riferisce che il tasso è raddoppiato dal 2022. Il presidente Herzog ha definito la situazione un’emergenza nazionale, e il 31 gennaio decine di migliaia di persone hanno manifestato a Tel Aviv. Il ministro responsabile della polizia è Ben-Gvir, che respinge ogni responsabilità e attribuisce il problema ai dirigenti arabi locali. Per onestà va ricordato che la violenza nel settore arabo cresce da oltre un decennio, ben prima del suo incarico. Resta il fatto che molti elettori arabi ne hanno attribuito la gestione al governo in carica, e che Abbas ha riconosciuto a Ben-Gvir, insieme a Smotrich, il merito involontario di aver spinto la sua gente alle urne.
Il quadro istituzionale rende il dato ancora più singolare. A fine settembre la Commissione elettorale centrale, composta da rappresentanti delle fazioni della Knesset e presieduta da un giudice della Corte Suprema, aveva votato l’esclusione di Ra’am e della Lista Comune. Per Ra’am i motivi addotti erano la negazione del carattere ebraico e democratico dello Stato, l’incitamento al razzismo e il sostegno alla lotta armata di un’entità nemica. La procuratrice generale si era opposta all’esclusione di Ra’am, ritenendo le prove insufficienti. Il 2 ottobre la Corte Suprema, all’unanimità, ha annullato entrambe le decisioni, stabilendo che le prove non raggiungevano il livello richiesto dalla giurisprudenza. I partiti arabi sono quindi tornati in lizza per via giudiziaria, mentre la loro esclusione era stata decisa per via politica. Il presidente del Balad, Sami Abu Shehadeh, ha ritirato la propria candidatura. Il deputato Ofer Cassif è stato riammesso.
Va ricordata anche la geometria interna. La Lista Comune è tornata in questa campagna a riunire Hadash, Ta’al e Balad, sotto la guida di Yousef Jabareen. Ra’am, di ispirazione islamista e legata alla Fratellanza del Sud del Movimento islamico, corre da sola, dopo essersi separata nel 2021 dall’alleanza per divergenze sulla possibilità di cooperare con le altre forze e di entrare in una coalizione. Ha inserito in lista un candidato ebreo, Yoav Segalovitz, un segnale a chi guarda a un’eventuale partecipazione al governo. I due partiti non sono dunque intercambiabili, e questo conta quando si fanno i conti.
Aritmetica e tabù
Sommando i 48 seggi dell’opposizione sionista ai 19 arabi si arriva a 67, ben oltre la soglia. Ma l’aritmetica deve fare i conti con un tabù che ha una storia precisa. Nel 1993 il governo Rabin superò un voto di sfiducia grazie ai voti di due partiti a prevalente elettorato arabo, Hadash e il Partito democratico arabo, rimasti fuori dalla coalizione. Fu un appoggio esterno e il precedente è rimasto isolato. Nel giugno 2021 Ra’am, con quattro seggi, firmò l’accordo che dava vita al governo Bennett-Lapid e fu il primo partito arabo indipendente a entrare in una coalizione. In cambio, secondo le ricostruzioni dell’epoca, ottenne stanziamenti pluriennali molto consistenti per le comunità arabe, anche contro la criminalità, e il riconoscimento di alcuni villaggi beduini del Negev. Quel governo cadde nel 2022. Il suo passaggio ha lasciato dietro di sé più un trauma politico che un modello.
Oggi gli stessi Bennett e Lapid, insieme a Lieberman ed Eisenkot, escludono di appoggiarsi ai voti arabi. Bennett ha motivato la scelta dicendo che i partiti arabi non sono sionisti. Eisenkot ha convocato i vertici dell’opposizione senza i partiti arabi e ha posto condizioni a qualunque partner, tra cui il riconoscimento di Israele come Stato ebraico e la definizione di Hamas come organizzazione terroristica da smantellare. Sono condizioni che la maggior parte dei deputati arabi difficilmente accetterebbe. Secondo alcune fonti, Abbas ha finora evitato di definire Hamas in quei termini. Solo Golan ha chiesto apertamente di coinvolgere Ra’am, e per questo è stato attaccato da Likud e Sionismo Religioso. Netanyahu, per parte sua, ha definito indegna l’ipotesi di una coalizione che dipenda dai partiti arabi.
Abbas ha osservato che con questi numeri non c’è governo, ma ha anche segnalato la disponibilità a entrare in una coalizione guidata da Eisenkot, se praticabile. La Lista Comune, per bocca di Jabareen, ha fatto sapere che la priorità è la rimozione di Netanyahu, anche prima della formazione di un nuovo esecutivo. Questa convergenza apre una strada che un’analisi del Times of Israel descrive così: un governo di minoranza con la partecipazione di Ra’am e il sostegno esterno della Lista Comune.
C’è poi un paradosso, segnalato da diversi osservatori. Il successo arabo è così ampio da rendere insufficiente un accordo con la sola Ra’am. Per arrivare a 61 servirebbe in qualche forma anche la Lista Comune, che è la componente più nazionalista e più lontana dalle posizioni dell’opposizione sionista. Chi vuole spodestare Netanyahu dovrebbe dunque sedersi con il partner meno gradito fra quelli possibili. Prima del voto un’analisi aveva già individuato il dilemma di Eisenkot: impegnarsi con gli arabi gli avrebbe fatto perdere voti al centro, ma senza gli arabi non avrebbe potuto governare. Le urne non l’hanno risolto.
Il programma minimo
La forma più praticabile dell’intesa è l’appoggio esterno. Sarebbe un sostegno parlamentare su un programma minimo, senza ministri arabi nell’esecutivo. I temi su cui potrebbe reggere sono interni, e ciascuno ha una scadenza. Il primo è l’elezione del presidente della Knesset, che controlla l’agenda dei lavori. Il secondo è la riforma giudiziaria. Una legge approvata nel marzo 2025, che dà ai politici maggiore peso nella nomina dei giudici, entra in vigore con l’inizio della nuova legislatura, e fermarla è per l’opposizione la ragione sociale più semplice. Il terzo è la leva degli ultraortodossi. Nel settembre 2026 la Corte Suprema ha annullato la norma che proteggeva dagli arresti gli studenti delle scuole rabbiniche renitenti, e il tema resta il più divisivo tra i partiti religiosi e il resto del paese. Il quarto riguarda i comuni arabi: più risorse e un piano contro la criminalità, cioè esattamente ciò che Ra’am dice di voler ottenere.
La norma che impedirebbe a un parlamentare imputato di guidare il governo sarebbe invece un terreno minato. La legge israeliana non obbliga il premier a dimettersi in caso di rinvio a giudizio, e una modifica approvata ora sarebbe presentata, con qualche ragione, come una legge ad personam.
Il programma minimo ha una virtù e un limite. La virtù è che i quattro punti possono essere votati senza che nessuno debba rinnegare la propria identità. Il limite è che un accordo basato su questi soli punti può durare quanto dura l’urgenza che lo ha prodotto. Quando la legge giudiziaria fosse sospesa o la presidenza della Knesset assegnata, le ragioni per restare insieme si assottiglierebbero in fretta.
Sicurezza e Palestina: dove il consenso è sionista
Il limite più solido dell’intesa riguarda la politica estera e di sicurezza. Sulle guerre a Gaza e con l’Iran, e più in generale sulla questione palestinese, Netanyahu e i suoi avversari sionisti litigano su chi debba condurre il paese e come. Condividono però un’impostazione centrata sulla sicurezza dello Stato e sull’uso della forza. Eisenkot, ex capo di stato maggiore, ha costruito la propria credibilità proprio su questo terreno, ed è lì che l’opposizione si sente più vulnerabile. I partiti arabi pongono invece al centro i diritti dei palestinesi, la tutela dei cittadini arabi e la critica della guerra a Gaza. I seggi arabi pesano molto sulla politica interna e poco su quella estera.
Netanyahu ha costruito la campagna su questo punto. Ha descritto ogni governo guidato da Eisenkot o Bennett come ostaggio di una sinistra alleata con gli arabi, e ha sintetizzato il dilemma in una formula: o la destra o la Palestina. Questa distanza non impedisce però patti su giustizia, bilancio e rappresentanza, se i dossier più divisivi restano fuori dal tavolo.
Qui entra in gioco un attore esterno. Il 18 ottobre Donald Trump ha dato a Netanyahu il suo pieno e totale appoggio, definendolo un grande premier di guerra e legando il sostegno alla campagna contro l’Iran. Eisenkot ha risposto che le elezioni sono una questione interna e che i leader li scelgono gli israeliani. Dopo il voto, secondo indiscrezioni di Walla attribuite a fonti americane, Washington vorrebbe un prossimo governo senza Ben-Gvir e Smotrich. Il Jerusalem Post riferisce che ambienti vicini a Trump vedrebbero con favore un governo di unità con Eisenkot, con Netanyahu primo in rotazione. Ben-Gvir si oppone, ed Eisenkot ha escluso di servire sotto Netanyahu. Ciò che Washington desidera conta in Israele più di quanto qualunque israeliano ammetta, ma conta soprattutto quando coincide con i numeri della Knesset.
Tre strade, più una
Il percorso formale è noto. Il presidente Herzog, ricevuto il risultato certificato, consulta le delegazioni dei partiti, che indicano ciascuna il proprio candidato. Poi affida l’incarico a un deputato, che ha 28 giorni per formare il governo, prorogabili di altri 14. Se fallisce, l’incarico può passare a un altro candidato. Herzog ha già dichiarato di essere fermamente contrario a nuove elezioni in caso di stallo e ha invitato i partiti ad avere la mente aperta. Le raccomandazioni dei partiti arabi, che nel 2022 erano parte del calcolo, questa volta contano più che mai nel determinare il futuro dello Stato Ebraico.





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